Nuova fondazione ad Assisi

 

Una delle caratteristiche originarie di Bose è l’attenzione ecumenica. Pochi giorni dopo l’avvio della nuova fraternità vi è stata la visita dell’Arcivescovo di Canterbury e del Patriarca ecumenico. Come si può sviluppare l’ecumenismo oggi? Come superare l’«inverno» di cui si parla?

Sempre abbiamo avuto e coltivato un anelito ecumenico. Per varie ragioni è stato un dato inscritto nella mia fanciullezza, nella mia gioventù, e di conseguenza nella nostra vita a Bose. Da sempre sono convinto che l’ecumenismo non è opzionale, non è un segno o un’obbedienza ai segni dei tempi – come si è detto –, ma è semplicemente coerenza con il Vangelo, cioè con Gesù Cristo che è il Vangelo, la “buona notizia” per tutti. Quindi vivere,  lavorare e pregare per l’unità dei cristiani fa parte del «comandamento nuovo» (Gv 13,34; 15,12) lasciatoci da Gesù, e chi non è ecumenico trascura un’esigenza evangelica e ferisce la carità.

Bose dunque è sempre stato un luogo in cui si incrociano cattolici, ortodossi e protestanti, e tale è anche la composizione della comunità. Sicché a Bose è facile incontrare fratelli e sorelle di altre confessioni cristiani e anche autorità delle diverse chiese. Con alcune di loro abbiamo anche rapporti di sincera amicizia, come con il Patriarca ecumenico Bartholomeos I, che più volte ci ha visitati, con l’Arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, che passa ogni anno alcuni giorni da noi per il suo ritiro spirituale, con il Partriarca della chiesa ortodossa di Antiochia Ignazio IV Hazim…

Certo, noi continueremmo a vivere l’ecumenismo anche se non fosse più di moda e anche se accadesse, come oggi accade, che nelle chiese ci fosse chi lavora contro l’unità. Qualcuno parla di «ecumenismo spirituale», certamente necessario trent’anni fa – come ammoniva Matta El Meskin –, e necessario anche oggi e domani. Non vorrei però che, sotto questa etichetta, l’ecumenismo finisse per essere vissuto senza gesti, senza passi concreti, senza audacie profetiche, relegato invece nelle preghiere e nei sentimenti intimi dei cristiani. Io soffro quanto sento dire: «Andiamo verso l’unità come e quando Cristo vorrà». Ci mancherebbe altro che non fosse così! Attenzione però a non omettere ciò che è richiesto, a non finire per fare nulla, in un immobilismo dettato da paura e da ossessione dell’identità confessionale. Oggi l’ecumenismo vive una fase di «inverno», non lo si neghi, e le chiese sono molto più distanti rispetto a qualche decennio fa; in più, tra cattolici e protestanti ormai la distanza è quasi un abisso sulle questioni etiche, soprattutto sulla sessualità. Perché non ci si ascolta? Perché non ci si confida? Perché non si leggono insieme il Vangelo e la tradizione?

Il grande p. Jean-Marie R. Tillard, che ha consacrato la sua vita al dialogo ecumenico, ha parlato nel suo straordinario testamento della necessità di «credere nonostante tutto», e questa esigenza è stata ripresa dal titolo della recente opera, anch’essa “testamentaria”, del teologo gesuita Joseph Moingt: «Croire malgré tout». Questa è la nostra posizione oggi: credere nonostante…