Il mio buongiorno alla tristezza

Giacomo Ceruti, Vecchio mendicante, 1737, GoteborgJESUS, febbraio 2015
Rubrica La bisaccia del mendicante
di ENZO BIANCHI

Oggi siamo quasi tutti portati a pensare che la tristezza sia un sentimento negativo, un’esperienza da rimuovere, un’inquilina da scacciare. Soggiaciamo all’imperativo: “Non bisogna essere tristi!”.
Ma è proprio vero che la tristezza debba sempre essere combattuta e negata? Non può essere anche un sentimento necessario per vivere in pienezza e per compiere, attraversandola, un cammino di umanizzazione? Vivere senza mai conoscere la tristezza sarebbe un impoverimento: saremmo privati di un’esperienza che può aiutarci a vedere la realtà diversamente e con più chiarezza, a vivere la nostalgia, il ricordo del passato, nella dolcezza, nell’accettazione di ciò che non è più ma che è stato bello e ci ha segnati per sempre.

Per non essere tristi occorrerebbe vivere in una prigione dorata? La leggenda narra che il padre di Gautama, volendo che suo figlio non conoscesse il dolore, fece recintare lo splendido giardino della sua reggia, impedendo così al figlio di uscire e di conoscere il mondo. Le ragioni per essere tristi stavano infatti fuori dal giardino, pensava il padre. Un giorno però Gautama riuscì a uscire e incontrò un malato, un vecchio decrepito e un morto. Conobbe la tristezza, ma quella fu la condizione attraverso la quale poté cercare l’illuminazione e diventare il Buddha

La tristezza nasce da realtà umanissime: la mancanza, la sofferenza, la separazione, la morte, il male, ma queste fanno parte della vita e non è possibile rimuoverle, se non aderendo a delle illusioni. È però decisivo che la tristezza originata dai nostri incontri e dalle nostre consapevolezze non diventi un inquilino stabile nel nostro cuore, non finisca per possederlo, occupandolo interamente. Se questo avviene, allora la tristezza ci oscura lo sguardo del cuore e noi non percepiamo più la luce di ogni giorno, il volto che ci appare in ogni incontro, la bellezza che, sempre elusiva, vince la bruttezza. In questo caso la tristezza diventa sofferenza, finanche disperazione, ma più spesso acedia: l’acedia è la cattiva tristezza accompagnata dalla noia e ha come segno la mancanza di lacrime. Nella tristezza invece, si può anche piangere, e le lacrime sono già apertura alla consolazione.

Vi è dunque – oserei dire – una tristezza da accogliere e custodire come un frutto che nasce dalla nostra coscienza quando diventiamo consapevoli di aver fatto il male e contraddetto il bene, tristezza a causa delle nostre colpe. Non dobbiamo temere questi sentimenti, perché necessari al nostro discernimento del bene e del male, al nostro vivere secondo un’etica assolutamente necessaria alla convivenza. Bonjour tristesse! Lo possiamo dire quando la tristezza si affaccia come malinconia, nostalgia, turbamento. In questi casi siamo sorpresi dalla tristezza che scende nei nostri cuori e si fa percepire in certe ore silenziose e quiete del giorno: quando siamo soli al tramonto (“Sai… quando si è molto tristi si amano i tramonti”, dice il Piccolo principe), quando ci sentiamo avvolti dalla penombra e indotti a pensare, proviamo questo dolce venir meno delle pulsioni che ci eccitano.

Radiosa tristezza, la chiamano i padri del deserto, che rende il nostro cuore umile e non altero, un cuore che non va in cerca di cose grandi (cf. Sal 131,1) ma che sa discernere il limite e la stessa morte che sta dietro a ogni creatura che ci rallegra. La musica, sì, solo la musica sa narrare pienamente la tristezza: penso al rebetiko suonato e cantato nelle taverne della Grecia; penso al flamenco, via privilegiata dell’espressione della tristezza, a volte persino tragica; ascolto i Notturni di Chopin…

La tristezza attesta che ci manca qualcosa, ci fa conoscere incertezza e insicurezza, ma ci rende disponibili a incontri non previsti. Il salmo dice che “se alla sera è ospite la tristezza, al mattino ecco grida di gioia” (cf. Sal 30,6). Dunque, buongiorno tristezza!

Pubblicato su: Jesus