Dei Verbum, la chiesa riflette sulla parola di Dio

Bibbia miniata
Bibbia miniata

Credere - 10 Settembre 2017
di ENZO BIANCHI

Dopo un esilio plurisecolare, grazie al concilio Vaticano II la Parola di Dio ha ritrovato la sua centralità nella vita della chiesa cattolica. Si potrebbe persino parlare di riscoperta della Parola di Dio da parte dei cristiani, i quali da secoli non beneficiavano più del contatto diretto con le sante Scritture né avevano la possibilità di fare tesoro della straordinaria ricchezza della Parola nella loro vita di fede. Di fatto il concilio Vaticano II, forse anche al di là della coscienza e delle intenzioni dei padri conciliari, ha avuto il grande merito di decretare la fine dell’esilio della Scrittura.

All’interno dell’evento conciliare, il testo che ha dato avvio a questo processo, a questo inarrestabile movimento di riscoperta della Parola di Dio, è stata la costituzione Dei Verbum (= DV) sulla rivelazione di Dio, sul suo comunicarsi al mondo mediante la sua Parola. Definita da alcuni “il capolavoro” del Vaticano II – e si ricordi anche ciò che annotava p. Yves Congar nel suo diario: “Grande testo che fornisce alla teologia gli strumenti per farsi pienamente evangelica” –, la DV è un testo breve e denso, complesso e strutturato che nei suoi sei capitoli e ventisei paragrafi racchiude il contenuto fondamentale del concilio. Che la sua travagliata stesura abbia coperto l’intero periodo conciliare, non è così un semplice dato di fatto, ma acquista anche un valore simbolico. In effetti, la discussione ufficiale sul testo della futura Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione iniziò il 14 novembre 1962 (poco più di un mese dopo l’apertura del concilio) e la sua promulgazione avvenne il 18 novembre 1965, durante la quarta e ultima sessione, a pochi giorni dalla solenne conclusione del concilio (8 dicembre 1965).

Lo stesso evento conciliare fu segnato da una decisione che esprimeva a livello liturgico e rituale l’intenzione profonda che la DV avrebbe espresso con il suo testo finale. La decisione di intronizzare il libro dei vangeli all’inizio di ogni seduta affinché apparisse che Cristo stesso presiedeva il concilio e che l’intero concilio si poneva sotto l’autorità della Parola, fu il simbolo di ciò che la DV iniziò a compiere nei confronti dell’intera chiesa e del magistero (“il magistero non è al di sopra della Parola di Dio, ma la serve”: DV 10). In questo senso si può certamente affermare che la DV, di tutti i documenti conciliari, è quello più capace di innescare un rinnovamento evangelico nella concreta vita ecclesiale, e i più di cinquant’anni trascorsi dalla sua promulgazione lo hanno mostrato.

Affrontando il tema della Rivelazione (cap. I), e quindi della Tradizione (cap. II) e della Scrittura (capp. III-VI), la DV ha riconosciuto lo statuto ecclesiale della Scrittura e l’ha posta al cuore dei quattro ambiti che costituiscono la vita della chiesa: la liturgia (cf. DV 21), la predicazione (cf. DV 21), la teologia (cf. DV 24), la vita quotidiana dei fedeli (cf. DV 25). Per fare solo un esempio, la fecondità della DV a livello di impulso innovativo nei confronti della vita spirituale dei credenti appare dal magistero degli ultimi papi, che a più riprese e con espressioni molto forti hanno sviluppato DV 25, auspicando con vigore la ripresa della pratica della lectio divina nella convinzione che essa “fa cogliere nel testo biblico la parola viva che interpella, orienta, plasma l’esistenza” (Giovanni Paolo II), che essa “apporterà alla chiesa una nuova primavera spirituale” (Benedetto XVI) e che “solo attraverso la lettura orante delle sante Scritture la vita spirituale può trovare sostegno e crescita” (Francesco). Ma su questo tema torneremo più approfonditamente nella prossima tappa del dossier.

Come si accennava, la DV ha mostrato la capacità di ispirare un concreto rinnovamento evangelico nella vita personale e comunitaria dei cattolici. Essa ha saputo fare l’unità tra Bibbia e chiesa fin dal suo prologo, significativo per tutte le altre costituzioni conciliari e quasi programmatico dell’intero concilio. Per questo si è potuto affermare autorevolmente, durante i dibattiti conciliari, che la DV “è la prima di tutte le costituzioni del concilio, in modo che il suo prologo in certo modo le introduce tutte”. In effetti, questo prologo mostra fin dall’incipit la sua novità rivoluzionaria: “In religioso ascolto della PAROLA DI DIO” – nel testo ufficiale l’espressione iniziale che dà il titolo alla costituzione è scritta in lettere maiuscole – “e proclamandola con fiducia, il santo concilio aderisce alle parole di s. Giovanni il quale dice…”: DV 1). Nel prologo il concilio svela la sua autocoscienza e si pone come esempio per tutti i cristiani, popolo chiamato a mettersi in ascolto della Parola. La centralità – così biblica – dell’ascolto, che caratterizza la postura del concilio e dunque della chiesa, è decisamente innovativa. Detto altrimenti, la chiesa esiste in quanto serva della Parola di Dio, sotto la Parola di Dio, nel doppio movimento di ascolto e annuncio della Parola di Dio: “è come se l’intera vita della chiesa fosse raccolta in questo ascolto da cui solamente può procedere ogni suo atto di parola”, scriveva l’allora teologo Joseph Ratzinger.

E la citazione del prologo della prima lettera di Giovanni (1Gv 1,2-3) annuncia il tema centrale e la parola chiave della DV e dell’intero concilio: comunione. Comunione che scaturisce dalla comunicazione che Dio, il Dio trinitario (cf. DV 2), cioè il Dio che è comunione nel suo stesso essere, fa della sua vita agli esseri umani e che si manifesta pienamente in Cristo. Questa comunicazione non è dottrinale, ma vitale, avviene nella storia, ha come forma e centro il Cristo, come destinatario il mondo intero e come fine la salvezza dell’uomo. Ed è una comunicazione che mostra “l’ammirabile condiscendenza (condescensio, synkatábasis) di Dio”, il suo umile dirsi nella forma del linguaggio umano: “le parole di Dio, espresse in lingue umane, si sono fatte simili al linguaggio degli uomini, come già la Parola dell’eterno Padre, avendo assunto la carne dell’umana debolezza, si fece simile agli uomini” (DV 13).

Si comprende in quest’ottica un dato teologico centrale messo in luce dalla DV, su cui è necessario sostare con attenzione. Non vi è coincidenza tra Scrittura e Parola di Dio: la Bibbia non è immediatamente Parola di Dio. La Bibbia stessa testimonia che la Parola di Dio è realtà che eccede e trascende il Libro santo. Essa è realtà vivente ed efficace (cf. Is 55,10-11; Eb 4,12-13), onnipotente (cf. Sap 18,15), eterna (cf. Is 40,8; 1Pt 1,25). È l’intervento creatore e salvifico di Dio nella storia umana, tanto che il termine ebraico dabar significa non solo “parola”, ma anche “storia”, “evento”. La Parola è realtà teologica, è il parlare di Dio che diviene anche il suo dirsi e il suo darsi, è dunque rivelazione di Dio, quella rivelazione che assumerà forma piena nel volto di Gesù Cristo, il Figlio che è la Parola fatta carne (cf. Gv 1,14), la Parola definitiva di Dio all’umanità (cf. Eb 1,2) che chiama ogni essere umano a entrare in alleanza con lui.

Possiamo dire che la Scrittura, nell’unità dei due Testamenti (cf. DV 16), contiene e trasmette la Parola di Dio come frutto di un’operazione nello Spirito santo e dello stesso Spirito. Ecco come lo esprime la DV: “Le sante Scritture contengono la parola di Dio e, poiché ispirate, sono veramente parola di Dio” (DV 24); pertanto, la Scrittura “deve essere letta e interpretata con l’aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta” (DV 12). La Parola di Dio, infatti, non è racchiusa semplicemente tra le pagine di un libro, per quanto santo e venerabile, ma diffusa nella storia, discernibile nel fratello, soprattutto nel povero (cf. Mt 25,31-46), riconoscibile in eventi storici ed esistenziali, presente nel sacramento, testimoniata nella carità. Ciò significa che l’ascolto della Parola di Dio nella Scrittura non coincide con la lettura di frasi scritturistiche. Solo questa premessa può liberare da tentazioni di letture fondamentaliste della Scrittura. Di più, ciò significa anche che nella liturgia, e massimamente nella liturgia eucaristica, avviene la resurrezione della Scrittura in Parola, sicché possiamo dire che leggere la Scrittura nel contesto liturgico significa inserirsi nella dinamica pasquale. L’assemblea liturgica, grazie allo Spirito santo, ascolta Cristo che parla, “giacché è lui che parla quando nella chiesa si legge la Scrittura” (Sacrosantum Concilium 7), si pone alla presenza di “Cristo che annuncia ancora il suo Vangelo” (ibid. 33), consente a Dio di entrare in alleanza con il suo popolo, realizza il passaggio di Dio in mezzo al suo popolo.

Proprio in questo senso, una lettura della DV oggi mostra anche la necessità di proseguire e andare oltre il testo stesso della costituzione. Il Sinodo dei vescovi su “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa” (ottobre 2008) – al quale ho avuto la grazia di partecipare in qualità di “esperto” – ha espresso l’auspicio che venga approfondita la dimensione sacramentale della Scrittura al fine di giungere a una comprensione più profonda del legame intrinseco tra Parola ed Eucaristia (si veda anche l’esortazione postsinodale Verbum Domini al n. 56, sula sacramentalità della Parola). Al di là comunque di singoli passaggi del testo, che oggi cogliamo come deboli o insufficienti, l’indicazione di cammino che emerge dalla DV è chiara: si tratta di procedere nello spirito che ne ha animato e guidato la redazione, proseguendone la ricezione e andando oltre la lettera della DV stessa.

E ciò in obbedienza all’auspicio con cui la costituzione conciliare si conclude: “Come dall’assidua frequenza del mistero eucaristico prende vigore la vita della chiesa, così è lecito sperare un nuovo impulso di vita spirituale dall’accresciuta venerazione per la Parola di Dio, che ‘rimane in eterno’ (Is 40,8; cf. 1Pt 1,23-25)” (DV 26). Se veramente la comunità cristiana saprà vivere la centralità della Parola, allora avremo dei cristiani dotati di una fede adulta e matura la quale, vissuta nella compagnia degli uomini, diverrà “una fede pensata, capace di tenere insieme i vari aspetti della vita facendo unità di tutto in Cristo” (CEI, Comunicare il vangelo in un mondo che cambia 50). Solo se la Parola di Dio diverrà realmente canone e regola della prassi quotidiana dei cristiani, la chiesa sarà edificata da discepoli evangelizzati e, di conseguenza, in grado di evangelizzare e trasmettere la fede alle nuove generazioni.

La Dei Verbum è una delle quattro costituzioni conciliari: le altre sono la Sacrosantum Concilium (liturgia), la Lumen Gentium (chiesa) e la Gaudium et Spes (chiesa e mondo contemporaneo).

 

La Bibbia non è immediatamente Parola di Dio, ma la contiene: “Le sante Scritture contengono la parola di Dio e, poiché ispirate, sono veramente parola di Dio” (DV 24).

 

Dio si comunica a noi nella sua “ammirabile condiscendenza” (DV 13), nel suo umile dirsi attraverso la forma del linguaggio umano; così come la Parola dell’eterno Padre, avendo assunto la carne dell’umana debolezza, si fece uomo come noi in Gesù.

Pubblicato su: Credere