Caro Diogneto - 7

Il cristiano dunque crede di Dio ciò che Gesù ha spiegato e rivelato con la sua vita pienamente umana e con le sue parole che erano eloquenza della sua persona, “parola di Dio” rivolta e donata da Dio all’umanità. Il cristiano deve ricordarsi che nessuno può andare al Padre se non passando attraverso Gesù (cf. Gv 14,6), che chi vede Gesù, l’uomo di Galilea, figlio di Maria e nato per opera dello Spirito di Dio, vede il Padre (cf. Gv 14,9). Da qui nasce e si alimenta l’umiltà del cristiano: memore del fatto che nessuno ha mai visto Dio né può vederlo (cf. Gv 1,18; 1Tm 6,16), il cristiano continua a cercarlo, nella consapevolezza che, essendo Gesù l’immagine del Dio invisibile (Col 1,15), in lui ci è dato di scorgere il volto di Dio.
Questo cammino proprio al cristiano richiede però che si creda pienamente all’umanità di Gesù, cioè all’umanizzazione di Dio, richiede che si aderisca a una lettura di fede per cui l’umanità di Gesù è la nostra umanità, condivisa interamente con noi, eccetto che nel peccato. Purtroppo regna ancora oggi un certo docetismo che nega la vera e piena umanità di Gesù. Tentazione antica, questa: già alla fine del I secolo – a causa dell’ideologia religiosa dominante che trovava difficile accettare che Dio avesse preso forma umana fino all’ignoranza, alla sofferenza e alla morte – nascono nella chiesa correnti gnostiche e docetiste che offrono una lettura di Gesù tesa a negarne la piena umanità. È significativo che all’inizio del II secolo il grande Ignazio di Antiochia esortasse così i cristiani: “Chiudete le orecchie a discorsi che non parlano di Gesù Cristo ... che è veramente nato, ha mangiato e bevuto, che ha veramente sofferto la passione sotto Ponzio Pilato, che è stato realmente crocifisso ed è morto ... che è realmente risuscitato dai morti!” (Ai Tralliani IX,1-2). Si arriverà perfino a fabbricare la favola che sulla croce, invece di Gesù, fu il Cireneo a patire il supplizio, perché non si riteneva possibile che Gesù morisse e di una morte così ignominiosa (cf. anche il Corano, Sura IV, 157).