Caro Diogneto - 44


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Ma allora, cosa dobbiamo cercare, come dobbiamo muoverci in questo esodo da una terra che lasciamo alle spalle per dirigerci verso un lido che non conosciamo ma che sappiamo essere un orizzonte abitato dalla potenza di Gesù risorto e vivente, in attesa del nostro approdo per iniziare un altro esodo, per passare di esodo in esodo fino al regno?
Credo che innanzitutto dobbiamo mutare il nostro atteggiamento verso l’umanità nella quale siamo immersi e di cui facciamo parte: un’umanità non più cristiana ma che dobbiamo ascoltare nelle sue manifestazioni più eclatanti e nei suoi gemiti. Come chiesa dobbiamo esercitarci a una lettura sapienziale della storia, senza cedere alla tentazione di assumere posizioni difensive, di asserragliarci in cittadelle che forzatamente contano sul numero e sui recinti: è facile cedere a questa mancanza di fede nel Signore della storia, il Signore amante degli uomini, il Signore che “vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4) e diventare profeti di sventura, come ammoniva Giovanni XXIII cinquant’anni fa, all’inizio del concilio.

Dovremmo ascoltare per imparare, nella consapevolezza dell’autonomia della storia e nella libertà dell’umanità che comunque resta voluta da Dio, composta da persone ciascuna “creata a immagine di Dio” (cf. Gen 1,26): questo sigillo impresso da Dio in ogni essere umano, giusto o peccatore, non potrà mai venir meno. Si tratta anche di non nutrire ingenuità, di non essere sprovvisti di umanità, ma capaci di discernere la presenza del male riconoscendo tuttavia il cammino di umanizzazione e di autocorrezione di cui l’uomo è capace, come ci ricorda Christoph Théobald.
È in questo spazio in cui la chiesa incontra il mondo nell’ascolto e nel dialogo reciproco che i cristiani muniti di una fede matura, esercitata, pensata, dicono e vivono il vangelo innanzitutto come scuola di umanità, cammino di umanizzazione: cristiani che sanno destare fiducia in chi incontrano, in coloro dei quali si fanno prossimi; cristiani che sanno discernere negli altri la fede umana che li abita e ai quali possono donare parole, atteggiamenti e azioni che narrano Gesù di Nazaret. La crisi di fede oggi, prima di essere crisi di fede in Dio, è crisi di fiducia umana, è mancanza di fiducia negli altri, nella vita, nel futuro e, soprattutto, è debolezza nel credere all’amore (cf. 1Gv 4,16). Soltanto in un terreno così umanizzato e predisposto, Dio può allora compiere ciò che lui solo è in grado di operare: donare la fede, cioè aprire una relazione con chi ascolta la sua parola, con chi incontra Gesù Cristo, perché “la fede nasce dall’ascolto” (fides ex auditu: Rm 10,17).

Allora la chiesa troverà alla sua soglia chi desidera e chiede di essere immesso in Gesù Cristo, chi chiede di diventare suo corpo attraverso il battesimo e l’eucaristia... Così avviene la generazione a Cristo e alla chiesa, così l’evangelizzazione diventa evento di incontro, di relazione viva tra Dio e l’uomo: nel tessuto di relazioni umane quotidiane tra il cristiano testimone evangelizzatore e l’uomo di oggi. L’evangelizzazione, infatti, dipende sempre dalla testimonianza personale di chi evangelizza: il vangelo, la buona notizia accade solo nell’incontro, nella relazione con una persona. Gli uomini e le donne di oggi continuano a porre la domanda “come vivere?”. Non rispondiamo loro cercando nuovi metodi più raffinati, non rispondiamo con l’attesa di un facile percorso: tentiamo soltanto di vivere la fede e quindi di destare fiducia, senza avere paura, perché il Signore è con noi, e tanto più ci sentiamo deboli, tanto più in noi opera la sua forza (cf. 2Cor 12,10).

ENZO BIANCHI 

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