Commento al Compendio del Catechismo - 37

 

L’orizzonte dell’intera preghiera è ben tracciato dall’affermazione con cui essa si apre: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3). Una conoscenza esperienziale del Signore è ciò che della vita eterna ci può essere dato di gustare già qui e ora, in attesa della venuta del Regno. È la conoscenza che coincide con l’amore, come appare dalla promessa con cui la sua preghiera si conclude e – potremmo dire – si apre sul tempo della chiesa: “Padre giusto, … io ho fatto conoscere loro il tuo Nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Gv 17,25-26).

Come vivere questo amore? Confidando nella forza della preghiera di Gesù affinché i suoi discepoli siano nel mondo senza essere del mondo, vivano cioè in pienezza l’esistenza terrena senza cedere alla seduzione degli idoli mondani: “Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo” (Gv 17,15-16). In questa “differenza cristiana” consiste le nostra santificazione, radicata nella santificazione, nella distinzione con cui Gesù ha saputo vivere “altrimenti”, conducendo un’esistenza che è la via definitiva per andare al Padre.
E il modo più eloquente per vivere tale santificazione è la testimonianza dell’unità dei credenti, in obbedienza alla richiesta accorata di Gesù: “Tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21).

ENZO BIANCHI

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