Caro Diogneto - 25

 

Ma se leggiamo le Scritture, troviamo anche in esse, in quanto testimoni della storia umana, l’evento del suicidio. Sansone, eroe investito dello Spirito santo, si diede la morte per far perire insieme a lui i nemici filistei (Gdc 16,28-30); Saul, il primo re unto messia, si gettò sulla propria spada nella battaglia di Gelboe (1Sam 31,1-6); ma anche Razis, l’eroe maccabeo “si piantò la spada in corpo, preferendo morire nobilmente piuttosto che divenire schiavo degli empi” (2Mac 14,41-42). Su questi suicidi la bibbia non esprime condanna né approvazioni, lasciandoli nello spazio dell’enigma. D’altronde, le Scritture ricordano anche le parole di testimoni o profeti che giungono a sentire la tentazione del suicidio nell’ora della persecuzione, della notte tenebrosa, del non senso, come Geremia o Giobbe che malediranno il giorno della loro nascita (Ger 20,14.17; Gb 3,3). Sì, la bibbia ci rammenta la possibilità del suicidio come tentazione anche per gli uomini di Dio! Anche in ciascuno di noi sonnecchia questa oscura possibilità: in certe situazioni c’è la tentazione di farla finita con una vita che non si riesce più a cogliere come tale.

Ma l’evento del suicidio, se appare un enigma, è anche sempre fonte di dolore e di colpevolizzazione in chi resta. Purtroppo questo aspetto è spesso dimenticato: il suicidio “uccide” anche quelli che vivevano con il suicida, “uccide” la comunione che esisteva tra loro, uccide la possibilità di comprensione e suscita in chi rimane domande angosciose e senza risposta. Da qui la necessità, di fronte a un suicidio, di astenersi assolutamente da ogni giudizio, e di cogliere invece l’occasione per verificare il “suicidio che ci abita” tutti e che sovente consumiamo senza darci la morte in senso fisico e definitivo.

Oggi, va riconosciuto, la vita assume a volte aspetti insopportabili, con vecchiaie interminabili e sempre più debilitate, con lunghe malattie vissute in un progressivo deteriorarsi e in un accanimento terapeutico disumanizzante. Se in queste condizioni si intersecano solitudini e isolamenti soggettivi e non sempre reali, se si smarriscono le ragioni di senso, allora il suicidio nelle sue varie forme diventa una tentazione. Ma ognuno di noi è chiamato a pensare fino all’ultimo all’amore: all’amore che è capace di dare e all’amore che sa ricevere, perché qui si gioca la dignità e la qualità di ogni essere umano. Continuare ad amare e a essere amati, attraversando le tenebre della malattia, del malessere, della sofferenza, della vergogna: è questa la vera sfida della vita.

Enzo Bianchi

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