Saluto introduttivo di Enzo Bianchi

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XXIV Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa
MARTIRIO E COMUNIONE Monastero di Bose, 7-10 settembre 2016

Amatissimi metropoliti e vescovi,
venerabili padri, monaci e monache,
cari amici e ospiti!

Con grande gioia la comunità vi accoglie per questi giorni di approfondimento e di studio, di pace e di scambio fraterno, nel rendimento di grazie al Signore, che ci ha voluto ancora una volta riunire qui, cristiani d’Oriente e d’Occidente, in ascolto della sua Parola.

Sempre la parola del vangelo è una parola rivolta per la nostra vita, qui e ora. Negli anni scorsi abbiamo meditato sul vangelo della pace, (“Beati i pacifici”, Mt 5,9); abbiamo meditato sul perdono e la misericordia di Dio, che diventa anche una beatitudine per chi fa misericordia (cf. Mt 5,7). Vogliamo quest’anno meditare su una parola che sta al cuore del vangelo e anche al cuore della vita cristiana; una parola scandalosa, che noi fatichiamo a comprendere ma che pure è l’annuncio definitivo e insuperabile dell’amore di Dio per ogni uomo, da cui scaturiscono il perdono e la pace, la comunione: è la parola della croce.

“Martirio e comunione”, il tema di quest’anno, vuole anche essere un’occasione di ascolto della testimonianza di fede che nelle nostre chiese i cristiani perseguitati hanno reso nel secolo appena trascorso ma ancora oggi rendono al Signore Gesù. E per fare questo noi vogliamo ancora una volta fissare il nostro sguardo su di lui, Gesù, l’inviato dal Padre in questo mondo, Gesù che “è passato tra di noi annunciando la buona notizia, l’evangelo, e facendo il bene”, ma anche rivelando più volte, a più riprese, che c’era una necessitas divina e umana che doveva compiersi nella sua vita: la necessitas della passione e morte violenta inflittagli dai potenti di questo mondo. Perché questa fine? Perché in un mondo ingiusto, il giusto può solo essere rigettato, perseguitato, messo a morte – e questa è una “necessitas umana” – ma anche perché il giusto, se compie con fedeltà e perseveranza la volontà di Dio e non cede alla tentazione del male, della vendetta, finisce per essere destinatario della violenza degli uomini.

Secondo questo annuncio è avvenuta la morte di Gesù, che fu condannato innanzitutto dalla legittima autorità religiosa e perciò dichiarato maledetto, scomunicato, e di conseguenza consegnato al potere totalitario di questo mondo perché subisse una morte ignominiosa, la morte in croce. Per questo il Nuovo Testamento chiama Gesù “martys”, il “testimone” di Dio per eccellenza, fedele fino alla morte.

In conformità a lui, maestro e Signore, anche i discepoli hanno conosciuto la passione e la morte, a cominciare da Stefano, come ci narrano gli Atti degli Apostoli. L’apostolo Giacomo di Zebedeo, ucciso di spada da Erode, l’altro Giacomo gettato dal muro del Tempio hanno inaugurato quella stagione della chiesa nascente segnata dal martirio. Discepoli di Gesù, credenti in lui, uomini e donne percepiti come appartenenti a una setta, adepti di una superstizione, ritenuti nocivi per la salute della res publica, a motivo della loro appartenenza a Cristo - “christianoi”, appunto – sono stati mandati al supplizio in diverse forme. Gli Acta Martyrum e le Passiones, riferendosi anche ai racconti di martirio dei profeti e dei giudei credenti nell’epoca ellenistica – i Maccabei –, ce ne hanno trasmesso la testimonianza, perché la loro vita e la loro morte erano esemplari per tutta la Chiesa, fossero questi in situazione di persecuzione o in quella di pace ecclesiale.

Perché questa eredità, questa memoria è divenuta addirittura celebrazione festosa nelle liturgie cristiane ed esempio eminente nella spiritualità? Perché i martiri sono stati uomini e donne che hanno mostrato di avere una ragione per vivere, avendo anche una ragione per cui valeva la pena dare, spendere la vita. Vivere il vangelo di Gesù Cristo è per i martiri non solo la loro “porzione preziosa”, ma ciò che dava senso alla loro esistenza in ogni istante quotidiano. Il martire cristiano, infatti, non progetta il martirio come disegno umano, non cerca la morte gloriosa per darsi un’importanza e una notorietà mai avuta prima, non asseconda una brama di morte, ma s’incammina verso la morte con sentimenti mai contro qualcuno, fosse anche il suo persecutore. Il martire cristiano è una persona che ama la vita e ama vivere, non disprezza questa terra né tutto ciò che la vita può dargli, crede sì alla vita eterna ma non aliena nell’aldilà la vita presente e per questo accoglie la persecuzione e il martirio, come una prova da cui vorrebbe essere liberato, ma che accetta alla sequela del suo Signore Gesù. Questo suo morire è coerente con la vita vissuta e questo atto con cui consegna la vita non è mai contro qualcuno, mai contro l’altro, mai contro il nemico, mai contro il malvagio: è un gesto posto affinché si interrompa la violenza, appaia la verità, non regni la menzogna, affinché l’amore si mostri più forte dell’odio.

Noi oggi a ragione siamo scossi e turbati di fronte a chi si dice martire, o è acclamato tale da ideologie religiose fondamentaliste, perché arriva a uccidere se stesso pur di uccidere gli altri, sovente anonimi e inermi, dichiarati nemici dalla follia di chi strumentalizza Dio e la religione per fini di potere mondano.

La mia generazione è nata durante la persecuzione di ebrei, cristiani e altri uomini e donne da parte del nazismo e dello stalinismo, poi ha conosciuto la persecuzione dei cristiani in Cina, Vietnam, Cambogia, fino a diventare consapevole che il martirio dei cristiani era ritornato a essere dopo secoli il sigillo più eloquente posto sulla loro fede e sulla loro presenza nella storia: Cristiani martiri in quasi tutte le regioni della terra, sopratutto là dove sono minoranza umile e mite ma capace di mostrare una differenza, la “differenza cristiana”, che incute paura ai poteri di questo mondo. Abbiamo assistito addirittura al martirio di cristiani da parte di poteri politici che si qualificavano “cristiani”, soprattutto in America Latina, e assistiamo oggi all’uccisione d’intere comunità cristiane in Medi oriente da parte del fondamentalismo terrorista bellicoso islamico.

E noi qui, nel mondo occidentale, nel mondo del benessere? Per ora non corriamo alcun pericolo di persecuzione, tutt’al più all’orizzonte appare un anticristianesimo finora sconosciuto perché non semplice offensiva contro la chiesa: non è un’ideologia semplicemente anticlericale o antiecclesiastica, ma è un ideologia che condanna il messaggio di Gesù. Eppure, a volte registriamo la stoltezza di chi, patendo opposizione, si proclama facilmente martire. Perché quando c’è un’opposizione, critica, diffidenza, un cristiano dovrebbe innanzitutto domandarsi se ciò avviene a motivo del vangelo o invece a causa del suo comportamento non conforme al vangelo. Non ci si deve servire della parola martirio per autoproclamarsi vittime o per inventarsi un nemico da combattere. Il martirio è il “caso serio”! Soprattutto oggi che questa testimonianza fino al sangue coinvolge cristiani di diversa confessione – cattolici, ortodossi, protestanti – noi dovremmo vedere nel sangue versato da questi testimoni di Cristo una comunione che si sta costruendo, una comunione che riuscirà ad abbattere quelle barriere che noi abbiamo costruito nella storia, dividendoci e lacerando la tunica di Cristo.

Papa Giovanni Paolo II ha parlato di “comunione dei martiri” e papa Francesco continua a ricordare l’“ecumenismo del sangue” come profezia della comunione verso la quale ci vuole condurre il Signore delle chiese. Quando oggi noi cantiamo le litanie dei santi, noi esultiamo di gioia nell’invocare tanti nostri contemporanei – addirittura alcuni dei quali conosciuti, incontrati e amati – che avendo dato la loro vita per Cristo sono martiri accanto agli antichi martiri della chiesa, la chiesa indivisa.

Amati fratelli e sorelle, noi vogliamo ascoltare in questi giorni la voce dei martiri, dei martiri delle vostre chiese. La preghiera che accompagnerà i lavori del convegno vuole essere un’intercessione per i cristiani perseguitati oggi; un’epiclesi allo Spirito santo perché la loro testimonianza converta i nostri cuori e affretti il giorno della venuta del Signore Gesù, affretti il giorno della nostra comunione visibile, comunione tra tutti quelli che sono battezzati e confessano il Nome santissimo di Gesù Cristo nostro Signore.

Grazie.


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