La verità e le lumachine


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La Stampa, 29 settembre 2002

Appassionato dialogo tra Enzo Bianchi e Guido Ceronetti.
Un credente e un laico discutono di guerra e Islam, del bene e del male.
Testo raccolto da Alberto Papuzzi.

Valperga, un piccolo centro del Canavese, ai piedi del santuario di Belmonte: Guido Ceronetti ci passò la villeggiatura, con la nonna nel 1936, all’albergo Tripoli, leggendo sulla Domenica del Corriere la notizia della Guerra di Spagna. Vi è tornato per incontrare (su iniziativa della Stampa) Enzo Bianchi, priore di Bose, e discutere con lui – uno laico, l’altro credente – di guerra, Islam, eterno rapporto tra Bene e Male.
Fra queste case, fra questi vicoli, alle pendici del santuario, i clamori del mondo sembrano lontani. Ma fuori si agitano venti di guerra. I credenti pregano, i laici manifestano, ma preghiere e cortei servono a qualcosa?

BIANCHI: “Questa è un’ora che ci obbliga a misurare la nostra impotenza di fronte a eventi che costituiscono una minaccia per l’umanità intera. Un credente prega perché è convinto che la preghiera sia una componente della storia: pregando il credente assume una consapevolezza più forte e autentica. Ma non basta. Dobbiamo creare situazioni di resistenza alla facilità con cui oggi si fa ricorso alla guerra come soluzione dei problemi. È tragico che non esista più un movimento di massa che contrasti la guerra: molti l’accettano come se fosse un destino, una fatalità, una necessità ineluttabile. Io credo che una guerra, soprattutto preventiva, sia estremamente ingiusta e porti soltanto sofferenze”.

CERONETTI: “Che cosa può fare, qualsiasi cosa accada, un vecchio scrittore e ruminante di filosofia? Questa prospettiva mi dà un’angoscia in più, da trasformare, da superare... Posso fare quel che già faccio: dare spiccioli di pensiero, e poesia e musica alla gente... Nelle pause del fuoco e degli odi mi riserverei la tenda degli artisti... Non mi schiero assolutamente, mai parteciperei a manifestazioni. Non ho orecchie per demagoghi da altoparlanti o da girotondi. Ma almeno so che nessuno mai salterà su una mina per causa mia. Piaghe materiali purtroppo non so curarle, sono allenato per quelle invisibili”.

BIANCHI: “Tutte le guerre quando vengono ripensate nella memoria dei popoli sono viste come tragedie, le cui ferite segnano per generazioni. Oggi non dobbiamo assolutamente fare dell’Islam un nemico. Nell’Islam esistono oggi frange intolleranti e fondamentaliste, come ne sono esistite anche nel cristianesimo, che si manifestano con una forza dirompente e violenta. Ma non credo che si possa definire l’Islam nemico dell’Occidente e del Cristianesimo”.

CERONETTI: “Però il tipo dell’Eufrate che sta facendo rullare i tamburi d’America è un paranoico omicida da cui guardarsi, e ha il coltello alzato. L’Occidente va in guerra di malavoglia, teme la morte: l’Oriente spreca le vite, è passivo verso capi che fanno morire per niente. Nella prima guerra del Golfo un tumore vistoso era stato estirpato, lasciando campo libero alle metastasi – adesso probabilmente siamo alla cancrena aperta. Però siamo in una girandola di dadi truccati, il retrobottega ci è oscuro. Diciamo che una larga frangia islamica è oggi impregnata di antiamericanismo e anche di violento anticristianesimo, e che ha il culto delle armi senza distinguere tra le pulite e le sporche. Aver tolto di mezzo il regime dei talebani, un nido di spaventi e di obbrobri, ha dato sollievo a quella gente... Ma di veramente necessario non c’è che la Necessità, l’Ananke cosmica, che forza tutti a obbedirla. Qui ci separiamo del tutto, perché Enzo Bianchi pensa che l’uomo sia libero di scegliere e di fabbricarsi il destino, mentre io sono ancora in cerca di un barlume di libertà umana, di autonomia, senza trovarla”.

BIANCHI: “Credo che l’uomo sia davvero libero di scegliere e che abbia la responsabilità della storia e del destino dell’umanità. Perciò dobbiamo opporci alla guerra. Non so neppure se questo sia pacifismo, se io possa definirmi pacifista o essere definito pacifista. Se con questo termine si indica qualcuno che vuole con tutte le sue energie costruire pace e dialogo, allora sono un pacifista”.

CERONETTI: “Beh, anch’io... Non predico nulla ma non imbraccio kalashnikov di parole. Il dialogo serve soltanto col simile e il similissimo. ‘La miseria è di non essere santi’, ha scritto Léon Bloy. Ma anche i santi falliscono...”.

Quanto incide, in questa situazione, la questione palestinese?

BIANCHI: “È un problema grave, mostra la volontà di non dare diritti a un popolo che da quarant’anni vive in condizioni disumane, privo di speranza. Chi nasce nei campi sa di morirvi. C’è una grande disperazione nella loro violenza: è il loro modo di dire di no a una situazione che misconosce i loro diritti”.

CERONETTI: “Non facciamoci tirare dalla politica; è sempre sviante”.

BIANCHI: “Non credo sia politica questa. È lettura della storia”.

CERONETTI: “L’unico Stato islamico che mi pare accettabile è la Turchia dopo la rivoluzione laicista di Kemal Atatürk. Se questa non ci fosse stata, oggi il turco farebbe paura. Ci fosse ancora tutto quanto l’impero ottomano, ma laico e tollerante, con curdi, armeni, ebrei e arabi, in una luminosa bisettrice di pace, avremo una Grande Muraglia contro i terrori che salgono dall’Asia. Non capisco perché gli iraniani, in quanto sciiti, ed ex nemici gassati di quel tale, facciano anche loro i solidali! Culturalmente sono diversi, non fanno parte della umma sunnita – perché allora? L’intifada Al-Aqsa è un disastro per i palestinesi, oltre che per gli israeliani, perché la sua testa nell’ombra è di drago: il fanatismo, il martirio religioso. Là non ci sono spiragli. Vi prego, usciamo da questa palude”.

Nei giorni scorsi è giunta dall’India la notizia di una madre che si è uccisa con le tre figlie per le vessazioni che subiva, non riuscendo a dare al marito la dote pattuita: un ventilatore e un televisore. Sottopongo alla vostra attenzione questo particolare aspetto articolare della cultura islamica e, più in generale, di molti paesi del Terzo Mondo: la condizione della donna. Ci sono le prepotenze dei Talebani, c’è la lapidazione di Shafira. Si può assumere la donna come punto discriminante fra Islam e Occidente?

BIANCHI: “Siamo molto miopi quando diciamo che la condizione della donna è una discriminante tra le culture. Fino a poco tempo fa avevamo anche noi nei confronti della donna gli stessi atteggiamenti che oggi stigmatizziamo negli altri: da quanti anni è scomparso in Italia il ‘delitto d'onore’? Faccio un altro esempio: tutti si scandalizzano del burqa – ignorandone la storia e il significato precedente l'imposizione da parte dei talebani – ma nel mondo cristiano esiste un analogo tipo di ‘velazione’, basta conoscere le suore di clausura o le monache d'oriente. Le culture non sono di per sé antifemministe: c'è dell'antifemminismo in tutte. In Occidente, nel XX secolo, le donne sono riuscite a fare un cammino di liberazione, in altre culture questo tarda. È il problema della ‘non contemporaneità’, che non riguarda solo questo aspetto né solo le culture islamiche. Si pensi, per esempio, al mondo cristiano ortodosso: sono culture che devono affrontare lo scoglio della modernità, della tolleranza, della pluralità delle etiche, del pluralismo delle fedi. È un lungo cammino che, non si dimentichi, in Europa è costato sangue, dalle guerre di religione ai nostri giorni”.

CERONETTI: “Il burqa mi fa male vederlo, mi disgusta, sono apparizioni lugubri, da romanzo gotico... Ma non puoi, caro Enzo, fare il paragone con le claustrate: dovrebbero essercene milioni e tutte forzate come la povera Capinera di Verga! Ma in Bangladesh, dove il volto è scoperto, c’è il costume maschile di straziarlo o accecarlo con un getto di vetriolo, per punire una ragazza o la sua famiglia: non aspetterò che questo cambi, mi vergogno della specie umana. Una via di dolore fino alla morte è la condizione femminile sotto la legge islamica, Dio ce ne scampi... E mi domando se non sia in quei paesi il terrore inconscio dell’uomo-padrone che la conformità con l’Occidente finisca per modificare o capovolgere la situazione nei loro ginecei casalinghi a scatenare l’ostilità dell’integrismo islamico verso i nostrimoresdesacralizzati... Nel guazzabuglio di psiche il panico mai che dorma”.

BIANCHI: “Non è piuttosto che l’ideologia maschilista si è servita anche della religione per negare alla donna la sua dignità? Mi è parso molto bello che Giovanni Paolo II, nel chiedere perdono per una serie di infedeltà al Vangelo commesse all’interno della Chiesa, abbia incluso anche le mancanze nei confronti delle donne. Ci sono valori che, pur presenti nelle religioni, sono stati negati dagli uomini religiosi: penso alla tolleranza o alla dignità e appunto al posto della donna nella società”.

Tutti i punti affrontati ci portano a un tema più generale, che sembra incombere dopo l’11 settembre: il rapporto tra bene e male. Si tende a misurare questo rapporto sulla scorta della libertà e del benessere. O bene e male sono concetti così fragili che non possono essere applicati alla condizione umana, sono solo modelli ideologici?

CERONETTI: “La questione Bene-Male investe tutta quanta la realtà umana e dell’essere, oltrepassa qualsiasi disputa sul male e sul bene transitivo e delle opinioni. Viverla o non viverla: la vita piglia un po’ di senso soltanto quando il pensiero si pone domande d’angoscia a questo riguardo, se no è intestino e sopravvivenza bruta. Ed è naturale domandarsi se così tanti mali, che a farne l’elenco non basterebbero tutti i chilometri di questa terra, abbiano un principio. Fu il tormento di Agostino, anche dopo che abbandonò le ginocchia di Fausto di Milevo; e il male visto soltanto come privatio boni è una favola puerile... Per quanto mi riguarda, è difficile io mi sposti di un minimo apice dalla parola di Sofocle, che l’unico vero bene per l’uomo sarebbe di non essere mai nato, dall’antropos di Neanderthal al cretino eletronizzato di oggi e di domani. Dunque, se è male nascere, è infetta di maligno, è profondo malum la vita stessa: nel cristianesimo primitivo, come nel vedantismo o nel buddismo, lo scoglio è superato, al ripristino del regno della Luce: Sapendo di essere portatori di un feto terrificante, di una eredità ignota peggiore di ogni lue, darsi da fare per curarsi il male interiore e attenuare per quanto si può i mali esteriori è una via buona, un modo di riscattarsene”.

Allora sembra esserci solo la possibilità di fare meno male. Escludiamo quella di fare del bene?

CERONETTI: “C’è molto più dell’immaginario nel concepire un Bene assoluto che un Male assoluto: per me non è traumatico pensare che il mondo derivi da un principio malvagio né che un vecchio amico di Enzo e mio – il profeta Geremia – maledica con tanto furore la notte che l’ha partorito. Questo è calmante, perché è puro tragico. La verità davanti a noi lumachine sarà sempre un miraggio fuggitivo, Iside è velo su velo... Volere invece che il mondo, inferno che si espande, sia frutto del Bene, è una follia da rendere davvero pazzi, e il mio amico Quinzio era il vivente emblema di questo penare cristiano nella modernità spaventosa. La dottrina dell’impotenza di Dio mi pare un congegno inusabile: a chi andrebbero le preghiere dei disperati, i nostri Sos? A un guardiano eunuco? A un sublime Apatico?”.

BIANCHI: “Si sono tentate tante teodicee, resta il fatto che il male è un enigma all’interno del cristianesimo: se fosse risolto, sarebbe risolto anche l’enigma del peccato, e l’enigma di Dio. Da un lato il cristianesimo afferma che il male non viene da Dio, d’altro lato non sa da dove venga: non sappiamo chi ha insegnato il male a ciascuno di noi e quando – come fa Bush – si addossa il male tutto al nostro avversario si fa retorica ideologica, non ricerca di verità. Ma il male non è l’esser nati: l’essere nati, la vita, è proprio il bene. Il male è ciò che ci fa soffrire, ciò che è bruttezza, ciò che contraddice l’affetto, l’amore, la vita piena. Se c’è qualcosa che unisce le tre religioni monoteistiche non è solo il dio unico, ma la lotta contro il male”.

Ceronetti dice: io non ho drammi. Siamo nel male, tutto ciò che abbiamo in meno di male ci basta. Ma lei, Bianchi, di fronte all’enigma del Male, al fatto che Dio lo permetta, che il Male spesso colpisca gli innocenti, come ne esce?

CERONETTI: “Scusami, per me dire che ‘Dio permette il male’ è pura retorica teologica. Fossi credente, direi che è una superbestemmia. Il male fatto a un solo bambino rendeva un cristiano della forza di Dostoevskij disposto a dubitare di Dio... E quanti sono i bambini scaraventati fra i tormenti, nel mondo? Li contiamo? E chi li consola? Potrebbe far notte più e più volte e sempre torneremo a quella cara parola di Agostino: ‘Quaerebam unde malum et non erat exitus’...”.

BIANCHI: “Sono interrogativi tutti angosciosi, e l’intera tradizione ebraica e cristiana testimonia che il giusto chiede a Dio ‘perché?’. In quanti salmi troviamo l’invocazione ‘Perché Signore? Fino a quando?’... Ma per chi ha fede anche la sofferenza è un cammino in cui continuare a sperare, ad amare e a essere amati. Il cristianesimo non spiega la sofferenza, né fa di essa un merito. Dice semplicemente: è anch’essa un’occasione in cui continuare a essere uomini. La strada è quella di Gesù di Nazaret, che ha vissuto totalmente da uomo e ha accettato una morte ingiusta voluta da uomini religiosi e dal potere politico. L’ha accettata sapendo che era un cammino pieno di senso: dare la vita per gli altri riscattava la sua. E all’interno del male subito, sofferto, noi siamo invitati a vedere comunque una strada di umanizzazione, in cui è possibile ancora una volta amare ed essere amati. Questo, e nulla più, dice il cristianesimo”.