Caro Diogneto - 19


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JESUS, Luglio 2010
di ENZO BIANCHI
Il dialogo non è un’astuta modalità per convincere l’altro ad abbandonare le proprie convinzioni, non è un fastidioso intralcio al rapido perseguimento delle nostre intenzioni, bensì è ascolto di quanto la ricerca sincera dell’“altro da me” ha saputo produrre

JESUS, Luglio 2010

 UN DIALOGO VITALE

Viviamo in un’amara stagione in cui da più parti si interpreta come ferita o tradimento della propria identità qualsiasi apertura al confronto con le posizioni, la storia, le argomentazioni di chi appartiene a un’entità religiosa o culturale “altra” dalla nostra: anche la semplice, onesta disponibilità al confronto e alla disamina delle proprie convinzioni viene letta come inaccettabile cedimento all'indifferentismo o, peggio ancora, come resa di fronte al “nemico”. Ci pare allora utile anche per il dibattito civile in un paese come l’Italia, in cui la confessione religiosa maggioritaria non è quella ortodossa, esaminare le ragioni di fondo della scelta irreversibile per il dialogo e il confronto teologico che il patriarca ecumenico Bartholomeos I ha ribadito nella sua ultima lettera enciclica indirizzata a tutti i fedeli ortodossi.

«L’ortodossia – scrive il patriarca – non è un tesoro museale da conservare, ma un soffio di vita da trasmettere all'umanità per vivificarla» e rinunciare al dialogo, anziché difendere l'identità, significherebbe sacrificare gli aspetti più autentici di quest’ultima. L’ortodossia e l’ortoprassi, cioè il retto credere e il retto agire cristiano devono perseguire il dialogo permanente con il mondo e sostenerlo senza paura, poiché la verità non teme il dialogo. «Al contrario – è convinzione del patriarca Bartholomeos – se l’ortodossia si chiudesse in sé stessa e non dialogasse con coloro che sono fuori di essa, non solo fallirebbe nella sua missione, ma anche si trasformerebbe da “cattolica” e da chiesa “attraverso l’ecumene” qual è, in un gruppo introverso e di autocompiacimento, un “ghetto” ai margini della storia». Del resto è proprio questa apertura al mondo e alla cultura circostante che la chiesa ha considerato vitale per sé e per l’annuncio del proprio messaggio fin dalla sua nascita e crescita nel bacino del Mediterraneo. Un’apertura che scelse deliberatamente di esporsi alle sfide del dialogo autentico: il ritenere infatti di aver “conosciuto” la verità – il cristiano più che possedere, sa di essere posseduto dalla verità che è Gesù Cristo – non significa che qualsiasi dialogo debba presto o tardi condurre alla conversione dell’interlocutore, ma piuttosto che la trasmissione di un modo di pensare e di vivere considerato “buona notizia” per tutti deve articolarsi in un linguaggio comprensibile e coerente anche per il destinatario. È per questo che i padri della chiesa «non hanno mai avuto paura del dialogo con l’ambiente spirituale della loro epoca, come anche con i filosofi pagani dei loro tempi e in questo modo hanno influenzato e plasmato la civiltà della loro epoca»» consegnando alle generazioni successive il patrimonio di una chiesa davvero “ecumenica”, cioè aperta al mondo intero e alla sua sapienza.

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