Caro Diogneto - 25


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JESUS, gennaio 2011
Ognuno di noi è chiamato a pensare fino all’ultimo all’amore: all’amore che è capace di dare e all’amore che sa ricevere, perché qui si gioca la dignità e la qualità di ogni essere umano

JESUS, gennaio 2011

Sovente appare all’orizzonte della nostra vita sociale l’evento del suicidio: una persona si dà la morte, decide che per lei morire e uscire da questa vita è meglio che rimanervi. Molte di queste partenze avvengono quasi in silenzio, occultate, ma alcune – a causa della notorietà della persona coinvolta – finiscono per accendere dibattiti sui media. Così è successo di recente: alcuni hanno cercato di leggere l’atto compiuto dal regista Monicelli come coerente alla sua maniera di vivere e al suo carattere, fino quasi ad esaltarlo; altri si sono affrettati a condannare e ad alimentare la triste rissa di chi vuole scontrarsi con gli altri a ogni costo, in nome della propria ideologia e della propria visione della vita e della morte... Così, una decisione tragica diventa un pretesto per riaffermare una contrapposizione tra parti incapaci ancora una volta di ascoltarsi. Se invece fossimo onesti, riconosceremmo che il suicidio è un gesto che appare come un enigma, una domanda muta che esige un grande rispetto.

Da quando gli uomini sono sulla terra, alcuni di loro, nonostante la spinta alla vita che li abita fin dal seno materno, vogliono farla finita. Cosa li spinge? Un dolore, una sofferenza insopportabile? Una vergogna insostenibile? Una mancanza di forza nell’affrontare il futuro che viene incontro? La perdita del senno al punto da non sapere ciò che si fa? L’esito di una malattia? Ogni situazione è diversa dall’altra, e se la chiesa ha sempre condannato questo gesto è perché la vita non appartiene all’uomo: essendogli stata data, questi dovrebbe puntualmente ridarla al suo Creatore al momento della morte con un atto, una volontà precisa. Un atto, quello del morire, vissuto a denti stretti nel dolore e nella fatica di comprenderne il senso, un atto compiuto a volte con confidenza e speranza, ma sempre per il credente la morte dovrebbe essere un Amen all’ora che sopraggiunge e che non si può scegliere. Sappiamo che la chiesa nella sua condanna del suicidio è giunta anche a comminare azioni punitive nei confronti di coloro che commettono questo peccato, fino a vietare la sepoltura nel camposanto cristiano, forse per evitare agli astanti il pericolo di un’attrazione seducente verso la libido mortis.

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