Dove va l’uomo contemporaneo?

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29 ottobre 2017

Marc Augé
Antropologo

Domenica 29 ottobre, all’interno del programma delle “Giornate di confronto” che la comunità di Bose organizza ogni anno, è intervenuto il noto antropologo francese Marc Augé che ha proposto alle otre duecento persone presenti una riflessione dal titolo: “Dove va l’uomo contemporaneo?”

Augé ha avviato la relazione con un’analisi della contemporaneità a partire dallo sviluppo accelerato della dimensione tecnologia e dagli effetti perversi che questo sviluppo può riversare sulla vita sociale e personale dell’individuo. La logica della consumazione, associata al progresso tecnologico, scavalca completamente la costituzione simbolica della relazione umana; così come l’idea di istantaneità e di ubiquità legata alle nuove tecnologie crea un mondo fittizio nel quale vengono eluse le due dimensioni vitali all’interno delle quali l’uomo si concepisce come parte di una storia e di una società: il tempo e lo spazio. La fitta rete di dati che vengono scambiati e di informazioni che vengono fatte circolare danno solo l’illusione di mettere in contatto gli esseri umani, ma questo tipo di comunicazione non può sostituire la relazione tra le persone.

Tutto questo crea a livello sociale degli scarti, esseri umani che vengono scartati, lasciati ai margini; ciò fa emergere nell’uomo contemporaneo un sentimento di paura inconfessato, la paura di poter venire a propria volta scartato; e dall’altra parte fa gridare allo scandalo. Rifiutare l’umanità per alcuni, significa ucciderla per tutti, ha ricordato Augé. Questo è il rischio che dovrà combattere il progresso oggettivo delle culture.

Come è possibile farlo? Augé ha risposto che é possibile farlo solo guardando all’essere umano, ad ogni essere umano, come all’ incarnazione delle nostre speranze.

E’ possibile combattere contro questa cultura dello scarto che fa paura e allo stesso tempo fa gridare allo scandalo, solo arrivando a comprendere che l’avventura umana è collettiva e condivisa. Come diceva Sartre: “Ogni uomo, tutto l’uomo”.

Questo richiede da parte degli esseri umani di ogni cultura un immenso sforzo educativo che deve tendere a volgere in positivo la tensione che ovunque si crea tra senso sociale e autonomia e libertà dell’individuo. Questo sforzo educativo può portare ad un’antropologia “impegnata” attraverso la quale poter risolvere questa tensione tra sociale e individuale, un’antropologia capace di concepire le frontiere come soglie e non più come barriere. Un’antropologia impegnata che diviene infine utopista, cioè capace di promuovere la possibilità, per l’uomo, di una avventura utopica.

Sintesi di Sofia Bianchi

Ascolta un passaggio dell'intervento:

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