La "santità" di Morandi

Giorgio Morandi, Natura morta , 1964
Giorgio Morandi, Natura morta , 1964
di Enzo Bianchi

Alessandro Parronchi, in una sua nota del 1989, accenna alla “santità” di Morandi, a proposito dello spogliarsi della sua pittura di tutto il superfluo, al termine di un lungo percorso di ascesi. E poi così prosegue: “Quando col passare delle generazioni uno di questi tesori che sono i quadri di Morandi esce dal chiuso dell’ambiente familiare in cui era custodito e inizia la sua avventura, è come vedere una piccola vela bianca che affronta la vastità di un mare che per quanto possa mutarsi in tempesta non la sommergerà”.

Sì, non solo l’opera, ma tutta la vita di Morandi è per noi questa “piccola vela bianca” che solca anche le nostre esistenze, richiamandole all’essenziale. Il suo percorso di artista è “una traiettoria ben tesa, una lunga strada: speriamo che resti aperta”, si augurava Roberto Longhi (28 giugno 1964): ed aperta – più che mai – è rimasta, fino a noi e oltre noi, invitando ciascuno a percorrerla, a seguirla, verso la rivelazione di lidi intatti, di spazi di chiarità e di trasfigurazione.

Mi sembra assai significativo che siano i suoi amici e critici d’arte a illuminare – sovente lui ancora in vita – le diverse sfaccettature di questa “santità”, che si nutre anzitutto di instancabile laboriosità e costante rinnovamento, proprio laddove si ravvisassero ripetitività e monotonia: “Se sapesse, caro Longhi, quanta voglia ho di lavorare…Ho anche delle idee nuove che vorrei svolgere”, diceva ancora pochi giorni prima della morte. Non ripetizione dunque, ma andare in profondità e infinitamente cercare, come ben intuiva Giuliano Briganti: “Sapeva come, lavorando in profondità e sulle infinite varianti, avrebbe incontrato la poesia”.

Giuseppe Marchiori (1968) così descrive la pittura degli ultimi anni di Morandi: “Lo schema della composizione appariva ridotto a un’estrema semplicità, a una specie di povertà, dominata dalla rinuncia, dall’assillo di una purificazione totale”. Il percorso artistico di Morandi è via verso la pura semplicità, via di grandezza di sentire, fatta di luce e di povertà. In lui umiltà e semplicità sono lealtà verso se stessi, verso le cose e verso gli altri, per giungere alla limpidezza, alla trasparenza, alla piena umanità delle cose create. “Esprimere ciò che è nella natura, cioè il mondo visibile, è la cosa che maggiormente mi interessa”, dice nel 1957. “Credo a poche piccole cose – gli fa eco Ennio Morlotti – a un volto caro, a pochi amici, alle penombre di questa mia dolcissima terra, al melo che dà le mele…”. La bellezza per Morandi è fatta di povertà di mezzi e di dono di sé: non abbaglia, ma si fa serva, permette a chi la contempla di essere ricreati, di ritornare al centro, alla propria verità.

Parronchi (1949) sottolinea di Morandi la capacità di generare come per contagio, a dispetto della sua indole schiva, comunione con tutti e col tutto, col cosmo intero: “Si è parlato tanto della sua solitudine, ma nella sua stanza, fra i suoi quadri ultimi, io non mi sentivo solo, tra tante forme, talmente vive, mi sentivo in un universo popoloso, e chiaro, in un centro dove tutte le voci arrivavano al loro timbro più puro”. L’amicizia con persone e cose è in Morandi autentico “sacramento”, capace di aprire in chi gli si accosta orizzonti inaspettati. Ha ragione Nicolas De Staël: “Non si dipinge da quel che si vede, ma da quel che si riceve”, e Morandi, nel suo apparente isolamento, viveva un’accoglienza attenta e vigile, un’ospitalità interiore, al crocevia com’era di intimi dialoghi e silenziose comunicazioni con molti, cui rispondeva offrendo la possibilità di scoprire “non lo scheletro esterno, ma la consolazione, l’eterno delle cose” (Giorgio De Chirico).

Roberto Tassi (1992), commentando un paesaggio del 1963, mette in luce la “libertà” di Morandi: “La forma ha trovato una libertà che non aveva ancora conosciuto, come se avesse infranto i propri limiti e si fosse abbandonata al soffio spirituale…”. L’ubbidienza, la fedeltà di Morandi al limite gli permette di trascenderlo, superandolo dall’interno e pervenendo alla libertà espressiva. Ritengo molto fecondo questo riferimento di Tassi alla libertà, in Morandi sempre sinergica con la sottomissione al limite. Non aveva del resto detto egli stesso nel 1957 che “nulla è più astratto del reale”?

Ma c’è un aspetto della sua arte, soprattutto quella dal 1959 al 1964, i suoi ultimi cinque anni, di cui è sigillo la “natura morta” firmata e rimasta sul suo cavalletto quando ci lasciò, che mi ha sempre fortemente interrogato ed attratto, ed è lo sgranarsi della materia che si fa fermentante e progressivamente più indefinita: le linee diventano tremule e sottili, e la materia sembra lievitare sotto un palpito leggero di luce interiore. Questo “sciogliersi” della materia, sia negli olii, come nei disegni e negli acquerelli, ha fatto parlare di “non-finito” in Morandi ma, come ben ha puntualizzato Cesare Brandi, era tutt’altro, era sintesi estrema, compimento assoluto.

Credo che questa evoluzione stilistica collochi Morandi, con esiti propri assoluti, all’interno di una grande tensione formale, una linea tesa ideale, dalla “Pietà” di Tiziano alle Gallerie dell’Accademia di Venezia e da “Susanna e i vecchioni” di Jacopo Bassano al Louvre via via fino a “Le grand concert” di De Staël e ai lavori estremi di Rothko, di Congdon e di Barnett Newman… In realtà è la cifra di un personale pervenire a una soglia ultima di espressione oltre la quale c’è la Bellezza, c’è il Mistero, l’Assoluto a lungo cercato e ormai attinto. Assoluto fatto di silenzio, o, meglio, “liturgia di silenzio”, “voce di un silenzio trattenuto” (1 Re 19,12), segno della Presenza.

“Cerca di ascoltare anche chi tace”, scrive Paul Celan, e questo mi sembra più che mai necessario davanti a Morandi, di fronte al quale siamo spinti a prendere consapevolezza, questa volta col nostro silenzio, di un segreto che ci supera.

Vedendo le opere di Morandi, ho sempre riportato un’impressione profonda, come di un rovesciamento di sguardo: mi sembra che i suoi paesaggi, le sue nature morte, la purezza, la “santità” di quelle forme… mi sembra che siano loro in verità a guardarci, gettino loro uno sguardo su di noi, più grande e più penetrante del nostro su di loro, risvegliando in noi come una bellezza nascosta, che da quel momento riprende a sgorgare. Questa è la forza che permane, forza di resurrezione e di pace dell’arte di Morandi.

“Non da come parla di Dio ma da come parla delle cose terrestri si può dire se un uomo è stato nel fuoco dell’amore di Dio”, scrive Simone Weil. Con grande discrezione e rispetto mi sento di applicare queste parole a Morandi: la sua arte, così riservata ed austera, è potentemente evocativa di una realtà “altra”, e giunge alla contemplazione-adorazione.

Mi si permetta infine di riportare, quale eco elusiva, queste parole dette dall’amico Manzù a monsignor Capovilla il 19 dicembre 1966: “Io sono nelle mani del mio mestiere e lei è nelle mani di Dio, ma la mia preghiera di lavoro assomiglia alla sua, o perlomeno è vicina nello spirito”.

A 125 anni dalla nascita di Morandi