Quella sequela che fa ricominciare


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Eugene Burnand, Il mattino della resurrezione (particolare), 1898, Parigi, Musée d’Orsay
Eugene Burnand, Il mattino della resurrezione (particolare), 1898, Parigi, Musée d’Orsay
Avvenire, 19 Settembre 2015
di ENZO BIANCHI

Com'è possibile "ereditare" ciò che Gesù ha voluto come lascito ai suoi? La risposta è semplice: si tratta di praticare la sequela, di seguirlo e “seguirlo ovunque vada” (Ap 14,4). Il discepolo di Gesù è innanzitutto un chiamato da Gesù, non un iniziato che percorre un cammino di ricerca di Dio. Ciò che i Vangeli mettono in risalto è che accade un incontro: Gesù passa, vede, chiama e il chiamato si mette a seguirlo.

Certo, questa sequenza è una teologizzazione della vocazione, un invito a seguire Gesù per quanti leggeranno i Vangeli: spetterà loro, infatti, ascoltare la parola imperativa “seguimi!” e, senza dilazione di tempo, avere il coraggio di abbandonare tutto e cominciare a seguirlo.

Si diceva che Eliseo aveva imparato da Elia non tanto ascoltandone le parole quanto piuttosto avendogli “versato 1'acqua sulle mani”, cioè grazie a una vita intima, una consuetudine quotidiana di condivisione totale. Il discepolo di Gesù lo segue in un coinvolgimento radicale con la sua vita e deve imparare ad amare più Gesù che il suo insegnamento. In questo legame, il discepolo di Gesù si trova a essere davvero "altro", non solo rispetto ai discepoli dei rabbini, ma anche rispetto a ogni struttura di trasmissione della sapienza di altri maestri e altre scuole.

Seguendo Gesù, il discepolo “non ha dove posare il capo”, deve vivere in uno spossesso radicale di beni e di cose, deve esser pronto a patire il rifiuto, l'ostilità, la persecuzione, come accadde a Gesù. Ecco le sue parole: “Non c'è servo più grande del padrone, non c'è discepolo più grande del maestro. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Mt 10,24-25).

Non sappiamo quanti anni sia durata questa vicenda gesuana, certo ben più dei tre anni testimoniati dal quarto Vangelo. In ogni caso è stato un tempo sufficiente perchè quel gruppo di discepoli fosse formato e capace di reggere Il fallimento, capace di resilienza. Infatti, venuta l'ora del fallimento tramite la cattura e la morte del maestro, sono sì fuggiti abbandonandolo, ma le parole dette da Gesù hanno continuato ad abitare in loro. I dodici avevano avuto la capacità di raccogliere e custodire il lascito di Gesù. Quello che Gesù aveva detto e fatto, ora potevano essi pure dirlo e farlo, sicché le parole e le azioni di Gesù potevano conoscere una ripresa. Certamente ci furono esitazioni e fatiche, come ci furono tradimenti abbandoni, fughe dalla comunità ... tuttavia un nucleo di uomini e di donne nei giorni seguenti la morte del loro profeta cominciarono a essere consapevoli dell'eredità ricevuta: una vita conclusa.

E' un processo di cui a noi non sono giunti i dettagli ma che tuttavia possiamo seguire. Ciò che discepoli avevano visto, ascoltato e fatto con Gesù è stato innanzitutto ricordato.

Non se ne era persa la memoria, tanto più che, proprio per rinnovare la memoria di lui, Gesù aveva chiesto e insegnato a compiere un gesto settimanale: la frazione del pane. Questa comunità radunata attorno al pane spezzato secondo 1'ordine di Gesù, ricordava e viveva come "memoriale" ciò che Gesù aveva compiuto una volta per tutte in vita. I discepoli potevano partecipare a quell'unico evento ripetendo il gesto in modo creativo, proprio, assunto dalla loro comunità. E' qui che dobbiamo scorgere il crogiolo della fede cristiana: le letture dei profeti dell'Antico Testamento, le parole dette da Gesù durante il suo ministero erano invocate si collegavano e, con la speranza del regno di Dio ancora viva e presente nei discepoli, mostravano una fecondità capace di resurrezione. Le parole di Gesù si facevano vive, le sue azioni presenti, la comunione vissuta era stata fonte di umanizzazione e, dunque vero cammino umano voluto da Dio e guidato dallo Spirito: così i discepoli erano capaci di proclamare la vittoria di Gesù, e del suo amore fino alla fine, sulla morte. é l' annuncio della resurrezione di Gesù Cristo!

Tutto questo è molto significativo perché avviene dopo la morte, la sofferenza, la condizione terrestre di Gesù. Assente, morto il testatore, la trasmissione del lascito avviene in chi ha saputo ascoltare, ricevere, pensare, meditare e far rivivere. C'è talmente tanta consapevolezza in questo evento di "scomparsa" Gesù, che nella comunità cristiana si sente la presenza di un altro "paraclito", un altro "chiamato accanto": non più Gesù di Nazareth ma lo Spirito santo che rinnova, ricrea, ridà la vita e fa crescere l'impensabile.

Così i discepoli hanno ereditato, e trasmesso la buona notizia di Gesù alla prima generazione cristiana. Da quei giorni è nata la chiesa o, meglio, sono nati i cristianesimi, perché quell'eredità, come le vesti di Gesù prese da ciascun soldato sotto la croce, ha avuto esiti diversi. Oggi non riusciamo a immaginarci la diversità presente nelle comunità cristiane nel I e II secolo: comunità diverse perché alcune sorte ex judeis, altre ex gentibus, altre perché seminate nel crogiolo del Medio Oriente dove ogni terra è un popolo, una cultura, una lingua differente. D'altronde, il cristianesimo nasce plurale: basti pensare ai quattro Vangeli, quattro ritratti di Gesù molto diversi tra loro per storia, teologia, prospettiva ... Basti pensare al cristianesimo di Paolo e a quello di Giacomo, fratello di Gesù ...

E allora, la chiesa? La chiesa nasce e rinasce ogni giorno. Sì, ci sono le chiese istituzionali, ora diverse tra loro e fino a ieri nemiche, ma in verità il lascito di Gesù, l'emergere di suoi discepoli avviene e inizia ogni giorno nella storia. Diceva Alexander Men: “La chiesa non fa che ricominciare”.

Non si tratta quindi di guardare alle chiese, ma di prestare attenzione a dove due o tre tentano la vicenda cristiana perché hanno avuto l'eredità del Vangelo: a loro volta la trasmetteranno, e di nuovo la chiesa ricomincerà!