Caro Diogneto 53

1964, cm 32x24
JEAN GUITTON, Jean et Pierre devant le Concile
Jesus, maggio 2013
di ENZO BIANCHI
Qualcosa torna a germogliare e a fiorire, la chiesa “donna anziana” sembra ringiovanirsi, “quelli della soglia” hanno di nuovo il desiderio di rientrare in chiesa

Jesus, maggio 2013
di ENZO BIANCHI

UN’ALTRA PRIMAVERA?

     Per me, per la mia generazione, resta innegabile l’avvento di una grazia che ha segnato la vita cristiana e umana: la grazia di una primavera per la chiesa. Non ho mai dimenticato quell’annuncio profetico fatto da Pio XII all’Azione cattolica italiana nel maggio del 1958. Ero là in piazza san Pietro ad ascoltarlo, ero giovanissimo e tornai a casa impressionato: cosa sarà questa primavera di cui il papa ci avverte? Poco dopo venne quell’uomo che, diventato papa, assunse il nome di Giovanni, ed ecco, a cento giorni dalla sua elezione, l’annuncio di un concilio ecumenico... Non solo ci fu un’attesa carica di speranza, ma subito cominciò a crescere in tutta la chiesa una consapevolezza dell’essere cristiani, soprattutto da parte dei cristiani quotidiani che – con il loro sensus fidei, con quel fiuto spirituale molto più acuto di quanto venga loro riconosciuto – si sentirono partecipi della vita ecclesiale. Era il nascere di una nuova stagione: la primavera, come ebbe a dire anche papa Giovanni. Si voleva una primavera per la chiesa, un aggiornamento, un rinnovamento della fede, ed ecco avvenire questo mutamento di clima, di atteggiamento.     

La chiesa come cittadella abbatteva i bastioni nei quali si era rinchiusa per difendersi negli ultimi secoli; la chiesa lasciava gli accenti intransigenti e severi verso la società e si metteva in ascolto dell’umanità; la chiesa, che si era esercitata in un ministero di condanna per proteggere i fedeli, preferiva ora usare la medicina della misericordia; la chiesa, che tanto si era identificata con l’antica cristianità, si esercitava a diventare veramente universale, capace di accogliere le altre genti e le culture diverse. Sì, noi eravamo nella giovinezza, in noi c’era un’austera formazione ascetica e spirituale post-tridentina, eravamo formati – e lo cantavamo  convinti – a essere “arditi della fede, araldi della croce”, al cenno del Santo Padre “un esercito all’altar!”. Eravamo abituati a una vita liturgica vissuta con una serietà quasi scrupolosa e dalla quale pochi di noi – i chierichetti preparati, quelli che sapevano il latino – attingevano la sua copiosa ricchezza. Ed ecco, poco per volta, il mutamento. Non dimentico che per noi non fu facile, ci costò un caro prezzo, perché le abitudini vissute sacralmente sono difficili da tralasciare. Ma facemmo obbedienza al concilio e percorremmo con fedeltà ecclesiale quel cammino che ci sembrava un esodo, in cui cantavamo canti nuovi... Per tutti fu una primavera: lo dicevano i pastori, lo ripetevano i fedeli.   

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