Caro Diogneto - 57


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Jesus, settembre 2013
di ENZO BIANCHI
Comunione e Concilio
Si rispetti l’uso della “forma straordinaria del rito” romano, si comprendano quei cattolici che vi fanno ricorso per vivere la propria fede come l’abbiamo vissuta noi

Jesus, settembre 2013
di ENZO BIANCHI

COMUNIONE E CONCILIO

Mi pare doveroso rompere il silenzio che ha accolto la dichiarazione di mons. Fellay, superiore della Fraternità san Pio X, nel ricordare il 25° dell’ordinazione di quattro vescovi, compiuta da mons. Lefebvre senza l’autorizzazione papale. Il prelato parla di “gesto eroico” e ribadisce che “la causa dei gravi errori che stanno demolendo la chiesa non risiede in una cattiva interpretazione del concilio – in un’ermeneutica della rottura che si opporrebbe a un’ermeneutica della riforma nella continuità, come più volte ha dichiarato Benedetto XVI – ma nei testi stessi del concilio”. È il concilio che viene dunque rifiutato e condannato in quanto imbevuto di principi modernisti, di spirito liberale e di un’ecclesiologia che costituisce una rottura e un misconoscimento della tradizione cattolica. La rottura della comunione con la sede apostolica petrina è quindi netta ed evidente.

Va detto che le posizioni teologiche della Fraternità San Pio X sono ribadite con chiarezza: il vescovo dichiara autorevolmente che i dialoghi tra le due parti, perseguiti per anni, hanno lasciato le posizioni come all’inizio della rottura. Così si è giunti a una situazione singolare e inedita nella storia della chiesa: una piccola porzione di chiesa si trova in rottura dichiarata con la chiesa e il suo magistero, ma i vescovi che la presiedono non sono più scomunicati – avendo Benedetto XVI tolto loro la scomunica – ma non sono neanche in comunione gerarchica con il papa.