2010: un destino comune


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E come non augurarci, da cristiani, che la convivenza tra diversi, la solidarietà umanizzante, il rispetto della dignità di ogni persona e di ogni anelito di vita non si estenda anche a popoli e paesi ancora lacerati dalle guerre e dalla piaga della fame? L’assenza di pace, di giustizia, di cibo e di medicine patita da intere popolazioni e generazioni è uno scandalo che grida al cospetto di Dio, ma anche al cospetto di ogni persona la cui natura umana è intimamente legata al riconoscere l’altro come proprio fratello o sorella in umanità. Ma anche e soprattutto in questo campo della equa distribuzione delle risorse, gli auguri e le attese non bastano: sono necessari gesti concreti e quotidiani, un cambiamento di mentalità, una indisponibilità ad accettare lo statu quo e il sopruso che lo ha generato e che lo mantiene tale. Solo da un convinto impegno per la pace, la giustizia e la custodia del creato possono dischiudersi orizzonti di speranza per quelle popolazioni che “giacciono nelle tenebre e nell’ombra della morte”. La crisi globale sembra averci atrofizzati nel nostro prenderci cura dei più bisognosi, sia quelli accanto a noi che quelli lontani dagli occhi e dal cuore, rendendoci incapaci di aperture che un tempo ci erano quasi connaturali. Mentre invece proprio questa interconnessione dagli effetti economici perversi dovrebbe stimolarci a invertire il volano delle energie che si sprigionano dal nostro legame reciproco: anche la giustizia, l’eguaglianza, il rispetto che saremo capaci di testimoniare nel nostro quotidiano possono essere contagiosi e dilatarsi fino a influenzare realtà da noi apparentemente lontanissime.