Parola di Dio e Sante Scritture

 

4. La lectio divina

Affermando che la Parola di Dio è “sorgente pura e perenne della vita spirituale” (DV 21) e che per attingerla occorre una “lettura assidua” della Scrittura (assidua lectio: DV 25) volta non all’erudizione, ma alla “conoscenza di Cristo” (ibid.) e all’“amore di Dio” (DV 23), la Dei Verbum ha di fatto sollecitato la ripresa dell’antica pratica della lectio divina, ovvero di una lettura delle Scritture che divenga svelamento di una Presenza e discernimento del volto di Cristo, il quale “è presente nella sua Parola” (SC 7).

Nella lectio divina il credente legge parole bibliche per ascoltare la Parola di Dio, e così la sua lettura diviene un leggere se stesso comprendendosi in maniera rinnovata a partire dalla luce che proviene dal testo, dal volto di Cristo che emerge dalla pagina biblica. Leggendo, il credente si sente letto, ripete l’esperienza di David che si sente dire da Natan: “Sei tu quell’uomo” (2Sam 12,7), si tratta di te, si parla di te, res tua agitur! Questa lettura costituirà anche il cuore e l’essenziale dell’ascesi e della disciplina del credente: essa esige silenzio, solitudine, concentrazione, lavoro interiore, riflessione, attenzione, e anche uscita da sé e apertura all’Altro. Essa diviene il nucleo della vita spirituale tout court: come ci si rapporta con il testo biblico, così ci si rapporta con l’altra persona, con gli eventi dell’esistenza, con i fatti ecclesiali e della storia.

I quattro momenti classici della lectio divina (lectio, meditatio, oratio, contemplatio) possono riassumersi in due momenti fondamentali: uno maggiormente oggettivo, in cui si lascia emergere il testo nella sua alterità, e uno maggiormente soggettivo in cui la propria soggettività entra in relazione con la Parola ascoltata, se ne lascia giudicare, consolare, orientare e vi risponde con la preghiera. È questa la struttura essenziale della lectio divina. Nel primo momento può rientrare anche lo studio, l’approfondimento del senso del testo, il ricorso a qualche strumento esegetico o a qualche commentario per meglio comprendere ciò che il testo vuol dire. Non va però dimenticato che ciò che è veramente fruttuoso è lo sforzo personale, la ricerca personale. I movimenti della lettura che vengono richiesti nella lectio divina sono gli stessi della relazione con un’altra persona: l’alterità del testo, ossia la distanza culturale che lo separa da noi, e l’alterità dell’altro essere umano vanno prese sul serio e richiedono un appropriato lavoro. Anche di fronte a un’altra persona, si tratta anzitutto di ascoltarla, di osservarla, di lasciarle spazio affinché possa esprimersi e mostrarsi per ciò che è; si tratta di avere rispetto e intelligenza di lei per poter poi correttamente reagire, rispondere, coinvolgersi con lei.

La lettura biblica diviene ascolto della Parola di Dio grazie alla fede, vero criterio ermeneutico delle Scritture che sono state redatte e composte a partire dalla fede nel Dio che agisce nel mondo e interviene nella storia e che ha rivelato il suo volto definitivo in Cristo. Questa fede guida a un ascolto personale e contemporaneo; essa si trasforma in certezza che il Signore parla a me, oggi, tramite la pagina biblica. Una tale lettura si accompagnerà alla preghiera, come attesta di nuovo la Dei Verbum: “La lettura della Scrittura deve essere accompagnata dalla preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l’uomo” (DV 25). Si tratterà di iniziare la lettura con un’epiclesi, un’invocazione dello Spirito santo, e di chiuderla con preghiere plasmate dall’ascolto della Parola.

Un importante criterio di assimilazione della Parola di Dio contenuta nelle Scritture è che la loro lettura tende all’azione, alla pratica. La Scrittura la si capisce a misura che la si vive, che la si mette in pratica. Anzi, l’esperienza stessa della vita (nel bene e nel male) può aiutare la comprensione della Scrittura. Scriveva al riguardo Giovanni Cassiano: “Le Scritture si rivelano a noi più chiaramente e ci aprono il loro cuore e quasi il loro midollo, quando la nostra esperienza non solo ci permette di conoscerle, ma fa sì che ne preveniamo la stessa conoscenza, e il senso delle parole non ci è rivelato da qualche spiegazione, ma dall’esperienza viva che ne abbiamo fatto” (Conferenze X,11). La lectio divina innesca così un rapporto dialogico tra la Bibbia e il lettore, che sfocia in un interscambio vitale tra la vita testimoniata nel testo biblico e la vita del lettore odierno.