Ma i diritti dell’uomo non hanno confini


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Ma i diritti dell’uomo non hanno confini

Famiglia Cristiana, 27 agosto 2006

La vicenda di Hina, la giovane pakistana uccisa dai suoi stessi familiari per aver intrapreso una vita libera in un paese libero, ci ricorda tragicamente come non possiamo mai dare per acquisite una volta per tutte e da tutti le conquiste raggiunte nel campo dei diritti umani: non dobbiamo dimenticare, per esempio, che anche nel nostro paese le attenuanti per il “delitto d’onore” sono state abolite solo venticinque anni fa. D’altro lato ci interpella su cosa significhi integrazione, assimilazione, accoglienza, rispetto di chi è “altro” per cultura, tradizioni, religione all’interno di una convivenza civile e laica come quella che ci prefiggiamo di vivere in Europa e in Italia. Accoglienza e integrazione infatti non sono date solo da un posto di lavoro più o meno precario, ma includono la possibilità di un alloggio decente, di percorsi educativi per i bambini, socioculturali per gli adulti tali da permettere anche a questi “altri” di contribuire all’edificazione della polis comune. Altrimenti saranno passati dal loro inferno a un nuovo inferno, separato dalle nostre case da un muro di impenetrabilità quando non addirittura di cemento.

Ora, ogni società ha leggi, usanze, tradizioni proprie, ma questo non significa affatto che qualsiasi comportamento sia lecito per il solo fatto che tale viene considerato in un determinato ambito culturale: vi è infatti anche un patrimonio universale che si è venuto configurando nel corso dei secoli e che deve costituire un baluardo intangibile di civiltà da salvaguardare attivamente contro chi, all’interno di quella società, non sa o non vuole attingervi. A questo patrimonio di principi “non negoziabili” deve attenersi chiunque entri a far parte di una determinata convivenza civile nella nostra epoca segnata più di altre dall’incontro tra mondi un tempo non comunicanti.

In questo senso vi è un aspetto importante, eppure poco approfondito, nel recente disegno di legge che riforma tempi e modalità per l’acquisizione della cittadinanza italiana: il passaggio dallo ius sanguinis allo ius soli. Finora, in linea con un’usanza impostasi in Europa con il sorgere e l’affermarsi degli stati nazionali, si diventava cittadini italiani alla nascita se si aveva un genitore italiano: prevaleva cioè il “diritto del sangue”. Ora si fa strada, pur con alcune limitazioni, il “diritto del suolo” – in vigore da tempo nel mondo anglosassone, ma risalente addirittura al diritto romano – in virtù del quale diventa cittadino italiano chi nasce sul “suolo” italiano.

Più che a prendere atto di una mutazione sociologica da paese d’emigrazione a paese d’immigrazione, questo cambiamento ci porta a riflettere su cosa oggi determina una “eredità sociale”: il sangue, il patrimonio genetico, l’appartenenza a una determinata famiglia, oppure il suolo, la condivisione di un territorio fisico e uno spazio legislativo? Cosa ci consente di dire: “da noi questo non si fa”? Cosa definisce il “da noi”? L’abitudine ci porterebbe a rispondere appellandoci solamente alle “radici” cristiane, anche se magari nel frattempo le abbiamo lasciate seccare: tesoro prezioso, non solo per i credenti ma per l’umanità intera. Ma non possiamo fermarci qui: nelle nostre terre di antica cristianità, l’incarnarsi del messaggio evangelico si è intrecciato, sovente anche in modo fecondo, con le ricchezze di altre culture e religioni fino a dar corpo a un insieme di convinzioni irrinunciabili esplicitate nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e, in Italia, nei principi fondamentali della Costituzione: è questo il “suolo” comune che ci è chiesto di difendere da perverse interpretazioni dei vincoli di sangue e di religione. La povera Hina non è forse stata una vittima del “sangue” tribale? E non avrebbe dovuto trovare protezione sul “suolo” di una legge condivisa, nell’humus vitale dei diritti dell’uomo che nessun codice ancestrale può e deve violare?

Enzo Bianchi