I giovani sono i protagonisti

Martin Whatson, Dietro la tenda, 2015, Miami (USA)
Martin Whatson, Dietro la tenda, 2015, Miami (USA)

Donne Chiesa Mondo - Osservatore Romano - Luglio 2018
di ENZO BIANCHI

Ci sono due aspetti fondamentali legati al prossimo sinodo dei vescovi dedicato ai giovani e al discernimento che paiono sottaciuti in molte analisi nostrane, forse a causa di un’eccessiva semplificazione dell’argomento.

Innanzitutto il fatto che si tratta di un sinodo della Chiesa cattolica, presente nei cinque continenti, e non di un’assise limitata alla sola Italia o all’Europa e ai paesi di antica cristianità. Questo significa che non si può trascurare il fatto che le Chiese in cui la presenza giovanile è più scarsa sono quelle anche di più antica tradizione e che le Chiese più giovani per epoca di fondazione sono anche quelle dove i giovani per età anagrafica sono più numerosi, in linea con l’età media della società circostante. Il che comporta, tra le altre cose, che la trasmissione della sapienza legata all’anzianità avviene con maggior difficoltà se non si favoriscono gli scambi e i contatti tra Chiese di paesi e regioni non omogenei: avremo da un lato Chiese esperte che parlano ad anziani e faticano a trovare linguaggi per le nuove generazioni e, d’altro lato, Chiese con radici ancora fragili cui mancano riferimenti e interlocutori che abbiano fatto tesoro di secoli di confronto con società via via sempre meno “cristiane”. E questa differenza di composizione anagrafica delle diverse Chiese si aggiunge a quelle legate alle caratteristiche etniche, culturali, economiche e sociali che contraddistinguono le società all’interno delle quali la Chiesa si pone come istanza significativa di una “differenza cristiana” radicata nel Vangelo.

Il secondo dato è che “oggetto” — e, in qualche misura compatibile con la natura stessa di un sinodo dei vescovi, “soggetto” — delle riflessioni sono i giovani e le giovani presenti o assenti nelle nostre comunità ecclesiali. Troppo spesso diamo per scontata questa “inclusività”, ma chi ha un minimo di esperienza diretta del mondo giovanile è perfettamente cosciente di quanto le più serie indagini sociologiche registrano regolarmente: vi sono differenze significative nei comportamenti e nel linguaggio legate anche al genere.

Tenendo queste due osservazioni preliminari come retroterra critico e focalizzando la riflessione sul mondo italiano ed europeo che frequento maggiormente, va sottolineato come nei decenni passati ci sia stata un’attenzione alla cosiddetta pastorale giovanile mai così accentuata nella storia; ma purtroppo questa fatica non è stata sufficiente, anche perché si è continuato a pensare a un rapporto esteriore tra la Chiesa da un lato e i giovani dall’altro. Non basta ascoltare i giovani né tanto meno ingabbiarli in stereotipi che fanno di loro “il futuro della Chiesa” o “le sentinelle dell’avvenire”; occorre invece considerarli e sentirli non come una categoria teologica o un’entità esterna cui la Chiesa si rivolge, bensì come una componente della Chiesa di oggi, attori e protagonisti già ora; occorre pensarli nel “noi” della Chiesa.
Il documento preparatorio per il sinodo chiama i giovani e le giovani a «essere protagonisti» (III, 1) e «capaci di creare nuove opportunità» (I, 3), indicando così a tutta la Chiesa vie di evangelizzazione e stili di vita nuovi. Solo un ascolto reciproco, un confronto, un dialogo tra tutte le componenti del popolo di Dio di qualunque età e di entrambi i sessi possono innescare un processo di “inclusività” delle nuove generazioni nella Chiesa. Questa la sfida del prossimo sinodo.

E la volontà di papa Francesco di farlo precedere da incontri in cui i giovani potessero prendere la parola e sentirsi partecipi della “conversione” richiesta a tutta la Chiesa ha posto le premesse favorevoli al passaggio da una pastorale “per i giovani” a una pastorale “con i giovani”.

Si tratta, per usare un’espressione cara a papa Francesco, di «iniziare dei processi», non di fare conquiste, né di «far ritornare» i giovani alla Chiesa, o di misurare la riuscita sul numero delle risposte ottenute. Occorre “una Chiesa in uscita”, capace di unirsi ai giovani che già la frequentano per andare dove si trovano i loro coetanei, dove questi abitano, vivono, soffrono e sperano. Occorre raggiungerli in modo non generalizzato e massificante, bensì con atteggiamenti e parole in grado di rispettare e ridestare la specificità di ciascuno: i giovani hanno sete di incontri personali, di dialoghi faccia a faccia, soprattutto nel nostro contesto sociale dominato dal virtuale, e domandano silenziosamente, senza riuscire a esprimersi in modo compiuto, di essere “riconosciuti” ciascuno e ciascuna lungo il proprio cammino di ricerca di senso e di pienezza di vita.

Questo significa per gli adulti cambiare lo sguardo sui giovani, accettare di mettere in discussione le proprie acquisizioni, di non riuscire sempre a capirli e tuttavia rinnovare sempre la fiducia in loro,guardando ai giovani come a “storie personalissime” e sostenendo la loro faticosa ricerca di una vita buona.

In questa forma di pastorale “con” i giovani, oltre alla cultura dell’incontro deve emergere anche quella della gratuità. Se infatti «la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione» (Evangelii gaudium 14), occorre vivere ogni atteggiamento di evangelizzazione sotto il segno della gratuità, senza l’ansia di risultati in termini numerici di giovani coinvolti, vocazioni suscitate o servizi assunti.
L’incontro che si deve favorire è quello umanissimo nel quale sia gratuitamente possibile entrare in relazione con Gesù attraverso la fede e la testimonianza dell’evangelizzatore. Non dunque l’incontro con una dottrina, tanto meno con una grande idea o con una morale, ma con una realtà viva che intrighi, sia portatrice di senso e promessa di vita piena. La gratuità è uno dei valori più sentiti e vissuti dai giovani: incontro gratuito e disponibilità a camminare insieme restano urgenze assolute in un nuovo paradigma di evangelizzazione nella società odierna.

La mia esperienza di ascolto, incontro e cammino con tanti giovani — diversissimi per cultura e atteggiamenti verso l’interiorità, la spiritualità, la religione e la Chiesa — mi convince sempre di più che quando approdano a conoscere la vita di Gesù ne restano affascinati e toccati. La vita di Gesù come vita buona, nella quale egli “ha fatto il bene”, cioè ha scelto l’amore, la vicinanza, la relazione mai escludente, la cura dell’altro e soprattutto dei bisognosi, è vita non solo esemplare ma capace di affascinare e di rivelare la possibilità di una “bontà” che si vorrebbe ispiratrice per la propria vita. Ma vi è anche un’attrazione nei confronti della vita bella vissuta da Gesù: il suo non essere mai isolato, il suo vivere in una comunità, in una rete di affetti, il suo vivere l’amicizia, il suo rapporto con la natura restano molto eloquenti. Infine vi è grande interesse per la sua vita beata, non nel senso di una vita esente da fatiche, crisi e contraddizioni, ma beata in quanto Gesù aveva una ragione per cui valeva la pena spendere la vita e dare la vita, fino alla morte: questa la sua gioia, la sua beatitudine.

I giovani non sono insensibili, refrattari ai grandi interrogativi dell’esistenza, ma desiderano essere aiutati in questo cammino da adulti affidabili che sappiano accompagnarli senza pretese e senza accaparramenti sui cammini che tendono alla pienezza della vita e dell’amore.

Pubblicato su: Osservatore Romano