Trasfigurazione del Signore

 

Questo è quello che ci dice Marco, preparandoci così all’evento della trasfigurazione. Marco continua: ed ecco, «sei giorni dopo» (Mc 9,2), sei giorni dopo questa parola, questo nuovo insegnamento di Gesù, ecco la realizzazione di questa promessa, non per tutti i Dodici, non per tutti i discepoli, ma per almeno tre, Pietro, Giacomo e Giovanni. Gesù prende con sé questi tre, che non erano i più amati da lui: guai se diciamo che erano prediletti, come diciamo del discepolo amato da Gesù nel quarto vangelo; erano amati, amati in modo diverso e soprattutto amati in forza del grado della fede che avevano e del coinvolgimento che avevano saputo avere con la vita di Gesù. Gesù «li conduce in disparte, soli» («kat’ idían mónous»: ibid.), e mentre gli altri stavano a valle, mentre gli ebrei festeggiavano vestiti di bianco la festa dell’Hoshannà rabbà, del grande Osanna, Gesù e i suoi sono in disparte, soli, su un alto monte.

E qui avviene una trasformazione, una metamorfosi, certamente di Gesù e forse anche dello sguardo dei discepoli. Sappiamo bene che su questa trasformazione si sono soffermati soprattutto i padri greci, dando alcune risposte che portano un sapore monofisita: quasi per non riconoscere ciò che in Gesù era veramente umano, finiscono per dire che Gesù era sempre trasfigurati e che qui si è trasfigurato soltanto lo sguardo dei discepoli. Sant’Andrea di Creta dice che Cristo non si è trasfigurato, è restato quello che era, ma è lo sguardo dei discepoli che è mutato, che è diventato capace di vedere ciò che prima non vedeva. Noi che non abbiamo la grazia e l’intelligenza di questi padri, preferiamo accogliere il testo evangelico il quale ci dice che il corpo di Gesù, quel corpo di uomo nato da donna, quel corpo di miseria, quel corpo «è stato trasfigurato» («metemorphóthe»: ibid.). Crediamo anche però che lo sguardo dei discepoli diventò capace di vedere «il sôma pneumatikón», «il corpo spirituale» (1Cor 15,44) del Figlio di Dio.

Poveri discepoli! Pietro che non capiva la necessità del patire molte cose da parte del Figlio dell’uomo, Pietro e gli altri che dopo questo evento, questa esperienza evento di fede continuano a domandarsi: «Ma che cosa significa risorgere dai morti?» (cf. Mc 9,10). Poveri discepoli, immagine di tutti noi, immagini delle nostre chiese, immagine delle nostre comunità intontite, che non capiscono: siamo noi, ciascuno di noi in questa condizione. Però sul monte Gesù è stato visto da questi discepoli così inadeguati, in altra forma, nella forma della gloria, splendente e luminoso come l’Elohim del salmo 76 che abbiamo cantato nei vespri: «Splendente di luce sei tu e magnifico nell’alto delle montagne eterne» (Sal 76,5). Ma in quel momento la voce del cielo lo chiama Figlio amato, cui deve andare l’ascolto dei discepoli: «Ascoltatelo!» (Mc 9,7). Certamente per vedere Gesù nella gloria, per sentire questa voce del Padre, i tre discepoli avevano perlomeno predisposto tutto perché in loro potesse operare la grazia; non erano capaci di capire, ma erano capaci di accogliere il dono del vedere, e del vedere ciò che occhio d’uomo non vide (cf. 1Cor 2,9), non può vedere.