Caro Diogneto - 60


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Olio su tela, 1998 cm 200x200 - collezione privata
ALBERTO GIANQUINTO, Gesù entra in Gerusalemme .... c’è una necessitas passionis della chiesa che è dovuta alla necessitas passionis vissuta dal suo Signore Gesù Cristo ....

JESUS, dicembre 2013
di ENZO BIANCHI
Se la conversione personale richiede rinuncia, fatica, distacchi e quindi sofferenza, tanto più la conversione delle comunità e delle chiese

Il Priore di Bose - articoli su riviste

JESUS, dicembre 2013
di ENZO BIANCHI

Non posso dimenticare che uno dei miei primi interventi pubblici con una certa risonanza avvenne durante un convegno organizzato da p. Balducci e p. Turoldo a Firenze, nel primo post-concilio, e divenne poi un articolo pubblicato su Rocca. Era la stagione dell’entusiasmo dovuto alla primavera inaugurata da papa Giovanni e dal Vaticano II: stagione della “vittoria” di un nuovo modo di vivere la chiesa e di edificarla da parte di tutti i cristiani; stagione di “riforma” contrassegnata da un’atmosfera di fervore e di impazienza; stagione sulla quale io avvertivo però tanta presunzione, circa gli sviluppi possibili di quella straordinaria svolta.

Sorprendendo non poco gli amici con i quali si dialogava intensamente di riforma liturgica, allora ancora allo studio, di vita ecclesiale in stato di conversione per una conformità più profonda alla chiesa come il Signore l’aveva voluta e di dialogo nella mitezza e nella povertà dei mezzi con l’umanità contemporanea, io misi in guardia da un facile ottimismo. Se davvero si fosse imboccata la strada della riforma evangelica della chiesa e del suo ordinamento (papato, episcopato, laicato) – dissi –, si sarebbe andati incontro a un tempo in cui ogni trionfalismo sarebbe stato contrastato da fatica, da sofferenza e finanche da lacerazioni, perché c’è una necessitas passionis della chiesa che è dovuta alla necessitas passionis vissuta dal suo Signore Gesù Cristo. Sarebbe avvenuto per la chiesa come per Gesù: le potenze messe al muro dalla “logica della croce” (1Cor 1,18) si sarebbero scatenate e ci sarebbe stato un “urto” anche con il mondo, sicché nella vita ecclesiale molti avrebbero dovuto soffrire (sì, occorre dirlo, patire!). Se infatti la conversione personale richiede rinuncia, fatica, distacchi e quindi sofferenza, tanto più la conversione delle comunità e delle chiese.

Si sarebbe soprattutto vissuta una duplice tentazione. O arrendersi al mondo, mondanizzandosi, non mostrando più la differenza cristiana, svuotando la croce, annacquando il Vangelo, piegandosi alle richieste del mondo; oppure affrontare il mondo con intransigenza e munirsi delle sue stesse armi: presenza gridata, volontà di contare e di contarsi, atteggiamento da gruppo di pressione, assunzione di compiti non assegnati dal Signore. In ogni caso, restava più difficile la via di “una chiesa povera e di poveri”, di una chiesa che contasse solo sul Signore e non sui “potenti di questo mondo” (1Cor 2,6.8; cf. Mt 20,25), di una chiesa dialogante con gli uomini nella mitezza e nella libertà, senza paura e senza l’ossessione di doversi difendere e vivere come cittadella assediata.

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