Prolusione al X Convegno Liturgico Internazionale


Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /home/monast59/public_html/templates/yoo_moustache/styles/bose-home/layouts/article.php on line 44

 

Fatte queste considerazioni introduttive, vorrei ora pormi a voce alta una prima domanda e tentare brevemente una risposta: ci sono dei principi che vanno onorati nell’attuare l’adeguamento liturgico di una chiesa, in particolare di una chiesa cattedrale?

Un’osservazione assolutamente necessaria da fare riguarda la cattedrale come costruzione. Lungo la storia le forme sono state molto diverse e vanno distinte: non solo l’oriente e l’occidente ma anche la Siria e il Nord Africa – e si potrebbe continuare… – rappresentano aree in cui si sono sviluppate forme architettoniche molto diverse. Va riconosciuto che queste forme sono anche dovute alla teologia che le ha abitate e le ha giustificate. L’architettura di una cattedrale non è infatti dovuta solo alla capacità tecnica o all’eredità culturale, ma anche alla teologia, meglio ancora all’ecclesiologia di riferimento.

Per questo in determinate epoche, contrassegnate da una svolta teologica ed ecclesiologica, si sono operate trasformazioni e adeguamenti liturgici che hanno mutato lo spazio e la forma della chiesa. Cammino, questo, che è stato necessario e si è imposto per ragioni ecclesiali, anche se non sempre è stato operato in modo irreprensibile o esente da critiche: critiche formulate contestualmente all’adeguamento o anche espresse più tardi, quando altri canoni artistici o teologici portavano a un giudizio diverso sulle trasformazioni. Certamente nella chiesa cattolica, a differenza di quelle orientali, la tradizione costante è quella della creazione di nuove forme e del ricorso a forme estetiche contemporanee per servire la liturgia: il tutto sempre con l’intenzione di aiutare gli uomini e le donne di un determinato tempo alla lode di Dio e al culto cristiano.

In quest’ottica, la storia è per noi maestra. In occidente nel primo millennio è prevalsa la forma basilicale, ereditata dal mondo romano. Essa esprimeva alcune intuizioni cristiane decisive quali l’orientamento e la distinzione degli spazi. Ma la forma del coro e del santuario, nonché lo spazio dell’ambone, sono stati prospettati in modi diversi, almeno nei primi otto secoli: solo tra il IX e il X secolo altare, ambone e cattedra trovano posto nell’abside o ai suoi bordi.

Nel periodo gotico ecco il frazionamento e anche la chiusura dello spazio liturgico. La creazione dello jubé separa in modo netto l’assemblea (della quale si ha un concetto assai debole!) dal clero, vescovi e canonici, oppure monaci, ai quali spetta lo svolgimento della liturgia. L’assemblea non assiste neppure alla liturgia ma ne percepisce il suono lontano, proveniente da uno spazio altro, celato, mentre sosta nelle cappelle delle navate, dove i fedeli venerano le reliquie o pregano nel luogo riservato alla loro corporazione. E così il mistero è letto come misterioso… Si pensi che nella cattedrale gotica di Strasburgo furono costruiti in quel tempo sessantaquattro altari lungo tutte le navate!
Nel periodo della riforma cattolica seguita al Concilio di Trento l’architettura cattolica conosce un forte cambiamento. Il desiderio del popolo cristiano di «vedere» la celebrazione del mistero trova esaudimento. Il Concilio di Trento chiede che il fedele veda e ascolti la liturgia, che «assista» almeno, e per questo si abbattono muri e jubés, si mutano le vetrate perché la luce penetri sull’assemblea, e così la chiesa prende addirittura la forma di un teatro: scompaiono le navate e la chiesa è un volume unico e grande, non chiuso; appaiono i banchi per i fedeli; la decorazione occupa tutto lo spazio.
Nell’epoca barocca, sempre per «far vedere», ecco l’altare a retable, l’altare con la pala dietro a esso; ecco la mensa, o tavola, ridotta a mensola, mentre il tabernacolo, sempre più ostentato, appare come il punto focale della chiesa e dell’intero apparato decorativo.

Infine, eccoci oggi a un’altra svolta: la necessità di adeguare lo spazio liturgico alla nuova ecclesiologia del Vaticano II – ecclesiologia di comunione, che considera l’assemblea tutta come popolo sacerdotale e soggetto celebrante – e alla riforma liturgica che ne discende. Date queste premesse, occorre pensare lo spazio della chiesa in modo tale da favorire la partecipazione dei fedeli alla liturgia, il che è decisivo per la verità del culto cristiano. In questo senso, credo che oggi, di fronte a ogni adeguamento liturgico, dobbiamo semplicemente porci due ulteriori domande, che vorrei offrire come stimolo al confronto e al dialogo.

* * *