La tavola del Signore

Jacopo Bassano, Ultima cena, c. 1546, Galleria Borghese, Roma
Jacopo Bassano, Ultima cena, c. 1546, Galleria Borghese, Roma
Quaresimale presso la Basilica di Sant'Ambrogio a Milano, 20 marzo 2015

Introduzione: la tavola di Israele, del popolo di Dio

Chi legge con assiduità la Bibbia sa quante volte in essa si raccontano pasti, cene, banchetti, quante volte si menziona lo stare a tavola e quante volte si parla di cibi, di alimenti per la nutrizione dell’essere umano. Testimoniando la storia dell’umanità e la vita di uomini e donne, la Scrittura non può non parlare di cibo e di pasti; e proprio le parole bibliche sul mangiare e sugli alimenti gettano luce su queste realtà umanissime, inerenti alla vita. Per questo nella Bibbia si trovano indicazioni su cosa mangiare, come mangiare e anche con chi mangiare. La tradizione ebraica e poi quella cristiana, volendo essere vie di senso per l’umanità, hanno tentato di rischiarare la realtà del cibo, del pasto e della tavola sia in rapporto alla persona sia in rapporto alla società. Ecco perché la tematica del cibo attraversa tutta la Bibbia, dalle prime pagine della Genesi al libro finale dell’Apocalisse: perché nutrimento, cibo e tavola dicono qualcosa di fondamentale sulla vita umana, sulla sua vocazione, sulle sue sfide e anche sul Dio creduto e confessato.

Nella breve riflessione di questa sera non possiamo neppure gettare uno sguardo sommario sui pasti decisivi celebrati nell’Antico Testamento. Ci basti ricordare che ogni pasto aveva un carattere sacro, che i sacrifici offerti al Signore erano anche pasti in cui gli offerenti condividevano il nutrirsi delle vittime o dell’offerta con i sacrificatori, i sacerdoti. E certamente va anche rammentato che la festa principale di Israele, quella che celebrava la sua origine, cioè la liberazione dall’Egitto, era vissuta in un pasto preso la vigilia di Pasqua, pasto in cui si mangiava l’agnello come zikkaron, memoriale del riscatto del popolo di Dio. Di generazione in generazione – dice la Torah – Israele mangerà l’agnello immolato dalla comunità con pani azzimi ed erbe amare, come rito perenne, festa del Signore (cf. Es 12,1-14). La Torah precisa inoltre che il pasto pasquale, essendo per Israele un pasto memoriale, non potrà essere condiviso da incirconcisi: “nessuno straniero ne deve mangiare” (Es 12,43), “non ne mangi nessuno che non sia circonciso” (Es 12,48) – si afferma –, proprio subito prima di attestare che “vi sarà una sola legge per l’ebreo e per lo straniero” (Es 12,49). Il pasto pasquale, di fatto, è paradigma di ogni pasto consumato dal popolo di Israele: sarà sempre condivisione dei frutti della terra e degli animali, sarà sempre uno strumento di comunione, sarà sempre segno dell’alleanza.

Nel libro della Genesi, al momento di creare l’umano Dio dice:
Facciamo l’umano a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra (Gen 1,26).
Poi, dopo la famosa affermazione: “E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò” (Gen 1,27), si torna a ribadire:
Dio li benedisse e Dio disse loro:
“Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra e soggiogatela,
dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente che si muove sulla terra” (Gen 1,28).

Una chiara eco di questi testi è il salmo 8, che presenta l’uomo “poco meno di Dio” (v. 6), con tutte le creature animali sottomesse ai suoi piedi (cf. vv. 7-9). Ma di quale dominio si tratta? Subito dopo, infatti, sta scritto: “Dio disse: ‘Ecco, io vi do ogni erba che produce seme su tutta la terra e ogni albero il cui frutto produce seme: saranno il vostro cibo’” (Gen 1,29). Parallelamente, agli animali della terra e del cielo Dio “dà come cibo ogni erba verde” (cf. Gen 1,30), la verdura. L’uomo dunque sarà solo pastore, non predatore. Se è vegetariano, allora rispetta gli animali, sui quali deve sì dominare, ma con dolcezza, senza essere mai per loro una minaccia né dare loro la morte.

È la catastrofe del diluvio (cf. Gen 6,5-8,14) che segna il passaggio da un comportamento a un altro. Proprio perché l’uomo si è mostrato violento fino all’uccisione del fratello (Caino e Abele: cf. Gen 4,8-16), allora Dio, tenendo conto di tale violenza, gli permette di mangiare gli animali, nella speranza che almeno cessi la violenza dell’uomo sull’uomo. Dio afferma: “Quanto si muove sulla terra e tutti i pesci del mare sono dati in vostro potere. Ogni essere che si muove e ha vita vi servirà di cibo” (Gen 9,2-3). Ma significativamente pone un preciso limite: “Soltanto, non mangerete la carne con la sua vita, cioè con il suo sangue” (Gen 9,4). È un chiaro segno della necessità di rispettare la vita: bere il sangue dell’animale è incorporare in sé la sua vita, e ciò non è possibile, è oltre il limite! Queste regole non sono meramente alimentari, ma vogliono indicare un comportamento etico dell’uomo verso i suoi simili, un cammino di pace e di convivialità, come il testo precisa con grande sapienza: “Del vostro sangue, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto a ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello” (Gen 9,5), dice il Signore.

Dio fa dunque questo dono di creature buone e salutari, un dono che certo chiede all’uomo responsabilità, consapevolezza di ciò che mangia, rispetto per il cibo e condivisione, perché tutte le creature sono destinate a tutta l’umanità, non ad alcuni privilegiati o “rapinatori”. Resta però vero che questo dono di Dio non è stato compreso dagli umani, che ben presto sul cibo hanno introdotto le categorie del puro e dell’impuro, hanno giudicato alcuni cibi salutari e altri maledetti, finendo per innalzare muri di separazione che impedivano il pasto come azione comune, come gesto di accoglienza e di partecipazione condivisa. Più precisamente, proprio in ambito alimentare – ambito culturale che decodifica in vario modo il rapporto tra cibo e società – gli ebrei hanno elaborato prescrizioni e divieti, facendo attenzione soprattutto alla categoria della “separazione” come fonte di ordine. La tradizione sacerdotale di Israele si è impegnata nell’elaborazione di norme per dare al popolo di Dio una precisa identità, che lo distinguesse dai goijm, dalle altre genti. Per questo si distinguono animali puri e impuri, si vietano mescolanze addirittura nei tessuti, si condanna la condivisione della tavola con i pagani. Il tutto a partire dal bisogno di distinzione dagli altri popoli, ammantato anche di una motivazione teologica: “Sarete separati per me, poiché io, il Signore, sono separato e vi ho separato dagli altri popoli, perché siate miei” (Lv 20,26).

Questo bisogno di identità e di differenza dagli altri divenne una vera e propria ossessione nel tempo post-esilico, quando la lettura della Torah, della Legge, finì per essere interpretata come principio di separazione all’interno dello stesso Israele (cf. Ne 13,3), una sorta di “pulizia etnica”! L’impurità fu intesa anche a livello genealogico, al punto che non solo gli alimenti ma anche le persone furono giudicate pure (i giudei) e impure (i gojim, i samaritani…). Sorsero poi movimenti religiosi che, seppur composti da laici, volevano obbedire rigidamente alle norme di santità osservate dai sacerdoti: il gruppo più conosciuto portava il nome emblematico di perushim, farisei, cioè separati. Contro ogni tentativo di assimilazione, opponevano resistenza fino al sangue e diventarono sempre più intransigenti, aumentando e rendendo più severe le prescrizioni riguardanti la purità/santità. E così l’identità dei credenti era cercata in norme sui cibi e, di conseguenza, nell’esclusione dalla propria tavola di chi non seguiva tali norme: i pagani, i peccatori pubblici, gli uomini e le donne ritenuti indegni di stare a tavola con quanti si consideravano gli unici degni di esseri definiti figli di Dio, orgogliosamente distinti da quelli che erano pubblicamente impuri, a causa della loro non osservanza della Legge. Il pasto divenne dunque progressivamente sempre di più un luogo di esclusione, di separazione. I rabbini precisavano con crescente minuzia le prescrizioni riguardo ai pasti; i farisei, volendosi interpreti della Legge e amando la Legge più del Legislatore, erano attentissimi alle regole dietetiche e alle frequentazioni conviviali; gli osservanti ascetici con il loro rigorismo e la loro predicazione intransigente mettevano in guardia i credenti da ogni mescolanza con i costumi dei gojim.

È in questa situazione culturale e religiosa che si colloca e si insinua il rabbi di Galilea Gesù di Nazaret, il quale mostra ben presto un comportamento “altro” rispetto a quelli degli uomini religiosi e delle autorità giudaiche. Proprio nel suo stare a tavola, andare a tavola, accettare l’invito a tavola opera una rottura, uno strappo con l’etica religiosa dominante. Gesù giudica la separazione tra puro e impuro come una barriera che deve cadere, in vista della comunione umana, e per questo – anche correggendo la Legge, ma nell’ottica di cogliere l’intenzione più profonda e originaria del Legislatore, di Dio, cioè l’amore per l’uomo – abbatte le frontiere con l’altro, con lo straniero, con l’impuro, con il peccatore. Come già detto, occorre tenere presente che quello del cibo e della commensalità era un tema bruciante per gli ebrei del tempo di Gesù, e conosciamo dagli Atti degli apostoli le resistenze opposte persino da Pietro e dagli altri Undici alle aperture di Paolo su tale argomento. La condivisione della tavola con cristiani di origine pagana, non giudei, faceva problema a Pietro, che peraltro aveva beneficiato di una visione e di una voce dal cielo che gli aveva detto di recarsi senza temere in casa di Cornelio, un centurione romano convertito alla fede, e di mangiare alla sua tavola (cf. At 10).

Sì, Gesù ha avuto un comportamento in base al quale l’evangelista Marco potrà scrivere: “Dichiarava puri tutti gli alimenti” (Mc 7,19). Egli, infatti, sapeva bene che nulla di ciò che entra nell’uomo lo rende impuro, ma lo rende impuro ciò che di malvagio esce dal suo cuore (cf. Mc 7,18-23)…

  1. Gesù a tavola

Si è notato che, tra i diversi testi religiosi dell’antichità, nessuno come la Bibbia parla tanto di cibi e bevande, e nessuno come i quattro vangeli parla tanto di pasti e di banchetti. Gesù è stato totalmente uomo come noi, dunque ha praticato la tavola come ogni essere umano, ma vanno riconosciute una frequenza del suo stare a tavola e un’insistenza su questo tratto della sua persona che vogliono essere portatrici di un messaggio, ben più che semplici attestazioni. Egli, infatti, amava la tavola quale luogo di incontro con gli altri, parlava sovente di tavola e di banchetto per profetizzare la condizione di comunione con Dio e con sé nel Regno, e volle la tavola come luogo che radunasse i suoi discepoli per vivere la sua memoria dopo la sua morte-resurrezione. I vangeli ci raccontano quindici pasti di Gesù (sono molti in quattro libretti di poche pagine!), e ogni pasto ha una particolarità, è un incontro non ripetibile ed è un’occasione di un insegnamento da parte di Gesù. Ovviamente non possiamo leggere e commentare tutti questi quindici pasti significativi, ma di essi occorre far emergere innanzitutto alcuni tratti importanti.

Partendo da una visione più generale, si può affermare che Gesù desiderava mettersi a tavola e pranzare con le persone con cui entrava in relazione. A tavola conversava con facilità, stringeva amicizia, accettava le discussioni che qui potevano sorgere (cf. Lc 22,24). Stare a tavola per Gesù era un segno, una parabola vissuta del significato della sua stessa missione: portare la presenza di Dio nel mondo, avvicinare il regno di Dio ai peccatori, a chi dal Regno si sentiva escluso e lontano. Quando era invitato a pranzo, Gesù restava sempre vigilante, cercava di vedere e di non lasciarsi sfuggire qualcosa che potesse esser più urgente della partecipazione a un banchetto.

Per esempio, mentre, in giorno di sabato, sta per entrare in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare, nota un uomo malato di idropisia. Allora lo prende per mano, lo guarisce e lo congeda, anche se deve giustificarsi di fronte agli uomini religiosi che lo circondano per aver operato una guarigione in giorno di sabato, dicendo che in quel giorno è lecito curare (cf. Lc 14,1-6). Ma Gesù osserva anche come gli invitati a pranzo scelgono i primi posti, e consiglia di mettersi all’ultimo posto (cf. Lc 14,7-8). Esorta inoltre a invitare a pranzo o a cena quelli che non possono contraccambiare, per non entrare nel terribile meccanismo dell’invitare per essere invitati (cf. Lc 14,12). “Al contrario” – afferma – “quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti” (Lc 14,13-14). Anche se magari questi non accetteranno e rifiuteranno il dono: bisogna esporsi a tale rischio!

Scendendo più nello specifico, i vangeli sinottici attestano dei pasti presi da Gesù insieme a gente pubblicamente malfamata, peccatrice, disprezzata, agli scarti della società. Ci raccontano che un chiamato alla sequela di Gesù, Levi, era un pubblicano che stava seduto a riscuotere le imposte in una città sul lago di Tiberiade (cf. Lc 5,27-32 e par.). Gesù, passando, “lo vide … e gli disse: ‘Seguimi’. Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì”. Lo sguardo e la parola di Gesù hanno attirato quest’uomo e così egli si è convertito, affidandosi incondizionatamente a lui. Gioioso per il nuovo cammino intrapreso, Levi si congeda dai suoi amici (che certamente non erano religiosi osservanti!) con un grande banchetto e Gesù partecipa a questo pasto senza remore, scatenando però la reazione dei difensori delle osservanze dettate dalla Legge. I farisei, questi militanti, e i loro scribi, sicuri della loro capacità di influenza e della loro autorità, cercano di destabilizzare i discepoli di Gesù: “Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?”. Ma Gesù risponde: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori alla conversione” (l’aggiunta di quest’ultima specificazione è solo lucana).

Se Gesù è venuto per invitare alla conversione i peccatori, innanzitutto li va a cercare dove essi sono, e poi stabilisce con loro una comunione umana attorno alla tavola: è così che si crea la situazione in cui si possono instaurare conoscenza reciproca, accoglienza reciproca, comunicazione! E siccome questo avveniva abitualmente, i nemici di Gesù finivano per chiamarlo con disprezzo “un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori” (Lc 7,34; Mt 11,19), e spesso mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro” (Lc 15,2). La verità invece andava colta nell’abbondanza dell’amore di Gesù,

che sa accogliere il grazie di Levi a lui che lo ha ritenuto degno di essere fatto discepolo;
che accetta di stare a tavola gioiosamente per festeggiare l’evento di un peccatore che ha detto no al suo passato e si è incamminato su una nuova via;
che vuole mostrare la sua capacità di empatia e di amicizia verso tutti, nessuno escluso.

Molto simile a questo banchetto è quello nella casa di Zaccheo (cf. Lc 19,1-10). Entrando in Gerico, Gesù vede un uomo che, essendo piccolo di statura, pur di vederlo si è arrampicato su una pianta, un sicomoro. Gesù lo guarda in volto e gli dice: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi”, anzi dimorare (meînai) “a casa tua”. E Zaccheo scende in fretta e lo accoglie in casa, pieno di gioia. Anche qui una chiamata, un entrare in casa, un sedere a tavola, contrapposti a una mormorazione: “È entrato in casa di un peccatore!”.

Ma non sempre la tavola alla quale Gesù è invitato diventa luogo di vera accoglienza, di ascolto di Gesù e dunque di comunione. Egli, infatti, accettava l’invito a tavola da parte di tutti: da parte di peccatori ma anche da parte di “giusti” osservanti, i farisei. Era ritenuto un rabbi famoso, e la curiosità spingeva dei farisei ad accoglierlo nella loro casa: ed egli accetta, come ci testimonia per due volte il vangelo secondo Luca. La prima volta chi invita Gesù è un fariseo di nome Simone (cf. Lc 7,36-50). Gesù entra nella sua casa, ma l’ospite che offre quel pasto si mostra subito riservato nei suoi confronti: vuole Gesù a tavola, ma senza compiere gesti d’amore verso di lui. Nei banchetti solenni era usanza che il padrone di casa salutasse con un bacio l’ospite per cui offriva il banchetto, che i servi gli lavassero i piedi e che fosse versata sui capelli dell’ospite una goccia di profumo. Era un rito di accoglienza segnato da attenzione, affetto, volontà di onorare l’ospite. Ma Simone non fa nulla di tutto questo per Gesù…

Ed ecco, entra in quella casa una donna innominata, conosciuta da tutti in città come “una peccatrice”, dunque una prostituta, che compie per Gesù i gesti che egli avrebbe dovuto ricevere in qualità di ospite. Si avvicina in modo nascosto e, presa da commozione, bacia i piedi di Gesù, li bagna di lacrime, li asciuga con i suoi capelli e li cosparge di profumo. Simone resta scandalizzato: non si domanda per quale motivo egli non ha compiuto i gesti previsti dall’ospitalità, ma sa guardare solo al peccato della donna e conclude che Gesù non è profeta, come egli già pensava, dal momento che si lascia avvicinare e toccare da una donna impura. Per lui Gesù o è un ingenuo oppure è uno a cui queste cose piacciono, in quanto anche lui peccatore: ma certo non è un profeta! Gesù allora, resosi conto di questo mormorare tra sé da parte di Simone, gli narra una parabola per spiegargli che a chi ha molto amato – come questa donna che gratuitamente e senza essere lei l’ospite ha fatto molto – moltissimo si perdona. E così dice alla donna: “I tuoi peccati sono perdonati … La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!”. Qui la tavola è diventata luogo di contraddizione: colui che ha invitato Gesù non è stato un ospite alla sua altezza, non ha capito nulla, non è entrato in comunione con lui; colei che invece è entrata nella casa, non invitata e di soppiatto, ma con fede e amore, ha ottenuto l’amore di Gesù. Sì, la tavola non è per tutti un luogo di comunione: dipende da come si sta a tavola con gli altri commensali, se si vuole comunione con loro, se si vuole veramente celebrare con il pasto, con il banchetto, l’incontro, la fraternità, l’amicizia.

Sempre Luca ci parla di un altro pasto a cui Gesù è invitato da un fariseo anonimo – “Un fariseo lo invitò a pranzo. Egli entrò e si mise a tavola” (Lc 11,37) –, pasto che finisce in una veemente polemica (cf. Lc 11,38-54). Guardando la loro ipocrisia, le loro osservanze di prescrizioni umane, l’ossessione delle loro supererogazioni per acquisire meriti, Gesù si scatena in una serie di: “Guai a voi, farisei! Guai a voi, dottori della Legge!” (cf. anche Mt 23,13-329. Ciò rappresenta una rottura con gli uomini religiosi: Gesù non sarà più invitato a pranzo da loro e ormai questi suoi nemici complottano per farlo morire. Resta vero che Gesù non aveva disdegnato i loro meriti: è andato a tavola anche insieme a loro, ma il risultato è stato un fallimento della sua missione.

Abbiamo però anche cenni di uno stare a tavola di Gesù presso amici che lo accolgono con premura, gli offrono la casa per riposarsi e per riprendere le forze nel suo cammino verso la Pasqua. Luca ci parla della sosta di Gesù nella casa di due sorelle, Marta e Maria (cf. Lc 10,38-42). Sono due amiche di Gesù, insieme al loro fratello Lazzaro, e la loro casa a Betania è poco distante da Gerusalemme. In quella sosta di Gesù, Maria si fa con audacia sua discepola, mettendosi ai suoi piedi per ascoltarlo come un rabbi, mentre Marta prepara tutto per l’accoglienza pratica di Gesù, dunque anche il pranzo. Se quest’ultima è rimproverata da Gesù non è perché prepari il pasto, che Gesù gradiva, ma perché preferisce restare una donna serva senza diventare discepola. Prima – le dice Gesù – è necessario l’ascolto della parola di Dio, prima è necessario diventare discepola, poi si può predisporre la casa e il cibo per l’accoglienza.

Anche il vangelo secondo Giovanni ci parla dell’amicizia tra Marta, Maria e Lazzaro (cf. Gv 11,1-44) e ci testimonia che questi amici offrono a Gesù una cena, l’ultima prima della sua passione. Questi amici sono suoi commensali, ed è così grande l’affetto che li lega a lui, che Maria unge di profumo preziosissimo i piedi di Gesù, “e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo” (Gv 12,3). Straordinario: una cena di amici, l’ultima cena insieme, in cui il profumo che si spande è segno di quell’affetto che non troverà nessun limite, ma sarà addirittura più forte della morte. Ed ecco la promessa riservata da Gesù a questo gesto, secondo i sinottici: “Amen, io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in memoria di lei si dirà anche quello che ha fatto” (Mc 14,9; cf. Mt 26,13). Si annuncerà la morte e la passione del Signore rifacendo i gesti di Gesù sul pane e sul vino “in memoria di lui” (lett. “di me”; eis tèn emèn anámnesin: Lc 22,19; 1Cor 11,24), ma si annuncerà anche ciò che questa donna ha fatto per Gesù, “in memoria di lei” (eis mnemósynon autês). Memoria dell’amore di Gesù, memoria dell’amore degli amici per Gesù!

  1. La tavola del Signore: Gesù invita a tavola

Gesù non solo è stato invitato a tavola, ma ha anche invitato a una tavola, la sua tavola. Ecco perché nel Nuovo Testamento troviamo le espressioni “tavola del Signore” (tràpeza Kyríou: 1Cor 10,21; cf. Lc 22,30) e “cena del Signore” (kyriakòn deîpnon: 1Cor 11,20).

A tale riguardo, dobbiamo in primo luogo fare almeno qualche allusione alle cosiddette moltiplicazioni (ma sarebbe forse meglio parlare di “condivisioni”) dei pani e dei pesci che Gesù ha compiuto per le folle che lo seguivano. Si tratta di autentici pasti raccontati da tutti gli evangelisti, e addirittura precisati in due racconti da Marco e da Matteo. Le narrazioni sono dunque sei (cf. Mc 6,30-44; 8,1-10; Mt 14,13-21; 15,32-39; Lc 9,10-17; Gv 6,1-13), e ciò indica l’importanza attribuita dagli evangelisti all’episodio, sia in quanto profezia della cena del Signore lasciata come memoriale ai suoi discepoli nella vigilia della sua passione, sia in quanto profezia del banchetto escatologico che Dio prepara nel Regno per tutta l’umanità. Conosciamo bene i racconti: la folla segue Gesù in luoghi solitari, è ormai sera e i discepoli si preoccupano perché non hanno nulla da dare da mangiare a tante persone. Gesù invece ha compassione nel vedere questa folla numerosa, sente questi uomini come pecore senza pastore e dà loro il cibo della parola. Alla fine chiede ai discepoli: “Voi stessi date loro da mangiare”. I discepoli obiettano che hanno solo cinque (sette) e due (pochi) pesci, ma Gesù comanda di far adagiare quella folla sull’erba verde, “a gruppi di commensali” (sympósia sympósia: Mc 6,39): non si tratta solo di mangiare, di consumare cibo, ma siamo in presenza di un banchetto, di un simposio, nel quale i commensali mangiano insieme, fanno comunione.

“Gesù allora
prese i cinque pani e i due pesci,
alzò gli occhi al cielo,
pronunciò la benedizione,
spezzò i pani
e li dava ai suoi discepoli
perché li distribuissero a loro;
e divise i due pesci fra tutti” (Mc 6,41 e par.).

Faccio solo notare un particolare determinante: quattro dei verbi qui usati sono quelli che ritorneranno – come vedremo – anche nella descrizione dei gesti compiuti da Gesù sul pane nell’ultima cena (cf. Mc 14,22 e par.; 1Cor 11,23-24): gesti talmente performativi, talmente riassuntivi dell’intera vita di Gesù spesa nella libertà e per amore, che si può ricorrere solo a essi per narrare anche gli altri banchetti da lui offerti nella sua vita. Potremmo dire che gli ipsissima gesta Christi si sono impressi nella mente dei suoi discepoli più dei suoi ipsissima verba!

Qui dunque è Gesù che invita al banchetto, che dà da mangiare pani e pesci, è lui che presiede quei gruppi disposti ad aiuola come in un simposio. Anche in questo caso l’insegnamento è grande: il pane e il vino sono un dono di Dio, sono cibo per l’uomo, e quando l’uomo benedice Dio per il cibo e sa condividerlo, allora c’è cibo per tutti, per tutti! Anche quando si ha poco, se sappiamo benedire e condividere, allora vedremo il poco moltiplicato e sufficiente per tutti. Dono e condivisione sono la dinamica di ogni pasto, e anche il poco va sempre condiviso. Sì, questi pasti della moltiplicazione dei pani che Marco e Matteo collocano sia in terra di Israele, come profezia dell’eucaristia donata agli ebrei, sia in terra pagana, come profezia dell’eucaristia donata alle genti, attestano la volontà di Gesù, lui che è il pane e il vino donati, lui che è la vita donata e offerta a tutta l’umanità.

Ma questi pasti ai quali Gesù ha invitato le folle annunciavano ciò che sarebbe avvenuto nella passione e morte di Gesù, evento di cui egli ha voluto lasciare un segno, un memoriale nel banchetto eucaristico. Nonostante le differenti ottiche con cui cercano di leggere la vicenda di Gesù, i vangeli sinottici sono concordi: nell’imminenza della Pasqua, che ricorreva il sabato 8 aprile dell’anno 30 della nostra era, Gesù, volendola celebrare da ebreo in alleanza con Dio e volendola portare a compimento, a pienezza, venuto il giorno degli azzimi manda i discepoli a fare i preparativi per poter “mangiare la Pasqua” in una casa a Gerusalemme, dove c’era una sala al piano superiore arredata con divani (cf. Mc 14,13-16 e par.). La Pasqua era soprattutto celebrazione del pasto vigiliare, nel quale si mangiava l’agnello pasquale con pani azzimi ed erbe amare (cf. Es 12,8). Quando tutto è pronto, venuta la sera, Gesù è nella “sua sala” (cf. Mc 14,14) con i Dodici, la sua haburah, la sua comunità, e subito – secondo Luca – dice loro la grande gioia costituita per lui da quella cena: “Ho desiderato con grande desiderio (desiderio desideravi) mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio” (Lc 22,15-16). Poi, preso un calice colmo di vino, lo diede ai discepoli dicendo di condividerlo, perché era l’ultimo vino, frutto della vite, che egli beveva qui sulla terra, prima di berlo come “vino nuovo” nel regno di Dio (cf. Mc 14,25 e par.).

Possiamo dire che questo è stato l’ultimo brindisi di Gesù, un gesto straordinario, carico di speranza, di promessa e di addio: “Fratelli,” – dice ai discepoli – “beviamo per l’ultima volta insieme, qui e ora; ma, siatene certi, berremo di nuovo insieme il vino nuovo nel Regno, il vino del banchetto escatologico”. Poi Gesù e la sua comunità mangiano la cena, quella che giustamente chiamiamo “l’ultima cena”. È stato un pasto con piatti pasquali e parole scambiate che spiegavano i gesti con creatività e sapienza; è stato un pasto in cui Gesù ha voluto dire ciò che più gli stava a cuore, a Pietro e agli altri Undici, tra cui anche Giuda che lo aveva venduto; è stato un pasto testamentario, in cui Gesù ha espresso le sue ultime volontà, riassunte nel “comandamento nuovo”, ultimo e definitivo, dell’amore reciproco (“Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”: Gv 13,34; 15,12), guardando al futuro della sua comunità, dopo la separazione da lui. Nei quattro vangeli, ma soprattutto in Luca e in Giovanni, pur in modi molto diversi, c’è la testimonianza del testamento di Gesù che se ne sta andando verso la morte con grande consapevolezza. Pare che anche a quella tavola i discepoli non abbiano capito, né bene né tutti; che anche a quella tavola – come sovente accade nelle nostre tavole – siano affiorate contese; che anche a quella tavola vi sia stato chi pensava di dover essere servito senza mai servire gli altri. Gesù allora dà l’esempio di “stare a tavola, in mezzo a loro, come colui che serve” (cf. Lc 22,27).

Ma ciò che avvenne in quell’ultima cena, come assoluta novità capace di inaugurare un tempo nuovo, quello della nuova alleanza, furono due gesti di Gesù, narrati dai sinottici (cf. Mc 14.22-24 e par.) e da Paolo nella Prima lettera ai Corinti (1Cor 11,23-25). Mentre erano a tavola e mangiavano

“[Gesù],
preso del pane
e pronunciata la benedizione (o anche: “reso grazie”),
lo spezzò
e lo diede loro, dicendo:
‘Prendete, questo è il mio corpo’.
E preso un calice
e avendo reso grazie,
lo diede loro
e ne bevvero tutti.
E disse loro:
‘Questo è il mio sangue dell’alleanza,
che è versato per le moltitudini’”.

Ecco i gesti che anticipano come segno la passione e la morte del Signore, ecco i gesti che i discepoli dovranno fare in sua memoria (cf. Lc 22,19; 1Cor 11,24): ecco il dono dell’eucaristia. Gesù prende il pane del bisogno, il pane necessario per la vita dell’uomo, benedice Dio per esso, lo spezza e lo divide dicendo: “Questo è il mio corpo, questa è la mia vita donata a Dio. Partecipate alla mia vita, mangiando il mio corpo in questo pane”. Poi prende il calice del vino, il vino della non necessità, della gratuità e della gioia, il vino mai assente nelle nozze, nella celebrazione dell’alleanza, nella celebrazione dell’amore (cf. Gv 2,1-11), e su quel calice, dopo aver reso grazie, dice: “Questo è il mio sangue dell’alleanza, della nuova alleanza. Tutta la mia vita è donata a voi, e voi bevendo al calice permettete che la mia vita rappresentata nel sangue entri in voi. Una sola vita in me e in voi, una comunione profonda, comunione di corpo e di sangue”.

Da quella sera è sempre pronta per ciascuno di noi la tavola del Signore, in cui ci sono offerti pane e vino, corpo e sangue di Cristo, affinché siamo una sola cosa con lui e tra di noi. Abbiamo una tavola in cui ci è possibile comunicare con Cristo fino a vivere della sua vita, fino a diventare sua dimora, fino a introdurre in noi il suo corpo e il suo sangue che, nel paradossale metabolismo eucaristico, trasformano noi in corpo e sangue di Cristo. Durante tutto il suo ministero Gesù era stato commensale dei peccatori, e anche alla fine ha voluto essere commensale dei peccatori: di Giuda che lo aveva venduto, di Pietro che per paura avrebbe detto di non averlo mai conosciuto, degli altri, pavidi, pusillanimi e sbiaditi, con la sola forza di fuggire abbandonandolo tutti (cf. Mc 14,50). Dobbiamo dirlo: togliete l’amore fedele di Gesù, e quell’ultima cena è una miseria, perché i commensali sono poveri uomini, incapaci di essere semplicemente uomini autentici!

Questo gesto del pane offerto e del calice condiviso con il comando: “Bevetene tutti”, ancora oggi denuncia quanto poco siamo fedeli alle parole di Gesù, anche adducendo molte scuse, che ci paiono sensate. A questo proposito voglio solo dire due parole. La prima: se Gesù ha chiesto: “Bevetene tutti”, perché la comunità cristiana continua a non bere al calice? C’è un ordine di Gesù, si obbedisce e basta! La seconda: se i pasti di Gesù non sono stati un luogo di separazione dettata da norme di purità, se Gesù è stato alla tavola dei peccatori rompendo con la prassi veterotestamentaria, se ha mangiato l’ultima cena con una comunità così misera e peccatrice, perché l’eucaristia che celebriamo spesso è un luogo di esclusione all’interno della stessa comunità cristiana? Possiamo escludere dall’eucaristia, dalla tavola del Signore, quelli che faticano sotto il loro giogo e che Gesù voleva rinvigorire (cf. Mt 11,28-30)?

Qui, cari fratelli e sorelle, non posso non fare menzione del travaglio che la nostra chiesa sta vivendo tra un sinodo sulla famiglia e un altro, sempre sulla famiglia, che sarà celebrato alla fine di quest’anno. Papa Francesco vuole proprio che la chiesa si interroghi sulla tavola del Signore, se essa è luogo e di esclusione oppure di guarigione e di comunione per noi, che siamo tutti peccatori. Il problema non riguarda solo i divorziati ma riguarda tutti noi, riguarda me che conosco i miei peccati, che non mi sento migliore di quelli che hanno peccati pubblici come i pubblicani del vangelo. Perché se io penso che per andare alla tavola del Signore devo essere degno, allora, in coscienza, non ci devo andare mai. Posso andarvi solo da mendicante, chiedendo umilmente di essere fatto sedere a tavola agli ultimi posti, sperando che il Signore mi riconosca capace di accogliere la sua misericordia. Chiediamoci se non facciamo dell’eucaristia “un pasto chiuso”, una tavola ben delimitata, e se, così facendo, non erigiamo nuovamente un muro intorno alla tavola del Signore, un muro come quello costituito dalla Legge, che separava puri e impuri, un muro che proprio Gesù con la sua morte ha fatto cadere (cf. Ef 2,14)… Lo stare a tavola di Gesù e tutti i pasti da lui vissuti obbedivano sempre a una sola logica: accogliere i peccatori per offrire loro la salvezza. La tavola del Signore non è un premio per i buoni, non è un privilegio per alcuni, come ci ricorda papa Francesco: “L’eucaristia non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli” (Evangelii gaudium 47). No, essa è cattedra della condivisione, cattedra della comunione dei beni materiali e spirituali, cattedra della misericordia di Dio per noi e della misericordia da vivere nella reciprocità della comunità cristiana.

Conclusione: la tavola escatologica

Quando l’Apostolo Paolo ammaestra i cristiani di Corinto sull’eucaristia voluta da Gesù e comanda loro come deve essere celebrata, scrive: “Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga (donec veniat)” (1Cor 11,26). In tal modo pone un limite alla celebrazione eucaristica e le dà un orientamento decisivo: sarà celebrata fino a che il Signore venga, fino alla venuta nella gloria del Cristo Signore, fino a quando il regno di Dio sarà instaurato in modo definitivo e pieno. Ecco l’orientamento escatologico della celebrazione eucaristica, ecco perché al suo cuore cantiamo: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta (donec venias). Ecco perché le antiche eucaristie prevedevano, dopo l’anamnesi dell’istituzione eucaristica, l’invocazione: “Marana tha!” (Didaché 10,6; 1Cor 16,22), “Vieni, Signore Gesù!” (Ap 22,20), “Vieni presto!”.

Alla fine dei tempi l’eucaristia non sarà più celebrata con pane e vino, ma sarà celebrata da tutta l’umanità, che farà il suo ringraziamento a Dio per averla creata e salvata. L’immagine che noi umani possiamo tenere davanti è sempre quella di un “pane del cielo” (Es 16,4; Sal 78,24; Gv 6,31.32; cf. anche 6,41.50-51), di un “vino nuovo” (cf. Mc 14,25; Mt 26,29). Ma pane e vino saranno nel Regno la comunione inebriante all’amore di Dio: noi saremo in Dio l’amore, perché da lui amati all’estremo (cf. Gv 13,1), da lui salvati e resuscitati con Cristo, diventati figli nel Figlio, seduti alla sua destra nel Regno eterno. Ce lo ha promesso Gesù: “Io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno” (Lc 22,29-30).

Questo banchetto del Regno, però, non sarà riservato solo ai discepoli, perché Gesù ha anche profetizzato che “molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a tavola con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt 8,11; cf. Lc 13,29). Con questa promessa Gesù rinnova quelle fatte dai profeti, i quali, per descrivere il regno di Dio definitivamente instaurato e per fornire un’immagine del regno messianico, parlano di banchetti che suscitavano desiderio, che facevano sognare i poveri credenti, i quali spesso conoscevano fame, sete, o per lo meno penuria. Per citare solo uno dei testi più luminosi, a questi poveri che nella loro povertà gridavano al Signore, a questi curvati (‘anawim), a questi miseri (‘anjim) obbligati a dire sempre “sì” ai potenti, Isaia promette: “Il Signore dell’universo imbandirà un banchetto, lo preparerà per tutti i popoli sul monte Sion, un banchetto di vivande scelte e vini eccellenti, di cibi gustosi e vini raffinati” (Is 25,6).

Ecco la nostra grande speranza, la speranza del banchetto del Regno; per questo diciamo: “Beati gli invitati alla cena del Signore”, o anche: “Beato chi mangerà il pane del regno di Dio” (Lc 14,15). Nel frattempo certamente – come ammonisce Qohelet – dobbiamo “gustare le cose buone nel mangiare e nel bere, frutto del nostro lavoro e della mano di Dio “ (cf. Qol 2,24), dobbiamo lodare il Signore per il pane che gli chiediamo e che lui ci dona quotidianamente (cf. Mt 6,11; Lc 11,3). Ma dobbiamo anche vegliare per sentire gli inviti alla tavola del Signore: “Beati gli invitati al banchetto nuziale dell’Agnello” (Ap 19,9); per rispondere al Signore Gesù che dice: “Io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi