Il Concilio Vaticano II e la chiesa

Cagliari, Facoltà Teologica, 19 aprile 2013

Premessa
Ringrazio l’arcivescovo di Cagliari Arrigo Miglio per l’invito rivoltomi e vorrei esprimere la mia gioia per essere oggi in mezzo a voi, cristiani di Cagliari e della Sardegna, in questa vostra Facoltà Teologica. In particolare, sono lieto della possibilità di riflettere con voi sul concilio Vaticano II, “la grande grazia di cui la chiesa ha beneficiato nel secolo XX” (Giovanni Paolo, Lettera apostolica Novo millennio ineunte [6 gennaio 2001] 57), a cinquant’anni dalla sua celebrazione. Un concilio ancora da realizzare in molte delle sue istanze, come ha detto Benedetto XVI lo scorso 14 febbraio incontrando il clero di Roma, e come ha ripetuto recentemente papa Francesco, sottolineando che il concilio, ispirato dallo Spirito, spinge ancora oggi la chiesa ad andare avanti (omelia del 16 aprile 2013).
Sul concilio Vaticano II avete già ascoltato altri interventi di chi mi ha preceduto. Questa sera io mi inserisco nel vostro itinerario sostando in particolare sulla costituzione pastorale Gaudium et spes, ovvero la costituzione che ha fatto una lettura della chiesa nel mondo. È un testo promulgato il 7 dicembre 1965, dunque l’ultimo giorno del concilio, che ha ricevuto l’approvazione di 2309 padri, a fronte di soli 75 voti contrari. Questa costituzione costituisce un unicum tra tutti i documenti conciliari e una novità nel corso di due millenni di storia della chiesa.
Ma prima di riflettere su questo documento sento il dovere di fare alcune precisazioni che ci aiuteranno a comprendere meglio il suo significato e a leggerlo in modo più critico.

 

1.   Alcune precisazioni introduttive
Innanzitutto una precisazione su un aggettivo che accompagna non solo questo testo, definito costituzione pastorale, ma è stato applicato a tutto il concilio. Già Giovanni XXIII affermava di volere un concilio pastorale, dunque con dei tratti che l’avrebbero differenziato dai concili precedenti. È un termine decisivo: concilio pastorale, costituzione pastorale. Nell’intenzione di papa Giovanni, manifestata più volte e in diversi modi, “pastorale” significava un concilio e dei testi che non erano tesi a condannare dottrine e uomini, come era avvenuto nei concili precedenti, radunati proprio a causa della presenza di errori nella fede. Questo aggettivo si riferiva invece a un opera di aggiornamento dei contenuti della fede e della collocazione della chiesa nella storia e tra gli uomini.
In verità Giovanni XXIII voleva una rilettura della vita della chiesa fatta con lo sguardo di Gesù, “il buon pastore” (Gv 10,11.14); voleva un concilio non con dei tratti giudiziali, ma caratterizzato da sollecitudine e ansia per la vita delle chiese e di tutta l’umanità. Alcuni hanno insistito su questo aggettivo “pastorale”, facendone un pretesto per dire che il concilio Vaticano II non è teologico, non è dogmatico, non ha un’importanza come gli altri che si erano sempre espressi con articoli di condanna e di scomunica. Un pretesto per indebolire l’autorità del Vaticano II e, in qualche misura, “declassarlo”, come si arrivò a scrivere in prima pagina sull’Avvenire nel 1983…
No, per papa Giovanni e per Paolo VI, i papi del concilio, la verità è sempre pastorale, sempre cioè sta in rapporto con l’uomo ed è rivelata, mostrata e confermata dal Signore, pastore della chiesa. Nell’allocuzione di apertura dell’11 ottobre 1962 Giovanni XXIII ribadiva che “compito del concilio è custodire e promuovere la dottrina”, ma che questo compito non poteva essere assolto rinnovando condanne di errori. Occorreva invece “fare un balzo innanzi verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze”, discernendo tra sostanza della dottrina e sue formulazioni, nell’esteso spazio della “medicina della misericordia”. Ed è a questo proposto che aggiungeva: “Si dovrà ricorrere a un modo di presentare le cose che più corrisponda al magistero, il cui carattere è preminentemente pastorale”. Il Vaticano II dunque è stato un concilio pastorale in senso alto, autenticamente teologico, dottrinale nella sollecitudine pastorale. Assumere il profilo pastorale ha significato per il concilio anche ascolto dell’uomo, perché il pastore ascolta le sue pecore; ha significato pronunciare parole che portano il segno dell’ansia del buon pastore, del “pastore dei pastori” (1Pt 5,4) che nella chiesa è sempre Gesù Cristo.
Ma vorrei aggiungere un’altra precisazione, assumendomene la responsabilità, perché ho consapevolezza che la concezione che sto per esprimere non è espressa da altri che hanno letto il concilio. Il Vaticano II non è stato un concilio ecclesiologico – come dicono i più – anche se indubbiamente ha riflettuto sulla chiesa, ma è stato un concilio cristologico, e più degli altri del secondo millennio. Chi sa leggere bene il concilio in modo dossologico, chi legge i documenti del concilio nel loro insieme, scorge che in essi è presente una cristologia diffusa e precisa. Al centro del concilio vi è sempre Gesù Cristo. Se infatti seguiamo l’ordine cronologico in cui sono stati emessi i documenti, ci accorgiamo che:

  • nella costituzione sulla liturgia c’è una riflessione sul Cristo morto e risorto, sul mistero pasquale;
  • nella costituzione riguardante la rivelazione e le sante Scritture al centro vi è Cristo, Dei Verbum, Parola di Dio;
  • nella costituzione riguardante la chiesa nel mondo si parla di Cristo, vero Adamo, uomo per eccellenza, immagine della vera umanità.

Joseph Ratzinger, allora giovane teologo presente al concilio come esperto, all’apertura della seconda sessione scriveva nel suo diario il 29 settembre 1963, commentando il discorso di Paolo VI, che proseguiva il Vaticano II dopo la morte di Giovanni XXIII:

Ciò che mi ha colpito di più è l’aspetto decisamente cristologico del [discorso del papa]. Con quale enfasi risuonava l’espressione liturgica Te Christe solum novimus (noi conosciamo solo te, o Cristo) e la conclusione: Christus praesideat!, gridò il papa, Cristo presieda questo concilio.

Sì, il Vaticano II è stato un concilio cristologico, un concilio che ha fatto emergere in modo rinnovato il volto di Cristo,
un Cristo conosciuto meglio tramite le sante Scritture in cui è contenuta la Parola di Dio;
un Cristo capo della chiesa che è il suo corpo (cf. Col 1,18);
un Cristo presente nella vita ecclesiale e personale del cristiano attraverso la celebrazione del mistero pasquale, la liturgia;
un Cristo amico degli uomini, presente nell’umanità fin dalla creazione, per salvarla e trasfigurarla nel Regno.

Non a caso Paolo VI nell’allocuzione di apertura della seconda sessione faceva riferimento allo “splendido mosaico nell’abside della basilica di San Paolo fuori le mura. Il papa [Onorio III], di proporzioni minuscole e con il corpo quasi annichilito prostrato a terra, bacia i piedi di Cristo, che, dominando con la mole gigantesca, ammantato di maestà come un regale maestro, presiede e benedice la moltitudine radunata nella basilica, che è la chiesa”. Il papa quasi scompare di fronte al Signore e Re dell’universo!

 

2.   “La chiesa non poteva compiere un passo positivo nei tempi nuovi?”
È in questa prospettiva di concilio cristologico che oggi credo vada riletta la Gaudium et spes, perché in questo modo si coglie in essa l’essenziale e non si rischia di maggiorare o cristallizzare come dottrina letture contingenti della storia sempre cangiante. Questo testo – occorre riconoscerlo – contiene delle valutazioni contingenti che dopo quasi cinquant’anni possono anche essere riviste, accresciute, precisate, o addirittura giudicate oggi non più pertinenti. Ma il suo messaggio mette a fuoco innanzitutto l’amore di Dio per il mondo in Cristo; chiede alla chiesa di stare nel mondo conformemente alla logica e allo stile dell’incarnazione; indica che l’umanizzazione è il cammino voluto da Dio per la salvezza cosmica.
La Gaudium et spes – va detto – è stata il testo che ha radunato la maggior parte delle aspettative del concilio. La chiesa che viveva ancora l’epoca post-tridentina e barocca, che soprattutto a partire da quell’epoca si era sentita assediata, prima dalla riforma poi dall’illuminismo, che aveva preso la strada dell’intransigentismo e si era data il volto di una roccaforte, era consapevole del suo rapporto negativo con l’età moderna e con le differenti culture che ormai si imponevano con evidenza globale di fronte alla chiesa stessa. Era chiesa nel mondo e qualche volta anche chiesa contro il mondo! “Le cose dovevano rimanere così? La chiesa non poteva compiere un passo positivo nei tempi nuovi?”. Sono parole di Benedetto XVI del 2 agosto 2012, in un suo commento al concilio. L’età moderna chiedeva alla chiesa di essere letta, percepita e assunta dalla chiesa in modo nuovo.
Ecco dunque che si apriva un itinerario lungo, faticoso, difficile: occorreva leggere e discernere “i segni dei tempi”, espressione presente sulle labbra di Gesù (Mt 16,3) e rimessa al cuore delle attese ecclesiali da papa Giovanni. Occorreva assumere un nuovo stile di collocazione nel mondo e nella storia: non una chiesa maestra innanzitutto, sopra e distaccata dal mondo, ma una chiesa che comprende se stessa come facente parte del mondo, solidale con l’umanità, pellegrina e in ricerca di salvezza come tutta la terra. Occorreva l’audacia di affrontare temi e situazioni ancora inediti, inaspettati, come l’emergere dei popoli del terzo mondo, la presenza eloquente e dinamica delle altre religioni, il leggere l’esperienza di persecuzione subita dai cristiani in molte terre come spinta a chiedere il diritto della libertà di coscienza, della libertà religiosa, ritenuta nociva dal magistero precedente al concilio. Temi, questi, illuminati poi da due documenti che si staccarono dal cosiddetto schema XIII, per diventare due dichiarazioni autonome, la Nostra aetate e la Dignitatis humanae. Va riconosciuto: la costituzione sulla chiesa nel mondo è stata soprattutto l’apertura di una strada, ma quanta ragione ci fosse in quel cammino lo comprendiamo solo ora! Come non vedere nella scelta di affrontare il tema delle religioni e del dialogo una profezia? Come non vedere nella dichiarazione sulla libertà religiosa una chiaroveggenza, una visionarietà, l’individuazione di temi che oggi sappiamo essere cogenti, importanti, decisivi per il futuro dell’umanità?
Ma cerchiamo ora di mettere a fuoco la costituzione Gaudium et spes nei suoi punti di forza, nelle sue acquisizioni che rappresentano ancora oggi dei veri punti di orientamento, quei punti che fanno del concilio “una sicura bussola” (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte 57).

 

3.   Una lettura della Gaudium et spes

a)  Il dialogo: stile di comunicazione della chiesa con il mondo
Se papa Giovanni nell’allocuzione “Gaudet mater ecclesia” in apertura del concilio aveva indicato come preoccupazione conciliare che “la luce della verità fosse presentata in modo accessibile a tutti gli uomini”, la costituzione cerca di assumere questa indicazione in primo luogo “imparando dalla storia, maestra di vita”, quindi ascoltando le ansie degli uomini e cercando il dialogo con il mondo. Ecco dunque uno stile e un’urgenza: il dialogo. Per questo la Gaudium et spes “si rivolge non più ai soli figli della chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini indistintamente” (GS 2), in modo nuovo e coraggioso, “per offrire all’umanità la cooperazione sincera della chiesa, al fine di conseguire la fraternità universale” (GS 3).
Proprio in questo guardare al mondo e parlare al mondo si è verificato uno dei mutamenti più significativi. Il nostro testo non enuncia dei principi, non mette in primo piano i cosiddetti preambula fidei, i presupposti della fede, ma guarda, interroga, ascolta, entra in dialogo con gli uomini e le loro culture, con la modernità. Cerca l’uomo dove egli è, e nell’umanizzazione di cui la storia ci dà testimonianza cerca quelle tracce che Dio ha mostrato in modo definitivo in Cristo, l’uomo per eccellenza, il vero Adamo, il Figlio di Dio in cui tutto è stato fatto e nel quale tutto deve essere reintestato (cf. Col 1,15-17). Si mette così fine al triste capitolo della storia della chiesa che va dal XVI secolo in poi, quando la chiesa si era impegnata, di fronte a un mondo che reclamava una legittima autonomia per la scienza, la cultura, la politica, ad accendere conflitti, a essere intransigente e severa per custodire la verità e il suo rivestimento culturale, per definire il deposito della fede, le sue espressioni e il modo in cui è annunciato, senza operare un doveroso discernimento.
Paolo VI nella scia del concilio scriverà:

La chiesa deve venire a dialogo con il mondo in cui si trova a vivere. La chiesa si fa parola; la chiesa si fa messaggio; la chiesa si fa conversazione … Ancor prima di convertire il mondo, bisogna accostarlo e parlargli … Il dialogo …. deve ricominciare ogni giorno; e da noi prima che da coloro ai quali è rivolto (Enciclica Ecclesiam suam [6 agosto 1964] 67.70.79).

Ma già prima, da Betlemme il 6 gennaio 1964 aveva gridato:

Noi guardiamo al mondo con immensa simpatia. E se anche il mondo si sentisse estraneo al cristianesimo e non guardasse a noi, noi continueremmo ad amarlo perché il cristianesimo non potrà sentirsi estraneo al mondo.

Dialogo perché la chiesa non ha paura degli uomini e del mondo, sapendo che Dio ha giudicato l’opera della creazione “bella e buona” (cf. Gen 1,4.10.12.18.21.25.31) e “vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4). La chiesa dialoga con il mondo perché la sua fede in Cristo, télos, fine dell’umanità, le chiede di guardare all’uomo anche nella realtà della sua finitezza e del suo peccato come a una creatura che è sempre immagine di Dio nel mondo (cf. Gen 1,26-27), una creatura sempre chiamata a diventare, nel Figlio, il Figlio di Dio. Tutto ciò che è veramente umano è cristiano e tutto ciò che è autenticamente cristiano è umanissimo! Scriveva ancora Paolo VI nel discorso di apertura della quarta sessione del concilio (14 settembre 1965):

Quando un giorno si domanderà: “Cosa faceva la chiesa al concilio Vaticano II?”, si potrà rispondere: “La chiesa amava, amava l’uomo, amava tutti gli uomini!”.

b)  La dignità della persona umana
La riflessione della Gaudium et spes si concentra sull’uomo e cerca di affermarne la dignità. È questa centralità dell’uomo che contraddistingue la ricerca e il pensiero sviluppato nella costituzione, sicché si può parlare di adesione della chiesa alla svolta antropologica della modernità. Si badi bene, centralità dell’uomo alla luce del Primo Adamo, venuto sulla terra quale “figlio di Adamo” (Lc 3,38) nella storia: il Cristo.
Il testo, originariamente forse segnato dall’ottimismo di quell’ora culturale (fine della guerra fredda, prima conquista dello spazio, fine del colonialismo, emergenza dei diritti e della soggettività della persona), prima della sua redazione finale ha subito integrazioni e correzioni, sicché non si è parlato solo della dignità e della vocazione divina dell’uomo, ma anche della sua miseria segnata dal male, dal peccato, dall’ingiustizia, dalla violenza, dalla guerra… È nell’uomo che avviene la lotta drammatica tra vita e morte, luce e tenebra, bene e male; è in ogni uomo la responsabilità per tutta l’umanità; è nell’umanità la possibilità di decidere del suo futuro. L’uomo, pur conoscendo il peccato che è non riconoscimento di Dio, disobbedienza alla propria condizione di creatura, cammino mortifero per il singolo e per gli uomini tutti, tuttavia ha sempre una dignità che egli può offuscare e contraddire, ma mai perdere; l’uomo infatti resta sempre un riflesso della gloria di Dio, resta la sua immagine, e dunque – secondo l’espressione di sant’Agostino – “capax Dei”, capace di ricevere Dio (cf. La Trinità XIV,4.6; 8.11; cf. anche GS 12: “L’uomo è stato creato ‘a immagine di Dio’, capace di conoscere e amare il proprio Creatore”).
Nell’uomo lo Spirito di Dio è all’opera, è presente, perché la grazia di Dio ha il primato anche sul male e sul peccato. Tra la grazia di Dio e il cammino dell’umanizzazione c’è sempre sinergia, e quest’opera dello Spirito santo deve essere riconosciuta dalla chiesa, affinché i cristiani scoprano – secondo la celebre immagine patristica – “i semi della Parola”, i semi dello Spirito santo nelle diverse culture e nei diversi sforzi che gli uomini fanno, spinti dall’amore che li abita contro il male che li tenta e li colpisce. Questo l’atto di fede indicato dalla Gaudium et spes: nel cuore di ogni uomo, in ragione della sua qualità di “creatura Dei”, in ragione della sua vocazione di immagine di Dio nel mondo, c’è la possibilità di ricevere Dio, c’è l’attrazione da parte del Signore vivente (“e io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”: Gv 12,32). Nel cuore di ogni uomo, non di ogni cristiano soltanto, ma di ogni uomo, lo Spirito di Dio è presente, agisce perché l’uomo diventi più uomo, perché l’umanità percorra la via dell’umanizzazione in modo da acconsentire alla volontà di Dio che vuole essere “tutto in tutti” (1Cor 15,28).
E qui devo assolutamente leggervi un passaggio della Gaudium et spes, una delle affermazioni più vigorose di tutto il concilio, parole che quando le leggo e le rileggo mi commuovono ancora e mi fanno esultare per la mia fede cristiana:

Il cristiano … associato al mistero pasquale e assimilato alla morte di Cristo, andrà incontro alla resurrezione confortato dalla speranza (cf. Fil 3,10; Rm 8,17). E questo non vale solo per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nei cuori dei quali lavora invisibilmente la grazia. Cristo, infatti, è morto per tutti (cf. Rm 8,32) e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale (GS 22).

Questa dichiarazione pone fine a tanti atteggiamenti teologici del passato. Avete sentito: “non solo per i cristiani ma per tutti gli uomini” è possibile la salvezza. Fine dell’”extra ecclesiam nulla salus”! In tutti gli uomini lavora invisibilmente la grazia che è lo Spirito santo, perché Cristo è morto per tutti: fine di ogni giansenismo! Lo Spirito offre a tutti (non siamo noi e nemmeno la chiesa a decidere) di essere associati (consocientur) al mistero pasquale. Tale e così grande è il mistero dell’uomo!

c)  La communitas humana, la comunità degli uomini
Nella seconda parte della costituzione i temi sono molti e si tenta di illuminare con il Vangelo numerosi problemi sentiti dagli uomini come urgenti e decisivi per la loro felicità, per trovare senso alla loro vita. Si parla dunque del matrimonio e della famiglia, della cultura, della vita sociale, economica e politica, della promozione della giustizia e della pace. Non potremmo neppure accennare, per ragioni di tempo, alla lettura che di questi temi fa la Gaudium et spes. Possiamo invece mettere in risalto come il concilio, affermata la dignità dell’uomo, ha letto la communitas:

Dio … ha voluto che tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra di loro con animo di fratelli (GS 24).

Questa realtà che lega in fraternità e in solidarietà tutti gli uomini è chiamata “comunione tra persone”, “comunità”, realtà assolutamente voluta da Dio, perché l’uomo da lui creato non è solo, ma è relazione, è comunicazione, è l’umanità ordinata al corpo di Cristo, alla chiesa quale comunione di vita tra Dio e gli uomini. L’antropologia della Gaudium et spes è unitaria, dialogante, guarda sempre all’uomo nella societas e vede nella comunità umana il frutto dell’adempimento del comandamento dell’amore (cf. Gv 13,34; 15,12), l’interdipendenza della responsabilità personale, l’alveo della coscienza personale. La comunità degli uomini è un cammino in cui lo Spirito di Dio è presente come in ogni uomo, e quando la chiesa la vuole indicare si lascia ispirare dalla comunione divina trinitaria (cf. GS 24).
Nel piano di salvezza di Dio c’è la communitas, c’è la condivisione di tutto ciò che all’uomo è donato, c’è la responsabilità dell’agire da parte di tutti per la vita piena, la giustizia, la pace, la lotta contro il male. Per questo la chiesa vuole stare nella storia, non limita il suo campo di azione e di interesse solo alle realtà spirituali. Non sta “relegata nella sacrestia”, “ghettizzata” e “senza una parola pubblica”. La chiesa non impone, la chiesa non vuole reggere la società, la chiesa non vuole neppure essere domina in questo mondo, anche quando gli uomini glielo concedessero, ma ha una voce che deve far sentire a tutti gli uomini. E i cristiani? Nessuna dicotomia tra la loro fede e la loro vita, nessuna frattura tra fede e cultura (il grande dramma della nostra epoca, diceva Paolo VI), ma con gli altri uomini, in piena solidarietà, devono cercare cammini di umanizzazione che saranno cammini di salvezza. Per questo i cristiani sono chiamati a essere “sale della terra” (Mt 5,13), mescolati con gli altri, ma anche “luce del mondo” (Mt 5,14), mostrando “la differenza cristiana”, la luce del Vangelo, rendendo ragione della speranza che è in loro (cf. 1Pt 3,15).
Sì, nella Gaudium et spes la chiesa che è comunione sta nello spazio in cui gli uomini tentano vie di comunione, tentano la communitas, e dà il suo contributo senza paura né timidezze, ma anche senza arroganza o ricerca di consenso. Mi si conceda di far emergere, in questa visione della comunità degli uomini in cui la chiesa si colloca, due temi della costituzione conciliare che dovrebbero essere ancora ripensati, confermati e realizzati nei nostri giorni. Il primo è quello che si trova al numero 76:

La chiesa … in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico … La comunità politica e la chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra … ma tutte e due, in modo diverso, sono a servizio della persona … a vantaggio di tutti … La chiesa si serve dei mezzi materiali nella misura richiesta dalla propria missione. Tuttavia essa non pone la speranza nei privilegi offerti a lei dall’autorità civile. Anzi, essa rinuncia all’esercizio di diritti legittimamente acquisiti, ove si constati che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza … Nell’esercitare senza ostacoli la sua missione tra gli uomini … [la chiesa] utilizzerà tutti e soli quei mezzi che sono conformi al Vangelo e al bene di tutti (GS 76).

È una chiesa che sta nel mondo nella debolezza, che conta sulla forza del Vangelo, che non confida nei poteri economici e politici di questo mondo, che se ha mezzi e beni necessari per la sua missione li usa con un’etica normata dal Vangelo e per il bene non suo ma di tutti.
E infine ecco un’ultima importante indicazione: la condanna della guerra (cf. GS 77-82). Va detto, non c’è nella Gaudium et spes la forza profetica della Pacem in terris (1963), non c’è purtroppo la profezia di papa Giovanni, che condannava in modo assoluto la guerra, ma comunque si mette fine alla possibilità di una guerra santa, di una guerra del “Dio con noi”, di una guerra teologicamente giustificabile. Si mette fine alla corsa agli armamenti e si rifiuta ogni guerra.

 

Conclusione
La Gaudium et spes ha inaugurato uno stile di presenza della chiesa tra gli uomini, ha cercato di discernere i segni di quell’ora, gli anni ’60 del secolo scorso, ha lasciato una testimonianza di fede in Gesù Cristo, nella sua incarnazione, nella sua presenza ancora oggi in ogni uomo, in ogni cultura.
A distanza di quasi cinquant’anni dalla sua promulgazione sappiamo, grazie anche al suo contributo, leggere meglio i nostri tempi, senza ottiche integraliste o fondamentaliste, e dunque sappiamo vedere anche i suoi limiti, là dove la costituzione conciliare si è espressa su questioni concrete, oggi forse da noi lette e percepite in modo diverso. La Gaudium et spes ha dato un metodo di orientamento alla chiesa, una nuova forma di espressione, un nuovo stile. Occorre dunque dire grazie al Concilio anche per questo documento. Grazie a esso abbiamo infatti capito di più perché “la gloria di Dio è l’uomo vivente” (Ireneo, Contro le eresie IV,20,7); perché – come ha scritto Giovanni Paolo II – “l’uomo è la via della chiesa” (Enciclica Redemptor hominis [4 marzo 1979] 14).

Enzo Bianchi
Priore di Bose

 

Bibliografia minima

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