Trasfigurazione del Signore

 

Sappiamo tutti che la capacità dell’occhio di svolgere la sua funzione si regge sulla sua incapacità di percepire se stesso, di guardare a se stesso. È la legge dei nostri occhi: noi vediamo perché l’occhio non vede se stesso. Ma così è anche del nostro occhio spirituale: per vedere Cristo un discepolo non deve guardare a se stesso ma guardare a Cristo, guardare all’altro, agli altri. Gesù con quella sua predizione della passione aveva invitato i discepoli a guardare in modo diverso a lui, ad assumere quel nuovo insegnamento che dava un altro sguardo, un’altra ottica; ma soprattutto aveva insegnato, se leggiamo bene il vangelo, a non guardare a se stessi e neppure a guardare a Gesù pensando come si pensa a se stessi, perché anche questo può accadere purtroppo! Chi infatti guarda troppo a se stesso si perde. Solo chi guarda, pensa, ha cura degli altri salva la sua vita e continua a guardare vedendo, altrimenti guardando a se stesso guarda senza vedere. Vedere con altri occhi, andare avanti cercando di vedere l’invisibile (cf. Eb 11,27), questa è la nostra vita dietro a Gesù, questa è la nostra scommessa. Pietro il Venerabile dice che noi monaci dovremmo essere dediti all’arte della perscrutatio, del vedere in profondità, del vedere oltre, del vedere sempre l’altro: l’Altro con la «a» maiuscola, Dio, l’altro che nel quotidiano è semplicemente chi incontro ed è sempre un mio fratello. È con uno sguardo altro che i tre discepoli hanno potuto vedere nella trasfigurazione la passione, di cui parlano Gesù, Mosè ed Elia (cf. Mc 9,4), e più tardi hanno potuto vedere nella passione la trasfigurazione.

Questa lettura della trasfigurazione vuole essere un invito a non guardare a noi stessi, altrimenti la nostra vita monastica può diventare una vita non cristiana. Non dimentichiamocelo: gli altri sono richiamati dalla realtà dei figli, sono richiamati dalla realtà dell’amore di un amante. Noi che non siamo richiamati da queste cose rischiamo di guardare a noi stessi, e sovente nella vita monastica il celibato è un narcisismo, né più né meno, che impedisce di vivere ciò che il Signore chiede da una vita monastica: non guardare a se stessi, andare avanti, guardare a Cristo. Ammiro quei monaci che arrivano nell’anzianità ad avere anche una fede scarsa, ma che sanno mantenere l’amore per il Signore Gesù e continuano a guardare a lui, e non a guardare a se stessi.

Ecco, mi rivolgo con queste parole a Chiara e a Sara, non ho altre parole da rivolgere loro, perché Chiara e Sara possano vedere altrimenti, vedere con il cuore, vedere le realtà invisibili che non passano (cf. 2Cor 4,18) e che dunque sono decisive per noi, decisive per la morte o per la vita. Chi perde la sua vita per gli altri, anche se magari la perde male, in verità la perde per Dio e in Dio, e dunque la salva, anche se apparentemente sembra essere più perduto degli altri. Dopo questi tanti anni, ben più di sette, Chiara e Sara attraverso una lotta spirituale sono giunte all’ora dell’impegno definitivo davanti al Signore e alla chiesa. Entrano nella nostra alleanza e sono portate a un primo adempimento della vocazione cristiana che è stata data loro nel battesimo. È un primo compimento, ma questo è un nuovo inizio, perché la vita cristiana è «un ricominciare sempre di inizio in inizio, per inizi che non hanno mai fine» – ci ricorda Gregorio di Nissa –, è un riprendere la sequela in una nuova condizione. Chiara e Sara, cercate di perseverare, per giungere all’ora in cui il Signore compirà totalmente in voi ciò che da sempre ha preordinato: lo compirà lui, voi vi accorgerete che non riuscite a compiere nulla, ma il Signore porterà a quel compimento (cf. Fil 1,6), accogliendovi nel Regno eterno. Lì si misura la propria salvezza, lì si misura il senso della propria vita.

ENZO BIANCHI

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