Commento al Compendio del Catechismo - 34

 

Quanto alla difficoltà che siamo soliti definire “aridità del cuore”, anch’essa non deve stupire: tutti conoscono periodi in cui, per diverse ragioni, non si riesce più a pregare e ci si avvilisce fino a ritenere impossibile la preghiera. Ora, la preghiera non è isolata dalla vita concreta, ma resta sempre l’eloquenza di una relazione tra due esseri viventi: Dio e colui che prega. Conosce dunque tempeste e bonacce: nella vita di preghiera nulla è guadagnato definitivamente e nulla è perso per sempre. Occorrono molta pazienza con se stessi e molta disciplina per non cedere a facili idoli: ricorrere a Dio solo nel bisogno, dialogare con lui solo quando si è nell’angoscia, tenere presente Dio solo quando si vive una situazione poetica o estetica particolarmente ispirata…

Il cristiano non può essere “l’uomo di un momento, senza radice in sé” (Mt 13,21); egli deve sottrarsi al mito del “fare esperienza”, del tutto a breve termine, per tendere invece a radicarsi in una storia con il Signore, capace di durare nel tempo. Prima o poi capita a ciascuno di noi di avvertire nella preghiera una contraddizione tra la propria volontà e quella di Dio: sono i tempi in cui Dio sembra lontano e non si vede più con chiarezza il suo volto amoroso. La preghiera diventa una prova, e quanto più uno prega tanto più si scatenano i “nemici”, quelle forze ostili a Dio che abitano le profondità del cuore non ancora evangelizzate. In queste circostanze bisogna resistere alla tentazione di disertare la preghiera, di vagare qua e là in preda all’accidia; occorre invece continuare a perseverare, a offrire la presenza del proprio corpo atono e ribelle alla fatica della preghiera. L’importante – ci ha insegnato Gesù – è non stancarsi di pregare (cf. Lc 18,1).

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