Nuova fondazione ad Assisi

 

Le fondazioni monastiche recenti hanno un particolare legame con le chiese locali, diverso dalla tradizionale distanza del monachesimo. Come potrebbe motivarlo? Quali reazioni suggerisce alle diocesi che si vedono progressivamente depauperare delle presenze religiose?

Tra le fondazioni recenti in realtà pochissime sono monastiche, anche se ormai più nessuno usa il termine «religioso» e preferisce il termine «monastico», meno logorato. Queste fondazioni sono nate negli anni del post-Concilio, nei quali la chiesa locale ha avuto un particolare rilievo. È dunque normale che oggi si tema da parte dei monaci non solo una fuga mundi ma anche una fuga ecclesiae, e si voglia essere all’interno della chiesa locale una presenza tra le differenti componenti e realtà carismatiche.

Certamente nei prossimi anni la chiesa cattolica muterà il suo volto in molte terre, soprattutto per la progressiva, sensibile riduzione della vita religiosa, e così sarà più povera. Ma occorrerebbe che ci fosse un’altra visione delle vocazioni, più rispettosa dei possibili chiamati e non attenta soltanto a fornire una risposta ai bisogni pastorali. Spesso infatti le chiese locali mostrano verso la vita religiosa una grave mancanza di consapevolezza, che coprono mettendo speranza in forme di clericalizzazione o di consacrazione laicale, le quali nulla hanno a che fare con la vita religiosa come memoria Evangelii. Oggi, se viene a mancare la vita religiosa, si pensa solo alla conseguente chiusura di opere sociali e pastorali… È triste che in un’epoca di scambio di doni tra le chiese, non impariamo nulla dalle chiese ortodosse, per le quali la vita religiosa è un’urgenza e una testimonianza avvertita come decisiva per tutte le chiese.