Commento al Compendio del Catechismo - 23

Famiglia cristiana, 27 gennaio 2013
di ENZO BIANCHI
In forza di questa reciproca inabitazione, noi possiamo fare nostra la preghiera di Cristo: questa è la preghiera cristiana, nella quale lo Spirito santo ci conforma
Famiglia cristiana, 27 gennaio 2013
ENZO BIANCHI


Nella chiesa esistono diversi cammini di preghiera?
Nella chiesa esistono diversi cammini di preghiera, legati ai differenti contesti storici, sociali e culturali. Spetta al Magistero discernere la loro fedeltà alla tradizione della fede apostolica, e ai pastori e ai catechisti di spiegarne il senso, che è sempre riferito a Gesù Cristo.

(Compendio del Catechismo n. 559)


Qual è la via della nostra preghiera?
La via della nostra preghiera è Cristo, perché essa si rivolge a Dio nostro Padre, ma giunge fino a lui solo se, almeno implicitamente, noi preghiamo nel Nome di Gesù. La sua umanità è, in effetti, l’unica via per la quale lo Spirito santo ci insegna a pregare il nostro Padre. Perciò le preghiere liturgiche si concludono con la formula: “Per il nostro Signore Gesù Cristo”.

(Compendio del Catechismo n. 560)

 

Il miglior commento a queste affermazioni del Compendio è costituito da un celebre testo del Concilio Vaticano II: “Cristo è sempre presente nella sua chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche … Cristo associa sempre a sé la chiesa, sua Sposa amatissima, la quale invoca il suo Signore e per mezzo di lui rende culto all’eterno Padre” (Sacrosantum Concilium 7).


 

Il Signore Gesù Cristo è davvero la via definitiva per andare a Dio (cf. Gv 14,6) e la sua pratica di umanità costituisce la via offerta alla nostra umanità e alle diverse forme della nostra preghiera, che sempre avvengono “per Cristo, con Cristo e in Cristo”. Abbiamo già sostato in precedenza sulla preghiera di Gesù e sull’insegnamento che ne consegue per quella dei suoi discepoli. Qui vorrei invece far notare che dopo l’umanizzazione di Dio in Gesù, dopo che “la Parola si è fatta carne e ha posto la sua dimora tra di noi” (Gv 1,14), certamente l’umanità di Gesù è modello per noi, per giungere a “salvare” la nostra vita. Ma c’è di più: dopo la sua morte e resurrezione, siamo chiamati ad accogliere Gesù Cristo nella sua presenza di Signore e ad accettare che egli venga con il Padre a porre la dimora in noi (cf. Gv 14,23), mediante lo Spirito santo. E accogliere Cristo non significa solo dimorare in lui, ma diventare sua dimora, cioè sperimentare la vita di Cristo in noi, fino a confessare: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal 2,20).


 

Si tratta di un’esperienza capitale per il credente, al punto che la consapevolezza del “Cristo in noi” (cf. Rm 8,10; Col 1,27) diventa il criterio in base al quale discernere la qualità della nostra fede cristiana e della nostra preghiera, come ci ricorda ancora l’Apostolo Paolo, il quale invita i cristiani a mettersi alla prova: “Non riconoscete forse che Gesù Cristo abita in voi?” (2Cor 13,5). In forza di questa reciproca inabitazione, noi possiamo fare nostra la preghiera di Cristo: questa è la preghiera cristiana, nella quale lo Spirito santo ci conforma sempre più al Figlio nel suo essere costantemente rivolto verso il Padre, ci porta ad assumere il suo sentire (cf. Fil 2,5), il suo pensiero (cf. 1Cor 2,16) e il suo comportamento (cf. Col 1,10; 1Gv 2,6).

È allora che comprendiamo che “noi preghiamo nel modo giusto quando la nostra volontà e tutto il nostro cuore si uniscono alla preghiera di Cristo. Solo in Gesù Cristo noi possiamo pregare; ed è anche con lui che noi saremo esauditi” (Dietrich Bonhoeffer).