Commento al Compendio del Catechismo - 28

 

Non a caso, ordinare il tempo è il comando primario nella fede ebraico-cristiana: riservare del tempo per Dio, “santificare” il tempo, cioè distinguere dei tempi “altri” rispetto a quelli destinati al lavoro è il significato delle feste, dei ritmi della preghiera. Un sacrificio interamente consumato per Dio e possibile a tutti è proprio l’offerta a Dio del tempo, il bene più prezioso posseduto dall’uomo. Di più, santificare parte del proprio tempo e destinarlo alla preghiera è già in qualche modo accettare di morire, di perdere un po’ della propria vita per il Signore: forse dare del tempo a Dio è così difficile perché significa fare i conti con la propria morte… D’altronde, chi dice di credere alla vita eterna, come fa a sperimentare questa sua fede se non consacra del tempo per entrare in comunione con Dio qui e ora?

L’aspetto della disciplina del tempo non è dunque marginale, ma è centrale per la preghiera. Occorre darsi dei tempi prefissati e restarvi fedeli, in modo da pregare non solo quando se ne ha voglia; no, la preghiera è la fatica di ogni giorno, è il cibo quotidiano per la vita nello Spirito. Ha scritto Matta el Meskin, un grande padre spirituale del monachesimo egiziano del XX secolo: “Non devi rattristarti per la scarsità del tempo disponibile per appartarti nella camera; devi piuttosto assicurarti di essere pronto e pieno di desiderio di comunicare con Dio: allora ti accorgerai che i minuti possono essere come giorni”.

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