Messaggio di Claudio Gugerotti, Nunzio apostolico a Kiev

XXVI Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa
DISCERNIMENTO E VITA CRISTIANA
Monastero di Bose, 5-8 settembre 2018
in collaborazione con le Chiese ortodosse

Messaggio di Claudio Gugerotti, Nunzio apostolico a Kiev

gugerotti

Kiev, 28 agosto 2019

Carissimi Fratelli e sorelle di Bose,
ancora una volta mi avete invitato a gustare un piatto prelibato ed ancora una volta mi resterà il rimpianto di non averne potuto cogliere l'intera fragranza.
Il mio pensiero corre a tutti voi ed agli illustri ospiti che contribuiranno ad arricchire la ricetta, ognuno con l'apporto di sapori e odori a lui propri.

In questa terra ucraina, dove la frattura del banchetto eucaristico colpisce al cuore quella "koinonia" che è il nome stesso della Chiesa, si rinforza il mio pensiero che una comunità orante ed accogliente, come può essere il monachesimo, sia forse la profezia più prossima di quel paradiso, dove la Santa Città è vestita di pietre preziose, rilucenti in sé, ma anche trasparenti per essere prisma che rifrange la luce altrui. Un augurio alla comunità perché non sopisca il suo essere profezia e a quanti vi concorrono, in questi giorni e sempre, perché siano generosi nel lasciare la loro luce senza timore che  questo gesto la diminuisca o la estingua.

Abbiamo bisogno di luoghi di trasfigurazione, un bisogno direi fisiologico, in un tempo in cui siamo assaliti da immagini di morte, distribuite con morbosa abbondanza, a suscitare quanto meno di umano e di umano trasfigurato possa ispirare il futuro dell'umanità. Questa semina di basse viltà ci fa sempre più rabbiosi: con noi, per non accettare di essere quello che siamo; con il vicino, cui attribuiamo la colpa di non consentircelo, all'umanità, che pensiamo ce ne derubi del diritto, alla natura che ghermiamo con le nostre mani adunche, nella speranza che spremendola e distorcendola ci dia gli effetti fantasmagorici cui aspiriamo, le mille droghe dell'illusione, tanto più sarcastica, perché felice di vederci prostrati al risveglio dalle nostre chimiche passioni, e a Dio, che, come infinite volte nella storia, sentiamo vuota proiezione dei nostri sogni o giudice e competitore nel sottrarceli.

Ecco che il tema della "vita in Cristo", mi sembra un tentativo di guarigione ed una vera, radicale speranza. Il mio pensiero corre a Nicola Cabasilas, che citate nel vostro invito, e che, a mio modo di vedere, è una delle sintesi più geniali e più moderne dell'aspirazione dell'uomo a ritrovare una bellezza nata dall'amore sponsale di Dio per la sua creatura nella creazione, dal lento e penoso restauro della "somiglianza", dopo lo sfregio sull'"immagine", dalla restituita bellezza nel Figlio fatto carne, per versare lucentezza e trasparenza nella carne oscurata dalla fatica di partorire e di lavorare la terra.

Per lui vivere in Cristo non è solo l'attesa del Grande Compimento, ma la lenta preparazione, il procedere delle prove generali perché lo spettacolo ci tramortisca di bellezza, quando si realizzerà.
Il trionfo sui pelagianesimi falliti non è il ristabilire le preziose prerogative di Dio, che nulla aggiunge alla sua perfezione, ma che anzi ha voluto parteciparla ad altri, proprio perché pienamente Amore. Nelle sue pagine vedo il meraviglioso ricostituirsi della creazione e l'apprendistato verso quei "cieli nuovi e terra nuova", cui si accede non per l'esercizio puntiglioso della nostra ascesi, ma per la lenta preparazione realizzata in noi dai sacramenti, capaci di ricostruire la "somiglianza", attraverso la comunione sanante con Cristo stesso, in una identificazione quasi fisica, certamente anelante al congiungimento nella vita nuova.

Mi colpisce molto quando, al capitolo 53 del secondo libro, egli sostiene che la consumazione della gioia non si può avere senza l'esperienza crescente del desiderio, senza la nostalgia della bellezza. Come si potrebbe godere ciò che, assente, non si è bramato? E ciò è possibile solo a coloro che hanno voluto (thelésasi), hanno amato (egapekosi), a quanti sono arsi di desiderio (pothésasin). Per lui coloro che ricevono il battesimo "hanno conosciuto con chiarezza il bello, ne hanno gustato lo splendore ed il fascino", con una sorta di esperienza (peira), in modo più perfetto che con l'insegnamento (didaskalia) (11,74), attraverso i sensi nuovi creati dai sacramenti.

E' bello pensare che di fronte alle nostalgia della negazione, all'idolatria della tradizione, al rigetto degli adattamenti alla storia, alla ginnastica esasperata e un po' nevrotica delle abitudini virtuose perché privative, la vita in Cristo ci porti a una grande coreografia del desiderio, al suo raffinamento, non al rifiuto ottenuto con l'osservazione ossessiva del proprio ombelico, ma con l'accoglienza grata e commossa della nostra quotidiana "cristificazione", operata attraverso il "raddrizzamento" (epanorthòsis) della natura, riplasmata dalla potenza dei sacramenti.

Vi chiedo, in questi vostri giorni di riflessione, di insegnarci a tornare diritti, davanti a noi e al mondo; diritti, cioè pieni di dignità e coscienti di non volerla vendere al ciarlatano di turno, che si fa voce delle nostre viscere malate. Anche di fronte a Dio saremo vasi pieni di dignità, come la madre del poeta. Alla morte di questi In ginocchio, decisa, /sarai una statua davanti all'eterno, /come già ti vedeva/quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia/come quando spirasti/dicendo: Mio Dio, eccomi" (G. Ungaretti, La Madre)

Il Signore vi benedica, in questa ricerca di un desiderio riacceso e sano e di una dignità decisa e carica di intercessione, per vivere non solo la "vita di Cristo", né la "vita con Cristo", ma la "vita in Cristo".

+Claudio Gugerotti

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