Caro Diogneto - 21

 

Sì, c’è un’umanità della fede alla quale noi cristiani, purtroppo, non siamo sufficientemente attenti: rischiamo subito di essere divorati dall’ansia o dalla passione della fede in Dio e non comprendiamo che senza questa fede umana non è possibile che in una persona si innesti la fede in Dio, se non come dichiarazione teista, come affermazione di appartenenza culturale e identitaria, non certo come confessione cristiana.

Ma proprio questa umanità della fede ci porta a confessare oggi la crisi della fede: crisi dell’atto umano del credere diventato così difficile, raro e sovente, comunque, contraddetto. Abbiamo difficoltà a credere all’altro, siamo poco disposti a mettere fiducia negli altri, siamo incapaci a “credere insieme agli altri” in un obiettivo, un progetto che pur sentiamo buono in noi stessi. Lo constatiamo ogni giorno: perché si preferisce la convivenza al matrimonio? perché è diventata così difficile una storia perseverante e fedele nell’amore? perché la parola data nel matrimonio o nella vita comunitaria, nelle relazioni amorose è così facilmente smentita? Oggi non riusciamo più a credere e forse, soprattutto, a credere nell’amore?

Eppure l’apostolo Giovanni dà questa definizione lapidaria dei cristiani: “Noi siamo quelli che crediamo all’amore” (1Gv 4,16). Sì, sovente sento lamentele sulla mancanza di fede in Dio, sulla rimozione che la nostra società opera nei confronti di Dio, ma in cuore sono tentato da una reazione di insofferenza: com’è possibile lamentarsi che la gente non crede più in Dio quando non crede più nell’altro, in chi sta accanto, nella compagnia degli uomini e delle donne? Come pensare di poter credere in un Dio che non si vede e non credere nell’essere umano, negli altri che vediamo e grazie ai quali cresciamo e diventiamo persone adulte?