Le tavole di Gesù, da Cana a Emmaus

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Luoghi dell'infinito, marzo 2016
di ENZO BIANCHI

“Mentre Gesù sedeva a tavola…” (Mt 9,10); “venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici” (Mt 26,20); “mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse…” (Mc 14,18). I vangeli ci raccontano una quindicina di pasti di Gesù: la frequenza del suo stare a tavola e l’insistenza su questo tratto della sua persona sono portatrici di un messaggio, ben più che semplici attestazioni.

Gesù era un rabbi che amava i banchetti, amava la tavola quale luogo eminente di incontro. Sapeva bene, infatti, che a tavola si celebra la vita, l’amicizia, l’amore, e lo si fa con pane, vino e olio, con la sapiente trasformazione dei beni creati da Dio. Sapeva anche che la comunione della tavola ha un significato simbolico ben più ampio della mera condivisione del cibo. A tavola Gesù conversava con facilità, stringeva amicizia, accettava le discussioni che potevano sorgere. Con uno sguardo attento e intelligente, potremmo cogliere come ogni pasto di Gesù ha una sua particolarità, è un incontro non ripetibile, perché la sua presenza conferiva alla possibile banalità di questa azione un significato più intenso: il pasto diventava un momento forte nella vita, la possibilità della gioia condivisa, l’accoglienza di una presenza straordinaria.

Di più, ogni incontro a tavola era per Gesù occasione di annuncio del Regno veniente, nelle forme e nei modi più vari. Egli parlava con frequenza di tavola e di banchetto per profetizzare la condizione di comunione con Dio nel Regno, e volle la tavola come luogo che radunasse i suoi discepoli per vivere la sua memoria dopo la sua morte-resurrezione. Stare a tavola per Gesù era dunque anche un segno, una parabola vissuta del significato della sua stessa missione: portare la presenza di Dio nel mondo, avvicinare il regno di Dio ai peccatori, a chi da esso si sentiva escluso e lontano. Tutto questo attraverso gesti concreti e semplicissimi: notare come alcuni prendevano i primi posti ai banchetti o chi veniva di preferenza invitato (cf. Lc 14,7-14); saper riconoscere e accogliere i gesti d’amore e di pentimento di una donna peccatrice durante un pasto, mentre chi lo aveva invitato li rifiutava (cf. Lc 7,36-50)…

Gesù desiderava mettersi a tavola con le persone con cui entrava in relazione, e proprio per questo si lasciava volentieri invitare da tutti: peccatori pubblici, uomini religiosi, amici e nemici. Ma Gesù stesso invitava altri a tavola: le folle affamate di cibo e di senso, per condividere con loro (a una tavola un po’ particolare, un verde prato) i pani e i pesci; i discepoli, per lasciare loro il memoriale eucaristico, con i gesti sul pane e sul vino, e il memoriale del servizio reciproco, con la lavanda dei piedi. Addirittura, quando si manifesterà quale risorto ai suoi amici, lo farà condividendo ancora una volta con loro il cibo: spezzerà il pane, gesto di fronte al quale due discepoli lo riconosceranno (cf. Lc 24,30.35); mangerà con sette discepoli ai bordi del lago di Tiberiade, condividendo un’ultima volta con loro pane e pesce (cf. Gv 21,4-14).

Da Cana a Emmaus, sempre Gesù ha celebrato la tavola come luogo di alleanza, di umanizzazione, cioè spazio privilegiato per esercitarsi a vivere la fede-fiducia, la speranza, l’amore; insomma, la tavola come luogo di vita piena, nei brevi giorni concessi agli umani su questa terra. Ecco perché un padre del deserto ha affermato: “Togli a Gesù la tavola e cosa gli resta? Ben poco, anche se pochi lo capiscono!”.

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