Dare da bere agli assetati

Arnolfo di Cambio, Assetata, pezzo erratico di una fontana commissionata per la città di Perugia, 1280 circa, Museo nazionale dell'Umbria, Perugia
Arnolfo di Cambio, Assetata, pezzo erratico di una fontana commissionata per la città di Perugia, 1280 circa, Museo nazionale dell'Umbria, Perugia
Vita Pastorale, Febbraio 2016
di ENZO BIANCHI

L’Europa, terra dell’emisfero settentrionale del pianeta, terra che riceve abbondanti piogge ed è solcata da numerosi fiumi e torrenti, terra abitata soprattutto nelle valli o nelle pianure ai piedi delle montagne, non fa soffrire di sete i suoi abitanti. Si verificano anche in essa di tanto in tanto periodi di siccità, durante i quali si prosciugano i torrenti e si riduce l’acqua dei fiumi, ma i suoi pozzi non si seccano. Sicché l’azione di misericordia corporale del dare da bere agli assetati può sembrarci non così decisiva come le altre, poco esercitata e di minore importanza: l’acqua c’è e basta una semplice azione per condividerla, procurandoci tutt’al più un po’ di scomodità. Forse per questo alcuni la commentano unendola alla precedente, dare da mangiare agli affamati. Noi cerchiamo invece di comprenderla per sé e di verificare se si tratta davvero di un’azione che ci riguarda poco.

È vero che la Bibbia, e di conseguenza il cristianesimo, hanno come terra natia il medio oriente, anzi le zone spesso più desertiche, dove l’acqua è scarsa perché scende raramente dal cielo e perché scarseggiano i fiumi e le falde acquifere. È una terra arida, nella quale si può morire di sete, disidratati dal sole cocente e dalla difficoltà di reperire l’acqua, bene preziosissimo (cf. Gen 21,15-16). Chi dice acqua dice vita, e senza acqua la vita non è possibile, sia perché il corpo ne ha bisogno come e più del cibo, sia perché, se non si ha acqua per lavarsi, per l’igiene del corpo, le epidemie diventano facili e le malattie mortali si diffondono senza incontrare resistenze. L’acqua è una creatura cantata più di tutte le altre perché – come proclamava Francesco d’Assisi nel “Cantico delle creature” – è umile, preziosa e casta: umile, perché scende sempre verso il basso e nel suo essere incolore non si impone, addirittura lascia vedere ciò che la contiene o riflette il colore del cielo che la sovrasta; preziosa, perché ha la capacità di dissetare nell’arsura, ridando forza e vita (senza acqua si muore!); casta, perché quando non è inquinata dall’azione umana è pura, segno di trasparenza, di semplicità. Dall’acqua dell’utero materno noi nasciamo ed è questa esperienza che ha indotto a leggere la creazione del mondo a partire dall’acqua primordiale (cf. Gen 1,1-2.6-13) e ha spinto l’umanità a pensare la propria rigenerazione grazie all’acqua, attraverso riti di immersione, battesimali (cf. Mc 1,4-11 e par.; Mc 16,16; Mt 28,19; Gv 1,25-34; At 1,5; 2,38-41, ecc.).

L’acqua ci accompagna sempre, dal mattino alla sera: quando ci alziamo, ci laviamo con l’acqua; poi a colazione e durante i pasti beviamo acqua, e proprio perché sentiamo in noi la necessità dell’equilibrio idrico, più volte al giorno ci dissetiamo. Se uno è consapevole di ciò che fa, si rende conto di quante volte ricorre all’acqua e ne ha bisogno. Nella nostra società dei consumi e dello spreco purtroppo l’acqua non è tenuta in considerazione, è sprecata, inquinata, svalutata, non rispettata. Ma ricordiamoci che solo cinquant’anni fa, nei nostri villaggi, quando l’acqua era attinta con un secchio al pozzo pubblico del paese e si doveva andare a prenderla almeno due volte al giorno, essa era usata con misura, rispettata, mai buttata via e nei suoi riguardi si nutriva una sorta di venerazione. Quando poi era attinta fresca dal pozzo, la si beveva con gioia e piacere, sentendosi in dovere di commentarne il sapore, la freschezza. È significativo che oggi, invece, in un pasto si parla di tutto ciò che si mangia e si beve, ma mai dell’acqua che umilmente sta sulla tavola: tutti la bevono ma lei sembra invisibile…

Nella Bibbia è molto attestato il comando di dare da bere agli assetati, di non rifiutare l’acqua neppure ai nemici, di accogliere i viandanti innanzitutto offrendo loro un bicchiere d’acqua (cf. Is 21,14; Gb 22,7; Pr 25,21). Dare un bicchiere d’acqua allo sconosciuto, allo straniero, al nemico che giunge a casa nostra ed è assetato, è un dovere assoluto perché è azione non solo di accoglienza ma è un dire “sì” alla vita dell’altro: “Voglio che tu viva, che tu sia, dunque innanzitutto ti offro da bere”. Se Dio ha dato da bere al suo popolo uscito dall’Egitto e pellegrinante nel deserto (cf. Es 17,1-7; Nm 20,1-11), così ogni uomo e ogni donna, assumendo i suoi stessi sentimenti di compassione, devono dare da bere a chi ha sete.

Ma come possiamo vivere qui e ora questa azione di misericordia? Ci sono molti modi creativi per metterla in pratica. In primo luogo non si dimentichi il valore e il significato del dono anche solo di un bicchiere d’acqua a chi arriva da noi, a chi incontriamo. È molto più importante “bere insieme” che non ciò che si beve. Incontrare una persona e offrirle un bicchiere, in casa o anche al bar, significa già accendere una relazione e segnarla con un gesto comune; è un acconsentire alla presenza dell’altro, sigillando questa volontà con un bere insieme: insieme, insieme, questa è la dimensione determinante nel rapporto con l’altro. Nella mia terra, il Monferrato, anche in tempi di penuria si offriva a chi arrivava mezzo bicchiere di vino, e non farlo equivaleva a una presa di distanza, a un rifiuto. Anche perché si presentiva nel cuore che l’assetato ha sempre sete di qualcosa di più dell’acqua: di uno sguardo, di un sorriso, di una stretta di mano, di una carezza, di una parola a lui indirizzata.

Oggi in verità l’azione del dare da bere agli assetati non solo è ancora attuale, ma la dobbiamo pensare in termini politici e con un’assunzione di responsabilità. Nel mondo ogni 20 secondi un bambino muore a causa di malattie legate alla mancanza di acqua potabile, in particolare in Africa e nelle bidonville dell’emisfero sud. Oltre due miliardi di uomini e donne per mancanza di acqua vivono in condizioni sanitarie che rendono le loro esistenze precarie e ne abbreviano la durata. Sono parole del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, che raccolgono gli ammonimenti di quanti denunciano che l’acqua non è ripartita secondo giustizia e uguaglianza, che è sempre più in possesso di grandi multinazionali, le quali costruiscono dighe e la distribuiscono a caro prezzo. L’acqua è diventata una merce sul mercato (in Italia lo è da decenni) e sempre più si registra la tendenza a farne un bene privato, in mano a pochi. E invece l’acqua è un diritto, non una merce da mettere sul mercato, e il poter usufruire dell’acqua per dissetarsi e vivere degnamente è un diritto essenziale all’uomo!

Purtroppo all’orizzonte si accendono conflitti per l’uso dell’acqua, perché i fiumi attraversano più stati e vi è la tentazione di combattere guerre per accaparrarsi questo bene, negandolo al paese vicino, addirittura con il ricorso alla deviazione dei corsi d’acqua. Vandana Shiva, infaticabile avvocato della nostra madre terra, parla di “guerre dell’acqua”, e anche le recenti encicliche di Benedetto XVI (cf. Caritas in veritate 51) e di Francesco chiedono che l’acqua sia disponibile per i poveri, perché “negare loro l’accesso all’acqua potabile, significa negare il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità” (Laudato si’ 30). Se è vero che questo è compito della politica e di una governance che fatica a instaurarsi come comune responsabilità politica e sociale, spetta però a ciascuno di noi almeno non sprecare l’acqua, rispettarla. Si tratta di assumere comportamenti responsabili e virtuosi, coerenti con il rispetto di tutte le creature del pianeta. Solo da questa coerenza potrà nascere anche una convincente richiesta di insurrezione delle coscienze, per stimolare i poteri politici mondiali a tenere conto del dovere di dare da bere agli assetati. Sì, questa è un’azione di misericordia politica urgente, soprattutto per impedire che le prossime guerre del mondo siano combattute per l’acqua, come ora lo sono per il petrolio. In proposito, Federico Rampini, giornalista dal raro impegno umanitario, ci mette in guardia sull’imminente crisi idrica mondiale.

Io non spiritualizzo questa azione di misericordia corporale, anche se sarebbe facile farlo, perché sono convinto che dare da bere agli assetati significa in primis procurare acqua a chi ha sete vera, reale: sete nella sua carne, nella sua gola. Non accorgerci di questi bisognosi è attirare su si sé la maledizione, è vivere da assassini, perché non sono tali solo quelli che uccidono, ma anche chi lascia il morire il fratello o la sorella in umanità senza intervenire, restando indifferente alla sua sete. Sì, saremo giudicati anche sull’aver compiuto o meno questa azione: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché … ho avuto sete e mi avete dato da bere … Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché … ho avuto sete e non mi avete dato da bere” (Mt  25,34-35.41-42). Anche su questo avverrà il giudizio definitivo di Dio. Guai a quel cristiano che pensa di salvare se stesso più facilmente bevendo al calice eucaristico che non offrendo un bicchiere d’acqua a uno dei poveri, dei bisognosi che incontra (cf. Mc 9,41)!

Solo chi lotta perché l’acqua sia pura e buona, solo chi sa condividere l’acqua con gli assetati, e condividerla nella vita ordinaria, operando perché sia condivisa come bene comune a livello politico, può cantare a Dio:

Laudato si’, mi’ Signore,
per nostra sorella acqua,
la quale è molto umile, preziosa e casta.

Pubblicato su: Vita Pastorale