Pacem in terris: un impegno permanente

 

Gesti di pace che “nascono dalla vita di persone che coltivano nel proprio animo costanti atteggiamenti di pace”. Sì, perché la pace può nascere solo lì, nel cuore delle persone, e solo da lì può dilatarsi fino a divenire forza pacata ma risoluta che plasma il pensare e l’agire della collettività, della società, della politica. Gesti di pace che nelle diverse circostanze concrete assumono la forma di parole e azioni di verità, giustizia, amore e libertà; gesti di pace di uomini e di donne che – come molti della generazione che li ha preceduti – non si stancano di “bussare da entrambe le parti di tutti i muri” perché si spalanchi la porta del riconoscimento della “comune appartenenza alla famiglia umana” e di un futuro in cui sia possibile a tutti “vivere in sicurezza, giustizia e speranza”.

E come lo scorso anno aveva auspicato che il perdono come via per la pace si traducesse anche “in atteggiamenti sociali e istituti giuridici”, così quest’anno Giovanni Paolo II invita “coloro che occupano posizioni di responsabilità ... a porre coraggiosamente in questione il loro modo di gestire il potere e di procurare il benessere dei popoli” e riprende l’audacia di papa Giovanni nello stimolarli “a immaginare nuove forme di ordine internazionale a misura della dignità umana”. Discorso forte e coraggioso, nel quale vibra con accenti di particolare intensità la sollecitudine e la preoccupazione per la “drammatica situazione del Medio Oriente e della Terra Santa”, là dove con tragica quotidianità si misura la devastazione che nasce da “un esasperato rifiuto reciproco e una catena infinita di violenze e di vendette”. Eppure, anche per quella terra amata e martoriata, l’appello è a guardare oltre, a dar credito al profondo anelito che abita il cuore di uomini e donne di ogni razza e religione e che porta, secondo le parole della Pacem in terris, “a superare le barriere che dividono, ad accrescere i vincoli della mutua carità, a comprendere gli altri, a perdonare coloro che hanno recato ingiurie”.

Enzo Bianchi

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