Valutare e discernere nella sinodalità

Ascolto
Ascolto

Vita Pastorale - Marzo 2018
di ENZO BIANCHI

Cinquant’anni fa nel mondo occidentale è avvenuta una rivoluzione che gli osservatori più intelligenti significativamente sintetizzano in una sola espressione: “la prise de la parole”, il diritto a prendere la parola. Giovani, soprattutto universitari, in Francia e in Italia, donne di ogni condizione, minoranze fino ad allora occultate e negate, si sentirono spinti come da un forte vento a prendere la parola, a lungo loro negata. Ovunque emergeva la convinzione, anche grazie all’accesso al mondo universitario da parte delle classi meno abbienti e al proliferare di strumenti espressivi, che tutti, uomini e donne, dovessero avere la possibilità di prendere la parola. Tutti possedevano la stessa dignità umana di cittadini e avevano il diritto di esprimersi liberamente, a voce alta, nella società. Dibattiti, confronti, manifestazioni a volte selvagge e anche sguaiate, apparivano come una protesta che chiedeva di essere accolta.

Anche nella chiesa, qua e là, i cosiddetti gruppi spontanei, alcune comunità riunite attorno a preti carismatici e più tardi le comunità di base, nascevano e si diffondevano in nome di questo bisogno: far sentire la propria voce, prendere la parola, in particolare in quella che è l’epifania della chiesa tra la gente, cioè la liturgia eucaristica domenicale. Fu una stagione con tratti ambigui, talvolta non conformi all’ecclesialità, che tuttavia non ha segnato solo quella generazione, ma ha trasmesso anche alle nuove generazioni in tutta la chiesa il desiderio della presa della parola.

Oggi il linguaggio è mutato, le espressioni stesse non sono più protestatarie e rivendicative, ma si continuano a cercare vie e modi di “dare la parola” da parte dei pastori e di prendere la parola da parte del popolo di Dio. L’avvento di papa Francesco è riconosciuto come decisivo in questo senso: egli esercita il ministero del successore di Pietro come uno che sa ascoltare, dare la parola e tracciare così un cammino per tutta la chiesa, un cammino sinodale contrassegnato dal fare strada insieme da parte di tutti i battezzati, “popolo di Dio, presbiteri, vescovi e papa”.

Personalmente resto convinto che si faranno delle riforme più o meno adeguate, che ci saranno discipline maggiormente segnate dalla libertà dei figli di Dio e dalla misericordia, ma ciò che è decisivo è l’istanza della conversione pastorale di una chiesa che diventa il luogo della parola: della parola di Dio che risuona limpida nel Vangelo, della parola umana che esprime la fede e sa rendere conto della speranza che è Cristo. Cosa chiede – potremmo dire – lo Spirito alle chiese?

Innanzitutto, come sempre, chiede che la chiesa sia generata dall’ascolto, nasca attraverso l’ascolto e viva dell’ascolto. D’altronde, questa è la via tracciata dal concilio Vaticano II, di cui Francesco è solo interprete creativo: “Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla chiesa del terzo millennio”, ha detto con forza il papa, ben consapevole che la sinodalità è lo stile proprio di una chiesa dell’ascolto, “ascolto condotto a tutti i livelli della vita della chiesa … chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare è più che sentire” (discorso del 17 ottobre 2015).

Sì, c’è un primo passo da fare per la sinodalità, ed è l’ascolto, in primo luogo delle sante Scritture proclamate in ecclesia. Questo il grande impegno ecclesiale: esercitarsi nell’ascolto della Parola nella quale si manifesta la possibilità della conoscenza di Dio e della sua volontà. Primato, egemonia, centralità del Vangelo significa proprio questo: ciò che la Parola dice è normativo. Può certamente avvenire il conflitto dell’interpretazione, come è accaduto all’inizio della chiesa e nel corso dei secoli, ma proprio grazie a un ascolto non individuale ma ecclesiale, sinfonico, il Vangelo può risuonare in verità, forza e chiarezza. È il grande esercizio dell’ascoltare insieme, in una chiesa che si riconosce innanzitutto “fraternità” (adelphótes, questo il nome della chiesa in 1Pt 2,17 e 5,9), convocata dall’unico Padre e Signore.

Ma l’ascolto della Parola è sempre, nel contempo, ascolto dei segni dei tempi e dei luoghi. Ascolto della parola di Dio e ascolto di ciò che gli uomini e le donne vivono oggi, vanno insieme, perché l’interpretazione orienta l’azione, ma l’azione verifica e traduce l’interpretazione. Già la costituzione conciliare Gaudium et spes chiedeva “il discernimento dei segni dei tempi alla luce del Vangelo “ (cf. § 4) come esercizio essenziale della chiesa per stare nella storia, nella compagnia degli uomini, con un significato proprio, ma anche per saper rispondere alle speranze e alle attese dell’umanità concreta e contemporanea. Il popolo di Dio deve riconoscere se stesso sotto la guida dello Spirito santo che abita l’universo e la storia e che chiede di essere riconosciuto (operazione del discernimento) in eventi ed esigenze che si manifestano anche con ambiguità e contraddizioni, ma nei quali c’è il segno della mano di Dio, pastore della storia. L’ascolto dei segni dei luoghi va praticato anche nella convinzione che, quando la chiesa giunge in una terra, in un popolo, trova già presente lo Spirito all’opera anche in quella cultura e in quella lingua, trova presente una fiducia che chiede solo di essere fatta emergere come fede.

Infine, nella chiesa si impone l’ascolto del popolo di Dio. Il popolo della chiesa è profetico, portatore di una parola da parte del Signore, dotato “dell’unzione che lo rende infallibile in credendo … di un istinto della fede – il sensus fidei – che lo aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio” (Evangelii gaudium 119). È il popolo che deve interpretare “ciò che lo Spirito dice alle chiese” (cf. Ap 2,7.11.17.29; 3,6.13.22) e non comunica soltanto all’angelo che presiede ciascuna di esse; perciò va interrogato e ascoltato, sempre affermando la diversità dei carismi, la differenza di autorità (exousía) tra i vari ministeri.

Nella tradizione cristiana del primo millennio risuonava l’adagio del codice giustinianeo: “Quod omnes tangit, ab omnibus tractari et approbari debet”, “ciò che riguarda tutti, da tutti deve essere discusso e approvato”. È un principio forgiato dalla grande tradizione cristiana, non a caso ripreso dal concilio Vaticano II (cf. Lumen gentium 12) e ribadito da papa Francesco (cf. discorso del 17 ottobre 2015). Come nell’assemblea di Gerusalemme descritta dagli Atti degli apostoli al capitolo 15, l’ascolto nella chiesa deve essere reciproco: ognuno ascolta l’altro e tutti insieme si impegnano nell’interpretazione delle posizioni, anche nel conflitto, ma sempre nella ricerca comune della verità. Si tratta di “valutare e discernere insieme” attraverso un’argomentazione seria e sinfonica. Nessuna paura dei conflitti, già presenti nella chiesa apostolica, ma l’importante è la volontà di attraversare il conflitto nella carità, cercando sempre di salvaguardare la comunione, nell’umiltà di riconoscere se stessi “mancanti” rispetto alla verità che mai si possiede ma sempre si cerca, perché ci precede tutti.

Dal confronto, dibattito e ascolto reciproco si deve giungere non a decisioni premature, che creano vincitori e vinti; si deve pervenire anche a decisioni provvisorie da riconsiderare poi più tardi, mediante un nuovo confronto, accettando che con il tempo le realtà maturino. si precisino e siano più partecipate. Nel secondo concilio di Costantinopoli (553) è stato espresso un canone importante: “Quando dei problemi che devono essere trattati da due parti sono posti alla discussione comunitaria, allora la luce della verità scaccia le tenebre. Perché nella discussione comunitaria nella fede, la verità non può manifestarsi in altro modo, siccome ciascuno ha bisogno dell’aiuto del suo prossimo”. Sì, la verità, la buona decisione si manifesta quando c’è confronto, ascolto reciproco, discussione comune, volontà di comunione e soprattutto di obbedienza alla parola di Dio.

Ecco allora come si può giungere alla deliberazione, cioè a una decisione che viene così espressa a partire da tutte le condizioni preliminari necessarie. Certo, solo l’occhio profetico della chiesa può dire: “È parso bene allo Spirito santo e a noi” (At 15,28), ma può arrivare a dirlo. C’è una preghiera antica (detta Adsumus, dal suo incipit) prevista per l’inizio e la fine di un’assemblea sinodale, che è molto ricca e ispirante: rileggerla e pregarla è un aiuto a percorrere la strada della sinodalità, del discernimento comunitario, dell’autentico ascolto ecclesiale.

Ma perché al convegno della chiesa italiana tenutosi a Palermo nel 1995, e subito dopo, la nostra chiesa ha saputo esprimere come programma “il discernimento comunitario”, e poi non solo non ha proseguito in questa provvidenziale intuizione ma l’ha contraddetta e spenta per oltre vent’anni?

Pubblicato su: Vita Pastorale