Di che abito è fatto il monaco
di GIANFRANCO RAVASI
La solitudine che apre al mondo, un cammino quotidiano tra cella e liturgia, il silenzio che fa posto al canto: questa è la vita monastica
Il Sole 24 Ore, 07 giugno 2009
di GIANFRANCO RAVASI
La solitudine che apre al mondo,
un cammino quotidiano tra cella e liturgia,
il silenzio che fa posto al canto:
questa è la vita monastica.
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LUIGI D'AYALA VALVA
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C'è una mitologia che si è sviluppata attorno alla figura del monaco e che si è ramificata raggiungendo i due estremi dello zenit celeste e del nadir infernale. Da un lato, c'è' l'indimenticabile ed etereo staretz Zosima, guida spirituale altissima di Alioscia, il "santo" dei tre Fratelli Karamazov; d'altro lato, c'è il sulfureo Monaco dell'omonimo romanzo gotico che Mattew C. Lewis pubblicò nel 1796, anticipando l'horror odierno con qualche tocco persino di "pulp fiction". Un modello negativo, quest'ultimo, dalle antiche ascendenze boccaccesche, passato in tante varianti anche cinematografiche ora dignitose come nei Diavoli di Ken Russell, ora biecamente becere come nella sequenza delle varie Monache di Monza (Corbucci non ci ha fatto mancare neppure un Monaco di Monza, con Totò e Celentano!).
Ma chi è veramente il monaco, termine che custodisce in sè il mónos greco, espressione di una solitudine desertica e di un isolamento silente? In verità, se ci si affida alla storia di alcune grandi figure del passato, si scopre - come scriveva un raffinato autore spirituale del IV secolo, Evagrio Pontico - che «il monaco è colui che è separato da tutti ed è unito a tutti» Questo ossimoro è illustrato dal celebre Padre della Chiesa Giovanni Crisostomo quando, in una delle sue omelie sul Vangelo di Matteo, affermava che «i monaci sono lampade che risplendono su tutta la terra, stanno attorno alle città come mura», attuando così il famoso detto del Gesù giovanneo riguardante il vero discepolo che è nel mondo ma non è del mondo (17,44-45). E per questo che a loro confluivano folle di peccatori, di abitanti di città, persino di capi di Stato per sciogliere il gelo delle loro perversioni, delle loro colpe e dei loro dubbi. Non per nulla uno di questi solitari del deserto egizio ammoniva l'aspirante asceta così: «Non puoi diventare monaco se non diventi tutto come fuoco ardente».
Ora, nell'affascinante antologia (commentata) di testi antichi dedicati a tratteggiare la vita monastica, allestita da un monaco contemporaneo appartenente alla comunità di Bose (Biella), Luigi d'Ayala Valva, un intero capitolo intreccia appunto «i monaci, la Chiesa e il mondo», svelando come spesso i pochi metri di una cella possano contenere immense distese spaziali e trasformarsi nel cuore della Chiesa o dell'orizzonte mondano tenebroso e freddo, divenendo un focolare di vita spirituale e un segno profetico del regno di Dio. A livello esteriore due sono le forme principali in cui l'essere mónos viene declinato: certo, l'anacoreta (cioè colui che si distacca e distanzia dalla chora, la regione abitata) o eremita (immerso nell'éremos, la solitudine desertica); ma c'è anche il cenobita che nel "cenobio" appunto vive un koinòs bìos,ossia una vita comunitaria, pur protendendosi radicalmente verso Dio e il mistero. Duplice è anche il livello su cui si snoda l'esistenza quotidiana del monastero o, se vogliamo stare al titolo del volume, « {link_prodotto:id=857}». Entriamo, dunque, in quello spazio santo e subito ci viene incontro l"igumeno", cioè la guida, il superiore della comunità, il padre per eccellenza, a cui fanno riferimento i monaci coi loro diversi compiti: dall'economo al cellerario («che sovrintende agli alimenti della comunità»), dal cuoco al tassiarco (che vigila sul buon ordine del cenobio) e così via. La liturgia scandisce le ore del giorno come vero orologio spirituale e ha il suo apice nell'eucaristia; ma c'è anche il lavoro manuale, atto nobile e santificato tant'è vero che un asceta, a chi gli chiedeva «che cosa bisognasse fare per essere salvati», replicava senza esitazione: «Ecco, lo vedi!». Egli «stava intrecciando una corda, senza alzare lo sguardo dal suo lavoro». Un lavoro eseguito non certo per l'accumulo personale, essendo la comunione dei beni il vessillo del monastero.
Sulla maggior parte della giornata monastica si stende, però, il velo del silenzio, che non è mera assenza di suoni e parole, ma grembo fecondo in cui far sbocciare tutte le vere parole e l'armonia del canto: è qui che si schiude l'epifania del Verbo divino e della parola umana efficace che consola e inquieta. Per raggiungere questa capacità di non rompere il silenzio se non per dire l'ineffabile, è necessaria una vigorosa ascesi: essa, però, appare non tanto come rinuncia, bensì nel suo significato etimologico di "esercizio", così da far pulsare in perfetta simbiosi spirito e corpo, un pò come accade al danzatore o all'acrobata che volteggiano con lievità disegnando arabeschi arditi con estrema naturalezza.
C'è tuttavia, un altro livello più intimo da scoprire nella vita monastica e solo chi ha occhi e cuore purificati riesce a immergersi in questo segreto di luce. Vorrei solo tentare un elenco delle tappe di questo ulteriore "cammino", lasciando al lettore delle pagine raccolte dalla nostra guida di inoltrarsi da solo lungo questi sentieri d'altura: la solitudine nella cella, la vigilanza, la lotta interiore contro quei "demoni" o "spiriti del male" che folleggiano anche nell'area mistica, il dono delle lacrime, l'umiltà, la purezza di cuore, la carità, la preghiera personale, la lectio divina, ossia la saporosa e vitale meditazione della Bibbia, ma anche la discesa di quel sudario che talora avvolge l'anima intorpidendola e che ha il nome di "acedia", traslitterazione del greco akedia, non identificabile con la pura e semplice accidia. Essa, infatti, è «quel senso di noia, di fastidio, di disgusto della vita, di torpore spirituale e di scoraggiamento che colpisce al cuore la vita del monaco», lasciandogli in bocca solo un sapore di cenere e nel cuore la nausea. Come si vede, il monachesimo conosceva già da secoli anche tutta la gamma delle esperienze psicologiche e le curava e spesso sanava senza costose terapie. Non si tema, dunque, di bussare alla porta e di varcare la soglia di un monastero - a partire proprio da quello molto accogliente di Bose, ove si è preparata questa antologia perchè una delle virtù capitali monastiche è proprio l'ospitalità: «Avanti, entrate, sotto il tetto che v'accoglie, o voi viandanti, giunti stanchi e affaticati! Ricevete i doni della mia ospitalità: un pane desiderato che alimenta il cuore, una bevanda dolce e abbondante, indumenti che proteggono dal gelo perchè poi, partendo, tu possa ritornare correndo a casa tua« (così un monaco di Costantinopoli del IX secolo, Teodoro Studita).
GIANFRANCO RAVASI
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