Le traduzioni italiane della Bibbia

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Credere - 3 Settembre 2017
di ENZO BIANCHI

Come si racconta nel capitolo 8 del libro di Neemia, quando avvenne il ritorno in terra di Israele degli esiliati a Babilonia (fine VI secolo a.C.), il sacerdote Esdra presentò al popolo la Torah scritta in un rotolo, frutto di una redazione sacerdotale avvenuta durante quel periodo di circa settant’anni di cattività. A Gerusalemme, presso la porta delle Acque, sulla piazza, non essendo ancora stato ricostruito il tempio, Esdra fece la lettura dell’intera Torah fin dall’alba, su un ambone costruito appositamente. È la prima proclamazione liturgica delle sante Scritture attestata nella Bibbia.

Subito però si pose un problema. La prima porzione dei libri santi, la Torah, era scritta in ebraico, ma il popolo, dopo i decenni di mescolanza con altre genti, non lo comprendeva più, perché la lingua si era evoluta ed era mutata, diventando nella vita quotidiana l’aramaico. Allora con molto buon senso umano e intelligenza spirituale Esdra chiamò accanto a sé dei “traduttori” che “leggevano il libro della Torah di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura” (Ne 8,8). Quel giorno benedetto segnò l’inizio della liturgia della Parola, fu un grande giorno di festa in cui il popolo poté ascoltare la parola del Signore e rinnovare l’alleanza con lui.

Qualcosa di analogo avvenne solo molto tardi nel cattolicesimo. La chiesa d’occidente, avendo ricevuto le Scritture in ebraico e in greco, subito le tradusse in latino; ma quando il latino si sviluppò nelle lingue volgari (italiano, francese, spagnolo…), la chiesa cattolica tardò alcuni secoli ad esaudire il desiderio di poter leggere e comprendere nella propria lingua quei testi che contenevano la parola di Dio. Questa situazione significò anche per l’Italia un lungo esilio della Parola dal popolo cristiano e quindi una caduta di interesse e di pratica del contatto con la Bibbia. La parola di Dio non era certo assente nella liturgia della chiesa, ma non raggiungeva, se non attraverso mediazioni, il popolo dei credenti quotidiani.

Chiariti questi elementi preliminari, non è facile illustrare in poche pagine la vicenda delle traduzioni della Bibbia nel nostro paese. Alcuni dati, però, possono essere sufficienti a fornirci una consapevolezza della relazione tra i cattolici e la Bibbia prima del rinnovamento della vita ecclesiale voluto e avviato dal concilio Vaticano II, cinquant’anni fa.

È noto che la chiesa antica tradusse i testi sacri dell’Antico Testamento, innanzitutto accogliendo la versione greca dei LXX, successivamente importante anche per gli autori del Nuovo Testamento. In seguito Girolamo (347-420), grande erudito che da Roma si recò nel deserto di Giuda, presso Betlemme, per vivere una vita radicalmente cristiana, imparò l’ebraico anche alla scuola di rabbini e tradusse così in latino l’Antico Testamento dall’originale oltre che il Nuovo Testamento dal greco. Convinto dell’importanza della “verità ebraica”, cercò di far adottare la sua versione (la Vulgata) alla chiesa, che a poco a poco acconsentì, salvo che per il libro dei Salmi: nella liturgia esso rimase fino al Vaticano II quello tradotto in latino secondo il greco dei LXX.

Quanto al rapporto tra popolo di Dio e sante Scritture, la situazione si fece nuovamente difficile nei secoli dell’emergenza delle lingue volgari, tra il XIII e il XIV secolo. Si cominciarono a tradurre alcuni libri biblici e il lezionario festivo della chiesa, ma sempre dal latino della Vulgata, non essendovi la possibilità di studi relativi all’ebraico. Solo alla metà del XIV secolo si giunse alla traduzione dell’intero Nuovo Testamento in volgare italiano, sulla base di alcune versioni precedenti. Ma la grande rivoluzione avvenne con l’invenzione della stampa, che mutò profondamente la possibilità dell’accesso diretto al testo biblico. La prima Bibbia stampata fu quella del monaco camaldolese Niccolò Malerbi (Venezia, 1° agosto 1471), che tradusse in lingua volgare tutti i testi biblici. Questo evento suscitò un’entusiastica accoglienza della Bibbia, e fu seguito, pochi mesi dopo, dalla pubblicazione, sempre a Venezia, della cosiddetta Bibbia jensoniana, opera di un anonimo. Nel 1532, ancora a Venezia, apparve la Bibbia tradotta dal fiorentino Antonio Brucioli, ben presto condannata dall’inquisizione di santa romana chiesa. Essa però, secondo il filologo Bruno Chiesa, costituì “una tappa fondamentale per la diffusione della Bibbia in italiano”, anche perché provvista di un ampio commento esegetico.

Ma su questa primavera doveva giungere una gelata repentina: nel 1559, sotto Paolo IV, venne edito l’Indice dei libri proibiti, che poneva severi limiti alla possibilità di stampare, possedere, diffondere e leggere la Bibbia! Da quel momento, di fatto, anche in virtù della divisione ormai consumatasi tra protestanti e cattolici, la chiesa cattolica nutrì verso la Bibbia sospetti e diffidenze: non era stata proprio la Bibbia a essere uno dei fondamenti della riforma voluta da Lutero, secondo il principio “sola Scriptura”? Dunque, anche per ragioni di polemica verso “l’eresia protestante”, la Bibbia entrò in quelli che, quanto alla sua presenza nella chiesa cattolica, possiamo definire “secoli bui” (XVII-XVIII). Venne proibita ai cattolici la lettura della Bibbia nelle lingue volgari, mentre in ambito protestante Giovanni Diodati (1576-1649), ebraista ed esperto di lingue antiche, nel 1607 fece stampare a Ginevra la traduzione in italiano dell’intera Bibbia dai testi originali. Questa versione fu un evento decisivo, e non caso l’opera del Diodati conobbe varie ristampe. Come in seguito riconoscerà Alberto Vaccari, si tratta di un’opera pregevole “per la chiarezza e l’indipendenza di giudizio non comune”. Fu diffusa in Italia in forma clandestina e incontrò, come ci si poteva aspettare, una forte opposizione da parte cattolica. Più di un secolo dopo l’abate Antonio Martini (1720-1809), in seguito arcivescovo di Firenze, intraprese una traduzione della Bibbia in italiano, basandosi però sul latino della Vulgata. Quest’opera ebbe grande diffusione, ma nel 1820 Pio VII con un decreto la condannò, insieme a tutte le altre versioni italiane esistenti.

Da questi dati è evidente come nei secoli dopo la riforma il rapporto tra chiesa cattolica e Bibbia sia stato molto tormentato. La polemica antiprotestante ha certamente impedito alla chiesa cattolica di giungere a un’importante consapevolezza: con questo rifiuto di tradurre la Bibbia, essa ha a lungo privato i suoi fedeli di una ricchezza inestimabile in termini di vita spirituale. Accecata dallo scisma che aveva diviso la cristianità occidentale, la chiesa cattolica non era più in grado di discernere che il privare il popolo della parola di Dio contenuta nelle Scritture contribuiva a mantenerlo in una situazione di fede immatura, di scarsa soggettività, di mera obbedienza alla parola del magistero. Non è un caso che più volte si è sentito dire da molti cattolici, vescovi inclusi: “Noi abbiamo il papa che ci dice la parola di Dio e non abbiamo bisogno della Bibbia”. Oppure, come affermato ancora recentemente da un vescovo italiano: “La Bibbia è la chiesa”.

Una nuova dinamica è rinata però nel secolo scorso: finalmente la primavera! All’inizio del secolo, difficoltà dovute alla paura del modernismo impedivano ancora di tradurre la Bibbia, ma la “Pia Società San Girolamo per la diffusione dei Vangeli” cominciò a invertire tale tendenza con la pubblicazione di una traduzione dei quattro vangeli e degli Atti degli apostoli dall’originale greco (1902). Seguirono ancora attacchi da parte della Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti, nel 1903 e 1904, e poi di Pio X nel 1907, che chiesero una correzione di quest’opera contro possibili derive moderniste. E se in ambiente protestante apparve una nuova traduzione curata dal pastore valdese Giovanni Luzzi, tra il 1921 e il 1930, subito si scatenò al riguardo la condanna cattolica e il rinnovato divieto di leggere una traduzione della Bibbia fatta da autori non cattolici.

Fu il già citato Alberto Vaccari il primo a compiere una traduzione in italiano dai testi in lingua originale, su richiesta di Pio X, opera che giunse compimento solo alla fine degli anni ’50. Sempre in questi anni, come dimenticare la fatica e lo sforzo delle suore paoline (chiamate suore ambulanti), che passavano di casa in casa per vendere la Bibbia? È grazie a loro che nella mia infanzia mi fu donata una grande Bibbia in tre volumi, tradotta da Eusebio Tintori, che divenne per me il libro di tutta una vita… Dagli anni ’50 in poi molte sono state le traduzioni italiane della Bibbia, tra cui vanno segnalate quelle più diffuse: la Bibbia tradotta da Fulvio Nardoni (Libreria Editrice Fiorentina 1960), pregevole anche se troppo ricca di fiorentinismi; la Bibbia coordinata da Salvatore Garofalo (Marietti 1963); la Bibbia pubblicata dalle Edizioni Paoline (1958), non certo di alta qualità.

In seguito alla riforma liturgica conciliare, si impose l’esigenza di una nuova versione italiana della Bibbia, pubblicata a cura della CEI nel 1971 (editio princeps), rivista e riedita successivamente in varie tappe, con l’approdo finale all’edizione tuttora in uso, del 2008. Oggi la Bibbia è presente nella vita della chiesa, soprattutto nella liturgia, che propone al popolo di Dio nei diversi tempi liturgici la maggior parte dei testi biblici. Si pensi anche alla diffusione dei corsi biblici, a partire dagli anni ’60, e alla lectio divina dagli anni ’70. Certo, il panorama italiano delle traduzioni bibliche è ancora insoddisfacente. Se in Francia si può trovare sui banchi delle librerie una buona varietà di traduzioni bibliche (versioni cattoliche, protestanti o ecumeniche, come la TOB), in Italia, dopo l’edizione ufficiale della Bibbia CEI, di fatto sono scomparse le altre traduzioni, effettivamente invecchiate, e non ne sono apparse di nuove. Anche per questo ho assunto l’impegno di coordinare il progetto di una nuova traduzione della Bibbia dai testi originali. Un’equipe di circa quindici biblisti, tra i più esperti del nostro paese, sta lavorando per realizzare entro qualche anno una traduzione della Bibbia non confessionale che, in piena fedeltà all’originale, presenti un linguaggio comprensibile ed eloquente per l’uomo e la donna di oggi.

La Bibbia, nella sua unità di Antico e Nuovo Testamento, è una piccola biblioteca di 72 libri. È stata composta in un arco temporale di circa dodici secoli, in un’estensione geografica che va dall’antica Babilonia a Roma. È scritta in tre lingue: ebraico, aramaico e greco.

 

Il testo ebraico e aramaico dell’Antico Testamento è stato tradotto in greco nel III-II a.C. ad opera di eruditi ebrei di Alessandria d’Egitto. È la cosiddetta versione dei LXX (Settanta), a cui sono seguite altre versioni, tra cui le più famose sono quelle di Simmaco, Aquila e Teodozione.

 

Gli autori del Nuovo Testamento hanno citato l’Antico secondo la versione dei LXX, dunque la chiesa dei primi secoli si è servita nella liturgia di questa venerabile versione greca. Essa è stata tradotta in latino innanzitutto nella Vetus Latina. Tra la fine del IV e l’inizio del V secolo san Girolamo, secondo il principio della “verità ebraica”, ha tradotto il testo ebraico in latino, nella cosiddetta Vulgata.

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