La lezione del Confessore

© 2008 Edizioni Qiqajon
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Il Sole 24 ORE, 15 marzo 2009
di GIANFRANCO RAVASI
Una felicissima antologia che una monaca della comunità piemontese di Bose, Lisa Cremaschi, in collaborazione con Biancamaria Mariano, ha allestito attingendo all'imponente mole degli scritti massimiani

Il Sole 24 ORE, 15 marzo 2009

San Massimo ebbe un ruolo di primo piano
nelle dispute teologiche del VII secolo.

Ma, per la sua libertà di parola,
gli venne mozzata la lingua

 

di GIANFRANCO RAVASI

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MASSIMO IL CONFESSORE
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Gli avevano orrendamente mozzato la lingua e tagliato la mano destra, compiendo in tal modo un'amputazione tragicamente simbolica, destinata a condannareper sempre la parola e l'azione di questo fiero personaggio. E adesso il monaco Massimo, che avrebbe poi giustamente meritato il titolo di «Confessore» della fede, si stava spegnendo in una fortezza solitaria a Lazika sulle sponde del Mar Nero, in quella regione che si è affacciata negli ultimi mesi di quest'anno sulla ribalta internazionale, la Georgia. Era il 13 agosto 662 e si chiudeva, così, un'esistenza nomade e travagliata che, secondo un'antica tradizione di poco posteriore agli eventi stessi, era iniziata in un villaggio del Golan siriano, Haisin. Là Massimo era nato da un samaritano (la nota comunità biblica eterodossa) e da una giovane schiava persiana. Ma su queste origini pesa forse la polemica dei suoi avversari con la loro creatività negativa.

Un'altra tradizione, infatti, fa entrare il nostro protagonista nella storia attorno al 580,a Costantinopoli, da una famiglia aristocratica che gli avrebbe assicurato la possibilità di una formazione classica e di un'alta carriera burocratica fino ad assurgere al livello di primo segretario dell'imperatore Eraclio. Sta di fatto che l'anima profonda della vita di Massimo era, in verità, la teologia che allora non era una pura e semplice disciplina teorica, ma un campo aperto a ogni incursione della politica e della società, pronta a ospitare duelli e manovre, interessi e compromessi. Massimo vi era entrato col vigore di un pensiero originale e acuto, ma anche col rigore di un asceta, alieno da ogni cedimento che ferisse o solo appannasse l'integrità della fede.


La battaglia teologica in senso stretto si era accesa attorno alla questione cristologica: l'equilibrio delle due nature l'umana e la divina nell'unicità della persona di Cristo, sancita dal concilio di Calcedonia (451), era stato infranto da una duplice dottrina, il monoenergismo e il monotelismo. Detto in termini più accessibili, si affermava l'esistenza in Cristo di un'unica 'energia", cioè attività, e di un'unica "volontà" (télos), naturalmente di natura divina. Quello che ai lettori di oggi può sembrare una sorta di acrobazia speculativa o di geometria teologica aveva, in realtà, alla base una robusta radice ecclesiale e politica. Da un lato, infatti, si ergevano le Chiese monofisite o miafisite, che negavano l'assetto calcedonese e facevano svaporare l'incarnazione, lasciando brillare solo la luce della divinità di Cristo. D'altro lato, c'era l'imperatore di Bisanzio che, dovendo amministrare popolazioni sia di fede calcedonese sia di tendenza monofisita, tentava con la citata duplice dottrina del monoenergismo e del monotelismo di esperire una via di compromesso.

Ma a sbarrare questa strada si era eretto Massimo il Confessore, insensibile alle adulazioni del potere e pronto a schierarsi senza esitazione col papa di Roma Martino (che alla fine sarebbe stato arrestato ed esiliato a Costantinopoli), dichiarando: «Amo i romani perché condivido la loro fede e amo i greci perché parlo la loro stessa lingua». Quella quercia non poteva essere certo piegata dal vento delle lusinghe e delle compromissioni: «E necessario parlare con chiarezza scriveva in ogni tempo, ma questo si impone soprattutto in quest'ora; occorre porsi dalla parte della verità e manifestare chiaramente la propria adesione a essa per essere giustificati dalla sincerità interiore della propria fede e salvati dalla confessione pubblica resa davanti a tutti». Ormai solo la lama che avrebbe reso muto Massimo e inabile per sempre la sua mano di scrittore poteva soddisfare le attese del potere imperiale.


Abbiamo voluto delineare un ritratto di questo personaggio per invogliare i nostri lettori che non potranno certo accedere alle sue opere integrali piuttosto impegnative e di difficile reperibilità ad accostarsi a lui attraverso una felicissima antologia che una monaca della comunità piemontese di Bose, Lisa Cremaschi, in collaborazione con Biancamaria Mariano, ha allestito attingendo all'imponente mole degli scritti massimiani. Sfilano, così, davanti al lettore i grandi temi, dal Dio creatore, che può essere conosciuto in un itinerario di ricerca anche razionale, a Gesù Cristo, che nell'incarnazione svela il suo volto di Dio e di uomo, dall'orizzonte morale (ci sono pagine stupende sui vizi capitali), che si rivela come un territorio di lotte interiori tese e drammatiche, fino alla preghiera, che conduce alla carità e alla mistica (suggestivo è il tema, tipicamente "orientale", della divinizzazione, cioè della comunione piena e dell'intimità suprema della creatura col Creatore). Parole forti e intense che esprimono la temperie infuocata di un grande intellettuale, ma soprattutto di un autentico credente: «Come il ricordo del fuoco non riscalda il corpo, così la fede senza l'amore non produce nell'anima l'illuminazione della conoscenza».

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MASSIMO IL CONFESSORE
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