Cibo e condivisione


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Il Messaggero di sant'Antonio, giugno 2015
di ENZO BIANCHI

Il luogo più familiare all’essere umano fin dall’antichità, il luogo dove ancora oggi è possibile esercitare quotidianamente la condivisione del cibo è la cucina, preludio indispensabile affinché la tavola si trasformi da arredo in strumento di comunione. Cucinare e condividere il cibo a tavola, infatti, sono azioni umane, solo umane, non conosciute dagli altri esseri viventi sulla terra. Sono, di fatto, umanesimo, perché chiamano e richiamano uomini e donne, convocano vegetali, animali e anche minerali (il sale...) e cantano il sapore del mondo. E tutto questo in un ritmo umano: non sempre si cucina allo stesso modo! C’è la cucina feriale, in cui ci si nutre con gioia ma nella sobrietà e nella frugalità; c’è il pasto, il banchetto che interrompe la ferialità dei giorni per dire l’insperabile, per celebrare ciò che accade poche volte e per grazia; c’è il pasto del bambino che abbisogna di cibi a lui adeguati; c’è il pasto per l’anziano, che richiede una misura e una leggerezza… Chi cucina ha anche l’arte di differenziare i pasti, perché c’è un pasto per ogni momento sotto il sole.

Ma il preparare da mangiare si intreccia con la dimensione spirituale e sociale della condivisione: come dimenticare che c’è gente che non conosce il pasto perché ne è priva e ha fame? La terra che ci nutre, certo, ma allora come mai molte persone, un sesto della popolazione mondiale, conoscono miseria, fame e non sanno cosa sia la cucina? Rischiamo di “banchettare lautamente ogni giorno”, come il ricco della parabola di Gesù, e di non vedere quanti Lazzari restano fuori (cf. Lc 16,19 ss.) della tavola della terra. Eppure questa tavola dovrebbe essere un convivium per tutti e non dovrebbe escludere nessuno! Certo, uomini e donne nel mondo hanno bisogno non solo di pane, ma di tanti cibi per vivere (cultura, igiene, solidarietà, libertà, dignità), ma se non riescono neppure a vivere per mancanza di cibo, allora la loro vita non ha prospettiva né speranza.

Nella Bibbia, il grande codice della nostra cultura, all’inizio della storia dell’uomo il primo gesto di Dio è dare nutrimento a tutti: dare i vegetali, in primo luogo (cf. Gen 1,29), poi, dopo il diluvio e l’instaurazione di una violenza irrinunciabile per l’uomo, Dio permette agli umani di nutrirsi delle carni di animali, nella speranza che cessino di mangiarsi l’un l’altro (cf. Gen 9,3; Dt 12,15). Dunque cibo per tutti, non solo per alcuni, non per chi si accaparra gli alimenti per sé e li nega agli altri, perché in questo caso è come se si tornasse a uccidersi a vicenda, a mangiarsi a vicenda. Pensiamoci bene: non permettere all’altro di mangiare, per mangiare meglio e di più noi, equivale a nutrirci della sua stessa carne, la carne dei poveri! Nutrire se stessi, dimenticando la fame degli altri, dimenticando le generazioni future che abiteranno la terra, questa terra che è l’unica per noi umani, è uno scandalo, una vergogna! La terra – dovremmo ricordarlo – è di Dio (cf. Es 19,5; Lv 25,23), il che significa che è nostra, ma nel senso che è di tutti: tutti ne siamo custodi, tutti coltivatori, tutti nutriti da essa, senza diritto di prelazione per nessuno!

Che cosa allora, più del cibo, è strumento di comunione? La prima dimensione del condividere, della comunità, è il pane mangiato insieme che ci rende compagni (da cum-panis), e stare insieme alla tavola del mondo è la nostra prima vocazione, perché è quella che ci consente di vivere. Non uccidere significa non solo non impugnare un’arma per annientare l’altro, ma anche non impedirgli di mangiare ciò che io mangio, attraverso il funzionamento dell’economia e della finanza deciso e manovrato da noi ricchi. Nicolas de Chamfort nel XVIII secolo scriveva: “La società si divide in due classi: quelli che hanno più cibo che appetito e quelli che hanno più appetito che cibo”. Purtroppo ancora oggi questa osservazione realistica è tragicamente vera, perché ci sono più Lazzari alle soglie del mondo opulento che ricchi i quali banchettano e gettano via il cibo in eccesso persino rispetto alla loro ingordigia.