Pensieri per Carlo Mattioli

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Tratto del Catalogo delle opere di Carlo Mattioli

di ENZO BIANCHI

È un dono trovarsi davanti all’opera di una vita dedicata alla sua propria vocazione autentica; ogni esistenza umana è un mistero nel suo compiersi, mistero che solo Dio conosce interamente. Un dono vertiginoso, che ci mette in una posizione privilegiata, rendendoci per un momento – vertiginoso, appunto – capaci, forse, di uno sguardo fedele e rinnovante, attento e riconoscente; lo sguardo che ogni uomo ha bisogno di ricevere e di offrire. L’arte ne è sempre occasione propizia. Certo, ci vorrebbe un’infinita umiltà; quando mi muovo nel mondo dell’arte, io che non sono un esperto ma solo un amatore, mi ricordo sempre dell’umiltà come l’hanno declinata due poeti: “humility is endless”, l’eliotiana unica saggezza dell’umiltà, e l’enigmatica umiltà dello Scardanelli nell’ultimo Hölderlin.

Meditando sulla pittura di Carlo Mattioli, così come ne sono venuto a conoscenza, poco a poco, grazie anche all’amicizia con Marcella e Anna Mattioli, e prima ancora attraverso le due splendide mostre del 2011, per il centenario della nascita, rimango sorpreso da una improvvisa consapevolezza: forse nessuno come Mattioli fa vedere una certa luce del Novecento, nessuno come lui fa sentire quanto il Novecento sia davvero il secolo scorso, il secolo passato, e come sia stato duro e grande viverci. In Mattioli riconosco, con struggimento e gratitudine, un carattere intatto, il segno pittorico che rivela nella purezza espressiva il raggiungimento essenziale, il compimento, e, simultaneamente, la traccia visibile di un’ascesi pittorica drammatica, agonica, di una ricerca inesauribile sempre orientata verso un’ultima meta che l’artista sa inattingibile.

L’assoluta originalità del linguaggio di Mattioli – “la libertà di Mattioli”, come qualcuno ha giustamente osservato – lo pone in una universale e, per così dire, atemporale costellazione, in cui l’opera esiste e comunica se stessa, dove non c’importa più sapere date, eventi, appartenenze, nemmeno i nomi o i titoli: una volta si diceva un classico, quei sidera cordis in cui riconosciamo la presenza di un messaggio vivo prima ancora di decifrarlo; ma colpisce, nell’avvicinarsi ai suoi percorsi pittorici e grafici, la qualità drammatica della sua ricerca, che è rimasta in trasparenza ad abitare nel colore e nella figurazione testimoniando una lotta, una lacerazione, un tormento. Sarei tentato di dire che a Mattioli non interessa tanto ricomporre i contrari e discordi aspetti del reale che egli coglie nel vivo del loro scontro e restituire una sintesi, quanto piuttosto fissare il momento visibile di quello scontro e soprattutto la sua oltranza fin dove è possibile dirla pittoricamente, lasciando vibrare la tensione dei segni e dei colori; è questo, forse, per me, uno dei segreti della grandezza di Mattioli.

Dell’opera di Mattioli, che la critica e soprattutto amorose, memori mani familiari ci vanno dispiegando nella sua corposa presenza di opera omnia, mi colpiscono tre spazi tematici, che sono anche tre tempi della sua vita, sebbene proprio il fatto di contemplare l’opera nell’arco degli anni permetta di vedere come temi e tempi si intreccino, riapparendo o silenziandosi di volta in volta, e come infine emerga la via regale percorsa, e sempre ricercata nel percorrerla, dall’artista. Mi riferisco ai Ritratti, ai Notturni e ai Crocifissi; si potrebbe anche dire: all’uomo, alla natura, a Dio.

Tra i Ritratti, indimenticabile il Ritratto di Lina del 1938; nella figura chiusa e luminosa della donna in un interno specchiante, ci viene incontro un certo spirito poetico novecentesco, cui accennavo sopra, nell’evocazione di un femminile affine a quello delle donne di Saba, di Caproni e di Sereni, inafferrabili e incarnate, madri mogli sorelle figlie, in versi che hanno saputo dire l’aura unica della creatura femminile, vicina e misteriosa, esperta di dolore e generatrice e rigeneratrice di vita. Travasate le tenerezze, attraversate le tecniche, gli fa eco, quasi quarant’anni dopo, il Ritratto di Anna, 1977, dove è la testina di una bambina ad affiorare nitida e perfetta al centro del mondo, che la residualità pittorica dello sfondo e l’incompiutezza del resto della figura (incompiutezza che suggerisce esattamente il compiuto) ci ricordano essere mondo di frantumi e macerie.

Trovo nella serie dei Notturni una rara suggestione, una bellezza seducente e in apparenza armoniosa; lo sguardo e la tavola dei colori hanno fermato una natura fatta di prati e di alberi, di orizzontalità e verticalità, sul punto di sparire nel venir meno della luce solare, ancora viventi nella luce lunare che non può che illuminare diversamente, ma sempre illuminare, l’esistenza prepotente del colore, il sangue-luce che pulsa e vivifica il creato e le creature, nella luce unica, luce ultima e intima, interiore, rinvenuta da Mattioli soltanto in questo modo estremo e misurato. Le esplosioni del colore – il rosso, il giallo, l’indaco, ma anche i bianchi e i grigi – di altri paesaggi suoi convivono fraternamente con e nei Notturni.

Tra tutti i Notturni, mi tengo ancorato, per così dire, alla Notte sull’albero, 1981, in cui sopra l’albero, a riempire il cielo notturno senza lumi, è incisa una croce; incisa, ricolmata, sbalzata, campeggia nella metà superiore dello spazio del dipinto, mentre nella metà inferiore un albero rosato-violaceo si alza da una terra ocra-zafferano. Qualcosa di primaverile, tremendo e crudo, di immensità cosmica, emana da questa Notte sull’albero; oserei definirlo un silenzio pasquale.

Degli anni Ottanta, abbiamo di Mattioli le straordinarie Crocifissioni, olio su legno, di dimensioni relativamente ridotte; fino alla magnifica, grande Croce di San Miniato al Monte. È un’apparizione, è come se la realtà tutta fosse crocifissa – l’uomo, il legno, il colore, la luce, il cielo. Si rimane silenziosi. Ma già dall’inizio degli anni quaranta, al cuore di un novecento dolente, Mattioli rifletteva (impressionante il numero dei disegni!) sul mistero della Crocifissione e non meno su quello della Deposizione. Un tempo, appena entrati nelle chiese, nella penombra, subito si era catturati da una pittura o da una scultura della cosiddetta “Pietà”, cioè Maria la madre di Gesù che abbraccia il suo corpo morto disceso dalla croce. Il figlio morto ritrova il grembo della madre, e questo è il desiderio che ci abita. Nelle “Pietà” Mattioli ha saputo rappresentare l'umanità: il corpo di un uomo morto nel pieno della sua forza, corpo abbracciato dalla madre, una donna che quasi lo depone sulla terra e sembra trattenerlo perché non sprofondi agli inferi (cf. il cartone per il mosaico del cimitero di Vigatto). E il sole avvolto nel buio che scende su tutta la terra accompagna il suo pianto. Elegia su ogni vittima della violenza mortifera.

La pittura di Mattioli non ha né dei né idoli, non ha, al limite, nemmeno simboli; è in un simile spogliamento che si fa strada il mistero del Crocifisso e del Risorto. Non c’è arte che non sia un cammino spirituale, così come non c’è cammino spirituale che non sia in un certo senso un’opera d’arte. Lo spirito instancabilmente vivifica: dall’inizio alla fine, il cammino artistico di Mattioli ce lo ricorda, ce lo dimostra, ce lo conferma.