Ospitare i pellegrini

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Vita Pastorale, Aprile 2016
di ENZO BIANCHI

Noi monaci abbiamo nel sangue l’azione di accogliere i pellegrini, di dare ospitalità agli stranieri: è un’azione spontanea, una pulsione naturale che ci viene dalle viscere del nostro essere monaci. Per noi praticare l’ospitalità è un bisogno, anche perché impariamo dagli ospiti molte più cose di quante ne insegniamo loro. Pacomio e poi Basilio, i grandi padri fondatori del monachesimo cenobitico, si erano premurati di costruire luoghi di accoglienza per pellegrini, viandanti, mendicanti, stranieri, chiamati appunto xenodocheía, luoghi per l’accoglienza degli stranieri. Da allora, in ogni luogo e in ogni tempo, un monastero è tale se è uno spazio in cui si accoglie l’altro come si accoglie Cristo stesso (cf. Regola di Benedetto 53,1).

Di più, oserei dire che l’ospitalità è il cuore della pratica dell’amore verso l’altro nelle tre religioni abramitiche, memori che Abramo, praticando l’ospitalità verso tre stranieri, accolse nella sua tenda Dio stesso sotto il segno di tre messaggeri (cf. Gen 18,1-16). L’Antico Testamento è costellato di episodi di accoglienza, sempre benedetta, mentre l’in-ospitalità di Sodoma e Gomorra è maledetta con un castigo mortale (cf. Gen 19,1-19). Nel Nuovo Testamento Gesù è spesso ospite, accolto in casa da peccatori pubblici, prostitute, amici come Marta, Maria e Lazzaro, e anche dopo la resurrezione ha voluto farsi ospite, accogliendo l’invito a cena da parte di due discepoli in cammino verso Emmaus (cf. Lc 24,13-35). E nel giorno del giudizio Gesù, nella pienezza della sua gloria, quale Signore della storia dirà a quanti hanno praticato l’ospitalità: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché … ero pellegrino e mi avete accolto, ospitato” (Mt 25,34-35).

Da questa parola del vangelo nasce la quarta azione di misericordia corporale, un invito ai cristiani a declinare la carità anche facendo della propria casa un luogo di comunione, di condivisione, di compassione verso chi è senza casa perché in viaggio, o povero, o straniero. Certamente questo “fare misericordia” va compreso in senso molto più ampio rispetto al semplice ospitare i pellegrini, perché oggi nel nostro mondo occidentale si sono fatti più rari i pellegrini e i mendicanti, mentre sono più numerosi gli stranieri, i profughi, quelli che fuggono da regioni in cui regnano l’oppressione, la violenza, la guerra, la fame, dunque sono costretti a cercare asilo in terre più sicure. Grazie ai mass media tutti noi ogni giorno abbiamo davanti agli occhi le immagini di uomini, donne e bambini che, dopo aver attraversato il mare con fatica, stenti e spesso al prezzo di tragiche morti, approdano sulle nostre coste; altri percorrono in lunghe file chilometri e chilometri a piedi, attraversando le terre balcaniche per risalire l’Europa verso paesi più ricchi. È uno “spettacolo” che non conoscevamo, né pensavamo potesse essere una realtà tanto quotidiana e di tali dimensioni…

Questo fenomeno di massa, che certo non cesserà presto, ci ha disorientati, ha suscitato in noi paure, per cui lo sconosciuto è tornato a essere il nemico. Jean Daniélou scriveva che “la civiltà ha fatto un passo decisivo, forse il passo decisivo, il giorno in cui lo straniero, da nemico (hostis) è divenuto ospite (hospes)”, amico: ma quel giorno deve avvenire di nuovo, deve essere più attestato nelle nostre relazioni! Spetta alla nostra responsabilità il percepire e il vedere l’altro, sconosciuto e straniero, come un fratello che ha i nostri stessi diritti e la nostra stessa dignità, che ha il diritto di abitare la terra come ciascuno di noi. Per questo la nostra terra deve essere terra anche per lo straniero, memori che – secondo le celebri parole dell’A Diogneto – per noi cristiani “ogni terra straniera è patria e ogni patria è terra straniera” (cf. 5,5). E non si dimentichi quanto scriveva Clemente di Roma alla fine del I secolo d.C., sul potere salvifico dell’ospitalità: “Per la sua fede e l’ospitalità da lui praticata fu donato ad Abramo in vecchiaia un figlio … Per la sua ospitalità e la sua pietà Lot poté fuggire salvo da Sodoma … Per la sua fede e l’ospitalità da lei praticata fu salvata Raab la meretrice” (Prima lettera ai Corinti 10,7; 11,1; 12,1).

Questa azione di misericordia non può però significare soltanto accogliere gli stranieri nella nostra terra: una volta che essi sono giunti da noi, non è sufficiente non ributtarli a mare e non respingerli indietro, ma è necessario dare loro la possibilità di un cammino mediante il quale giungano a essere veramente abitanti accanto a noi e con noi, nelle nostre città. Occorrerà innanzitutto non permettere che l’ospitalità diventi per alcuni un business, che sia appaltata a veri e propri mercanti; bisognerà vigilare affinché sia possibile non uno scontro, una negazione dell’altro e del suo mondo culturale, ma un’accoglienza intelligente in grado di permettere a tutti una convivenza buona, segnata dall’accettazione delle diversità che ognuno porta con sé come bagaglio che gli fornisce un’identità umanizzante. Da parte dei cristiani oggi occorre più che mai una resistenza e anche un’insurrezione delle coscienze contro la tendenza sempre più presente nel nostro territorio a nutrire pregiudizi, paure sproporzionate, alimentate dagli imprenditori della paura (così vanno chiamati certi politici!), atteggiamenti di chiusura che di fatto sono razzisti. Perché, per esempio, parliamo così facilmente di clandestini, di extracomunitari, etichettando in questo modo uomini e donne come privi dei nostri stessi diritti, o addirittura invitando i poveri a fare guerra ai poveri?

Cosa significa dunque accogliere gli stranieri? La risposta è semplice, alla portata di ogni persona che ascolti la voce della propria coscienza; e il cristiano dovrebbe conoscerla, sapendo che il suo Dio chiede di amare lo straniero come se stessi (cf. Lv 19,34), non solo il prossimo in generale (cf. Lv 19,18) ma, appunto, anche lo straniero (cf. pure Dt 10,19). E la risposta è questa: fare ciò che possiamo fare. Chi può fare molto, farà molto, e chi può fare poco, farà poco, darà poco, alla stregua della vedova indicata come esemplare da Gesù, la quale, dando del suo poco, ha dato tutto ciò che aveva per vivere (cf. Mc 12,44; Lc 21,4). È decisivo fare misericordia secondo le proprie possibilità, senza però mai dimenticare che ognuno ha in sé capacità creative in grado di esprimersi in molti atteggiamenti (ascolto, attenzione, sorriso, dono della presenza….) che hanno un profondo significato per chi si attende di essere visto, rispettato, accolto.

Dunque, che cosa fare? In primo luogo tenere la porta aperta, in una società in cui le porte sono sempre chiuse, in cui si costruiscono siepi, recinti, muri, barriere, cancelli, fili spinati…, tutti segni della nostra non disponibilità ad accogliere chi è nel bisogno: non vogliamo che gli altri entrino nel nostro spazio, non vogliamo essere visti e confondiamo l’intimità necessaria con un isolamento protetto da barriere invalicabili. Chi bussa alla nostra porta deve presentire che gli sarà aperta, altrimenti non busserà e andrà oltre. Già Agostino scriveva che “vero cristiano è colui che anche nella sua casa riconosce se stesso come viandante”, e per questo è capace di farne un luogo di incontro con gli altri, il luogo eccellente dell’ospitalità. Un tempo si apprestava sempre una stanza per l’incontro con i vicini, gli amici, i conoscenti, o semplicemente per accogliere lo sconosciuto di passaggio: lo si voleva conoscere, sicuri che avrebbe portato buone notizie, fatto conoscere ciò che non si sapeva. A casa mia era così, e mio padre mi insegnò ad accogliere i numerosi mendicanti che passavano per il paese, facendoli sedere alla nostra tavola. Mi ripeteva: “Ti rinnegherò come figlio, se lasci un viandante alla porta e gli dai da mangiare là, senza farlo sedere a tavola accanto a te!”. Sì, per praticare l’ospitalità occorre apprestare anche la casa, che va pensata non solo per se stessi, sempre più comoda e ricca, ma magari anche meno ricca e arredata, dotata però di spazi per l’altro. Avere molte stanze “non vissute” non aiuta a vivere bene: solo ciò che ci aiuta a vivere insieme è davvero una cosa buona!

Per vivere questa azione di misericordia occorre inoltre esercitarsi all’ascolto dell’altro, ovvero dargli tempi, dargli la parola, per accendere con lui una relazione gratuita, semplice e rispettosa. Non c’è vera accoglienza senza ascolto dell’altro, perché occorre consentirgli di dirsi, di condividere la propria storia narrandola. Si tratta di ascoltare ciò che l’ospite vuole comunicare, cercando di fare tacere i pregiudizi che ci abitano o anche le attese che nutriamo nei suoi confronti: l’altro è altro e tale resta, ma cessa di essere straniero, estraneo, quando lo ascoltiamo; siamo irriducibilmente diversi ma, condividendo la stessa umanità, possiamo sentirci fratelli. E si ricordi che ascoltare non è mai un atteggiamento soltanto passivo, perché richiede di “dare” ascolto, di donare qualcosa all’altro, di donargli fiducia. L’ospitalità, l’accoglienza si giocano innanzitutto qui: molto prima di dare qualcosa all’altro, di fare qualcosa per lui, di prenderci cura di lui o di alleviare il suo bisogno, si tratta di fare spazio all’altro in noi. Ciò è alla portata di tutti, poveri o ricchi, vecchi o giovani: non sa fare spazio in sé solo chi è malato di narcisismo, di amore egoistico di sé.

Ecco dove e come può nascere la comunicazione vera, il dialogo che è scambio di parole ma che è sempre scambio anche di sentimenti, perché ogni parola che diciamo è sempre accompagnata da sentimenti. Volto contro volto, occhio contro occhio, sguardo contro sguardo, a volte mano nella mano, il dialogo diventa scambio di parole, di sentimenti, di carezze, coinvolge tutto il corpo e richiede di mettere in esercizio tutti i sensi. Così si cammina insieme e camminando si apre cammino. Ospitalità intellettuale, ospitalità religiosa, ospitalità fraterna, ospitalità nel fare spazio all’altro in casa: è sempre un’accoglienza dell’alterità, senza la quale non viviamo umanizzandoci.

Se avremo cercato, tentato di vivere questo, se non avremo peccato di omissione – non vedendo chi era senza casa, non aprendo a chi bussava, non accogliendo chi stava sulla soglia –, allora nel giorno del giudizio ci accorgeremo di aver vissuto una pienezza, e quella pienezza sarà trasfigurata, centuplicata, salvata. E capiremo perché con ogni pellegrino o straniero ha voluto identificarsi Gesù, il figlio dell’uomo e il Figlio di Dio, che nell’ultimo giorno ci lascerà giudicare dal nostro comportamento. Infatti, ogni giorno noi provochiamo il giudizio su noi stessi: con il nostro fare il bene o il male; spesso, più semplicemente, con il nostro omettere di fare il bene…

Pubblicato su: Vita Pastorale