Caro Diogneto -11

JESUS, Novembre 2009
di ENZO BIANCHI
La tavola dev’essere stata talmente importante e carica di significato per Gesù che i suoi primi discepoli manifesteranno la loro differenza cristiana proprio a tavola

JESUS, Novembre 2009

I Vangeli ci parlano sovente di Gesù seduto a tavola, non solo in occasione del primo “segno” compiuto a Cana di Galilea (cf. Gv 2,1-11) o dell’ultima cena con i suoi discepoli (cf. Mt 22,14-23 e par.), ma anche in circostanze più quotidiane: Gesù prende parte al banchetto offerto da chi passa da una vita di pubblico peccato alla sua sequela (cf. Mt 9,9-13 e par.); condivide attorno alla mensa la gioia dell’accoglienza e dell’amicizia (cf. Lc 10,38-42; Gv 12,1-8); mentre è a tavola presso un fariseo riceve segni di affetto da una prostituta (cf. Lc 7,36-50). Gesù inoltre imbandisce lui stesso la tavola nel deserto per le folle affamate che lo seguono (cf. Mc 6,30-44 e par.; Mc 8,1-9; Mt 15,32-38); e in qualità di Kyrios, di Signore risorto, in un’alba di resurrezione offre ai suoi discepoli del pesce arrostito sulla brace e del pane (cf. Gv 21,9-14).

La tavola dev’essere stata talmente importante e carica di significato per Gesù che i suoi primi discepoli manifesteranno la loro differenza cristiana proprio a tavola, dove i cristiani “spezzavano il pane, prendendo i pasti con gioia e semplicità di cuore” (At 2,46). Nel ritrovarsi a tavoli, i cristiani delle prime comunità ascoltavano la Parola, ricordavano e ripetevano le parole di Gesù. Per loro la tavola era dunque innanzitutto tavola della Parola, luogo dove la Parola era spezzata dall’apostolo, masticata come cibo, accolta come nutrimento di fede. Sì, la Parola di Dio, che è Parola di vita (Fil 2,16; cf. Sal 119,107; Gv 6,68), è vero cibo (cf. Gv 6,27), perché “l’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4; cf. Dt 8,3).

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