Natale, una festa di tutti. Anche di chi non ci crede

PRESEPE DI BOSE, Legno di larice e abete
PRESEPE DI BOSE, Legno di larice e abete
Il Venerdì di Repubblica
24 dicembre 2010
GAD LERNER
intervista ENZO BIANCHI
Gesù è nato uomo, completamente uomo. Egli giungerà a raccontarci Dio ma attraverso il suo percorso di vita umana

Il Venerdì di Repubblica, 24 dicembre 2010

GAD LERNER
intervista ENZO BIANCHI

Bose (Biella). Se il Natale è diventato un’orgia consumista priva di spiritualità, non dipende anche dalla sua origine? In fondo è la meno cristiana delle ricorrenze, connotata da una matrice pagana di gran lunga precedente la nascita di Gesù. E il bambinello non vi è forse celebrato come un’antica divinità antropomorfa?

So di non scandalizzare il priore del Monastero di Bose, Enzo Bianchi, avanzandogli obiezioni radicali come questa. Dialogare con gli ebrei e con i non credenti è per lui un’abitudine quotidiana. Così come godersi lo stupore del forestiero quando giunge qui sulla Serra morenica fra Ivrea e Biella, specie d’inverno, con i prati ricoperti dalla galaverna e sullo sfondo, bianchissimi, i ghiacciai alpini. Il visitatore non si aspetta la raffinatezza di un centro di studio e di preghiera nel quale la povertà si traduce in cura del bello, la sobrietà del cibo diviene prelibatezza, la liturgia e l’esegesi promanano libertà intellettuale.

Figuriamoci dunque se si arrabbia, padre Enzo Bianchi, davanti ai miei dubbi sul suo amatissimo Natale cristiano. Proprio lui che ha fondato più di quarant’anni fa una regola monastica senza chiedere nessun riconoscimento ufficiale alla Chiesa. Tanto più che ci lega un’affettuosa confidenza, resa più intensa da quando ci unisce il richiamo del Monferrato in cui Enzo è nato e dove io sono andato a vivere. Prima di rispondermi, quindi, si proceda con i cardi nella fonduta, il risotto ai funghi di Bose e gli involtini e la pesca sciroppata e il grignolino di Vignale, a celebrazione monferrina dei ricordi natalizi di cui è ricco il suo ultimo libro Ogni cosa alla sua stagione (Einaudi), dove Bianchi si racconta come mai aveva fatto prima. Dapprima ritrovo i luoghi e i vecchi del nostro circondario, come la selvatica formaggiaia Teresina del Muchèt che puzzava delle sue capre ma coltivava profumatissime erbe aromatiche. E a me ricorda la traversata nella neve del 25 dicembre per raggiungere la vecchia Angela che viveva tutta sola in una cascina di là del bosco dalla mia, per farle un po’ di compagnia e riceverne una bottiglia imbevibile ma preziosissima, perché frutto della mia stessa vigna lavorata da suo marito cinquant’anni prima. Poi i falò sulla collina di Enzo che noi facciamo ancor oggi per bruciare l’anno vecchio, riempiendo di paglia una tuta di operai senza lavoro ritornati a fare i contadini. Ma infine arriva la memoria più intima e tormentata, non credevo che Enzo ce l’avrebbe fatta a vincere la sua discrezione piemontese: l’incomprensione prolungata col padre e con la matrigna, dopo la morte della mamma che l’aveva lasciato orfano a soli otto anni. La fatica di far accettare nel suo paesino, dove la miseria guardava con sospetto la cultura, una vocazione precoce allo studio e una fede naturale. Le meravigliose figure di Cocco e Etta, la postina e la maestra, che intuiscono e coltivano sapientemente il talento dell’orfanello, ne assecondano la religiosità critica, si sacrificano per farlo proseguire fino all’università. Entrambe verranno a trascorrere qui a Bose i loro ultimi anni.


 

“Che male c’è se il Natale è festa accogliente per i pagani?”, mi sorride con gli occhi furbi da contadino il priore di Bose. “Non ce lo insegna pure l’Antico Testamento? Nel Tempio di Gerusalemme i sacerdoti avevano pensato il cortile dei goyim, cioè un luogo adibito a ricevervi i non ebrei. Ed era uno spazio più grande di quello riservato a Israele nel Tempio”.

Dunque tu immagini un Natale rivolto ai pagani?

“A tutte le genti, direi meglio. Mio padre, che non era cristiano e che avversò a lungo la mia scelta monacale, è ancora lì che mi ammonisce a non giudicare mai le persone suddividendole fra credenti e non credenti. Lottare contro gli idoli che disumanizzano e alienano la relazione con gli altri è un’esperienza che ci accomuna ben oltre affiliazioni schematiche”.

Ma chi dovremmo festeggiare la notte del 24 dicembre? Un poco verosimile Dio bambino?

 “Gesù è nato uomo, completamente uomo. Egli giungerà a raccontarci Dio ma attraverso il suo percorso di vita umana. La sua testimonianza è straordinaria grazie, per l’appunto, alla sua straordinaria umanità. Dunque chi deifica Gesù sulla terra commette un errore, lo deifica troppo presto”.

Ciò che dici conforta il mio punto di vista ebraico, così come mi è piaciuta nel libro la tua definizione dell’”uomo Gesù che ha raccontato Dio”. Ciò consente di recepire senza pregiudizi il suo messaggio, come messaggio di un profeta ebreo…

“Gesù era uomo, totalmente uomo, e questo in effetti si può dire anche degli altri profeti, da Isaia a Ezechiele. Perché no?”.

Ma allora che senso ha adorare Gesù come incarnazione divina? Io non provo questa necessità di un Dio che si faccia uomo come precondizione a instaurare una relazione intensa con Lui.

“Perché abbisogna pensare un Dio che si faccia uomo, attraverso Gesù? Forse ti stupirò, ma accetto questa tua obiezione. Non abbisogna necessariamente. Tanto è vero che la fede ebraica si è mantenuta, il cristianesimo non l’ha annullata. Noi cristiani proviamo la necessità di alzare il velo sulla relazione misteriosa che congiunge l’uomo a Dio, e raccontarci Dio attraverso l’esperienza medesima della carne umana. Ma non è vero che senza Cristo, cade Dio”.

Riconosci quindi il Natale come festa intrisa di reminiscenze pagane?

“Lo riconosco senza esserne turbato, perché il Natale è la nostra festa che meglio dimostra l’inculturazione della cultura cristiana. Ciò sarebbe impensabile nella Pasqua, che celebra il mistero della morte e resurrezione tanto più difficile da accettare, eppure decisivo. Mentre la nascita di un bambino, ne converrai, è sempre motivo di festa per tutti. Il Natale ha una portata antropologica molto forte, non a caso, soprattutto in Occidente”.


 

Anche perché vi ricomprende le tradizioni pre-cristiane, vero?

“Certo, pensalo nel nostro Monferrato cosa significa, appena superato il solstizio d’inverno, celebrare la vittoria del sole sulla notte, la luce, le giornate che ricominciano a allungarsi. Ovvio che le luminarie di Natale precedono il cristianesimo, perché precedente è il bisogno di vincere il buio. Anche l’impiego del vischio, quando la terra è congelata, era già un’abitudine celtica da noi ereditata. Nel momento più duro dell’anno naturale la famiglia si raccoglie e per contrasto festeggia, si consola scambiandosi doni. In questo senso il Natale è più antropologico, mentre a Pasqua la storia prevale sulla natura”.

Anche tu, però, nel libro, critichi “l’ideologia del Natale”. La tua indulgenza per i pagani non arriva a giustificare l’orgia consumistica contemporanea.

“Un conto è il presepe, la capanna della natività che esercita un richiamo meraviglioso perfino su uomini sapienti che non avevano la fede nel Dio d’Israele: i magi. Penso a loro, capaci di una ricerca, di una lotta anti-idolatrica, di inseguire una speranza che abita tutta la storia umana…

Mi stai dicendo che si può essere pagani e anti-idolatri nello stesso tempo?

“Ma certo, di nuovo è mio padre che me l’ha insegnato. C’è il giusto e l’ingiusto, mica il battezzato e il non battezzato. L’idolatria del Natale contemporaneo è bel altra cosa dalle sue origini pagane. Fa prevalere l’arroganza di chi ha rispetto a chi non ha, il misurarsi sulla quantità dei doni. Fino a rendere questo Natale invivibile alle persone sole, agli emarginati, ai più poveri. E’ assurdo, ma in questi giorni di una festa mal vissuta aumentano perfino i suicidi”.

Se ben capisco, devi ai pochi anni trascorsi con tua madre la fede cristiana che ha fatto di te uno studioso della Bibbia e il fondatore di una comunità monastica.

“E’ così, ma se n’è andata troppo presto e quindi il suo impulso spirituale non sarebbe bastato senza l’apporto di Cocco e Etta, le due donne al tempo stesso pie e curiose, aperte, che si presero cura di me dopo la morte della mamma. Un commiato che aleggia in ciascuna delle mie notti, perché la camera da letto era unica nella nostra casa dignitosa ma povera; e io ricordo le sue crisi asmatiche, ogni volta col dubbio di risvegliarmi al mattino senza che lei ci fosse più. Sono passati più di sessant’anni ma tuttora non amo andare a letto, fatico a addormentarmi”.

Ricordi il Natale con tua madre?

“Lo ricordo con gioia e lo perpetuo nella sua ferma volontà che la cena natalizia preveda diciassette portate, non una di meno! Bisognava che si facesse festa dello stare insieme. E siccome in famiglia eravamo solo tre mentre – come diceva la mamma - la tavola ha quattro lati, c’era sempre il posto per chi era rimasto vedovo da poco, o per il girovago delle nostre campagne. Proprio come fate voi ebrei nella cena pasquale, quando apparecchiate un coperto in più per il profeta Elia”.

GAD LERNER
intervista ENZO BIANCHI