2010: un destino comune


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Olio su tela cm 197x197, 1963
PIERO DORAZIO, Presente e passato
Famiglia Cristiana
3 gennaio 2010
di ENZO BIANCHI
Credo non ci sia miglior augurio di vedere cessare l’imbarbarimento quotidiano e riguadagnare terreno la solidarietà e la consapevolezza di costituire un’unica comunità umana

Cosa attende un cristiano 

Famiglia Cristiana, 3 gennaio 2010

Lo schiudersi di un nuovo anno civile suscita sempre un intrecciarsi di bilanci e di attese, di constatazioni e di promesse, di risultati e di speranze. Nemmeno i cristiani si sottraggono ormai a questo esercizio, nonostante l’anno liturgico inizi oltre un mese prima e sia segnato proprio da ben altra attesa, quella decisiva per un credente: la venuta di Cristo e del suo regno. E nonostante un altro sia il tempo in cui celebrare la vita nuova che rinasce dalle tenebre della morte: la Pasqua di risurrezione di Gesù Cristo. Ma allora, proprio in questo frangente che si pone tra l’invocazione “Vieni, Signore Gesù!” e la buona notizia “Il Signore è risorto!”, cosa è lecito sperare ai cristiani? Quali sono le attese che possono “fare segno”, rimandare all’attesa di cieli nuovi e terra nuova e, al contempo, essere condivise con chi non è credente?

Per il nostro paese e la sua prosperità autentica – non quella dettata dagli indicatori economici, ma dalla qualità della vita umana e dei rapporti – credo non ci sia miglior augurio di vedere cessare l’imbarbarimento quotidiano e riguadagnare terreno la solidarietà e la consapevolezza di costituire un’unica comunità umana. Il nostro tessuto sociale non può sopportare ancora a lungo le tensioni e le lacerazioni che lo stanno affliggendo da tempo: barbarie chiama infatti altra barbarie e l’abitudine alla sopraffazione dell’altro, al disprezzo del diritto, all’incuranza verso la sofferenza non fa altro che precipitarci sempre più nel sottobosco di una giungla di comportamenti dettati solo dal proprio tornaconto, per di più immediato. Dobbiamo auspicare la ritrovata coscienza di un comune destino, la capacità di interpretare e vivere gli inevitabili conflitti come opportunità di crescita condivisa e non di contrapposizione letale per l’avversario: il superamento delle differenze non può avvenire con l’eliminazione dell’altro, ma con il confronto e la scoperta della complementarietà e della ricchezza che scaturisce dalla pluralità di voci, di convinzioni, di usanze, di culture. Questa auspicabile unità plurale nulla ha a che fare con un “pensiero unico” o una dittatura della maggioranza, ma è invece la riscoperta delle radici storiche, civili, culturali e religiose del nostro paese che in tempi ben più difficili hanno saputo trasformare le inevitabili rivalità in una convivenza civile degna di tal nome, aprendosi al contempo alla riconciliazione a livello europeo.