Inseguendo la mitezza, la più impolitica delle virtù

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L'Unione Sarda, 21 aprile 2013
di Caterina Pinna
Eppure in un senso politico più lato ecco che a parlare di mitezza «come virtù un po' dimenticata» perché ha «tanti nemici» e un uomo che ha conquistato in pochissimo tempo il cuore della gente proprio grazie alla sua forza pacata, misurata, semplice

 

   L'Unione Sarda, 21 aprile 2013
di Caterina Pinna

Inseguendo la mitezza, la più impolitica delle virtù

BARBARA SPINELLI
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Qiqajon, 2012

«Amo le persone miti perché sono quelle che rendono più abitabile questa "aiuola", tanto da farmi pensare che la città ideale sia quella in cui la gentilezza del costumi sia diventata una pratica universale». E questo uno dei passaggi più celebri dell'"Elogio della mitezza", il saggio scritto trent'anni fa dal filosofo Norberto Bobbio. Invitato a un ciclo di conferenze dal titolo "Piccolo dizionario delle virtù" scelse la mitezza e spiegò di non considerarla congeniale al suo carattere, ma di apprezzare profondamente le persone indulgenti capaci di rendere «più abitabile questa "aiuola"». Cioè il paese nel quale viviamo.
Ma questi sono tempi difficili, «di collera, di intranquillità», scrive la giornalista Barbara Spinelli nel suo saggio "Soffio del mite". Parole come rissa, arroganza, prepotenza ritornano con preoccupante frequenza. Si soffia sull'idea di rivolte popolari con la gente che impugna i bastoni. E non si lesinano insulti da una parte all'altra dello schieramento. n tutto nel segno della più cieca protervia. Che piaccia o no e questo il linguaggio prevalente della politica d'oggi che sembra, ad appena due anni di distanza dalla svolta "mite" di cui si parlo all'indomani delle elezioni amministrative e del referendum su un bene prezioso come 1'acqua, aver smarrito completamente non solo il calco ma persino un vago ricordo della più «impolitica delle virtu», come lo stesso Bobbio 1'aveva definita. Per questa ragione forse la più indispensabile.

Nell'affrontare un tema come la mitezza, parola di derivazione latina che curiosamente solo la lingua italiana ha ereditato, non c'era solo la consapevolezza «di aver allentato - a causa dell'età e non solo - i legami con il mondo della politica». Nella scelta di campo, il filosofo torinese esprimeva un implicito ma radicale messaggio di critica al modo di fare politica che si andava affermando e che poi ha caratterizzato stile, comportamenti, linguaggi degli ultimi venti anni. Un miscuglio di intolleranza e disprezzo verso le regole che si manifesta con compiùtezza oggi. Occupa la scena chi uria, arringa nelle piazze, provoca con toni sempre più sguaiati e prepotenti. Fair play e dialettica lasciano il posto a imboscate: il personalismo del leader e I'unica ricetta. Dunque e così bizzarro pensare di parlare ancora di mitezza come «l'unica suprema "potenza" che consiste nel lasciar  essere 1'altro quello che è»? «La mitezza - diceva ancora Bobbio - non e remissività: mentre il remissive rinuncia alla lotta per debolezza, per paura e rassegnazione, il mite rifiuta la distruttiva gara della vita per un profondo distacco dai beni che accendono la cupidigia dei più (...)e per una totale assenza della puntigliosità che perpetua le liti anche per un nonnulla». Si può forse provare a immaginare la mitezza come un'indispensabile virtù civile e il mite, sempre come credeva Bobbio, «l'anticipatore di un mondo migliore»? Se limitassimo il nostro sguardo all'arengo politico attuale, potremmo dire che il mite non ha più alcun diritto di cittadinanza. Se c'e, e rimasto nell'ombra.


 

Eppure in un senso politico più lato ecco che a parlare di mitezza «come virtù un po' dimenticata» perché ha «tanti nemici» e un uomo che ha conquistato in pochissimo tempo il cuore della gente proprio grazie alla sua forza pacata, misurata, semplice. E Papa Francesco, un pontefice che indubbiamente incarna la mitezza, intesa proprio come «disposizione verso gli altri, che non ha bisogno di essere corrisposta per rivalersi in tutta la sua portata». Nella messa celebrata a Santa Marta una decina di giorni fa, il pontefice ne fa 1'elogio. «Bisogna saper essere miti, lasciare il posto all'altro. Ci sono tanti nemici della mitezza, a incominciare dalle chiacchiere, no? Quando si preferisce chiacchierare, chiacchierare dell'altro, bastonare un po' 1'altro. (...) quando viene lo spirito santo e ci fa nascere in una vita nuova, ci fa miti, caritatevoli». Anticipatori di un mondo migliore. Un laico Norberto Bobbio, un religioso Papa Francesco, ma la mitezza e un'unica, robustissima e discreta virtù capace di attraversare campi diversi.

Ma chi sono davvero i miti? Se lo chiede la giornalista e scrittrice Barbara Spinelli che dedica a loro un piccolo, dense e appassionato saggio - "II soffio del mite" edizioni Qiqajon, casa editrice della Comunità di Bose - nel quale cerca di dare contorni a questa incredibile figura che «erediterà la terra» e non il cielo. Questo dicono le Beatitudini, la bellissima porzione del discorso della Montagna, riportata dal vangelo di Matteo. Per la Spinelli che nel breve saggio dialoga anche con I'”Elogio della mitezza" di Bobbio, il mite e una figura ispirata dalla ruah divina, quella «strana corrente che spira dove vuole, e tu ne senti la voce ma non sai di dove venga ne dove vada; e ha la forza di farti rinascere di nuovo, anche da vecchio, non più dalla carne ma dall'alto, dove soffia lo spirito ventoso (cf. Gv 3,7-8)». II mite e tanti: e U fanciullo Elis, «le cui labbra bevono dalla sorgente azzurra» cantato dal poeta George Traki, e 1'idiota principe Myskin del grande romanzo di Dostoevskij, che con la bellezza salverà il mondo; o ancora U profeta Giona che respinge il comando divino; e Gesù. II mite, dice ancora la Spinelli – e colui che «si nota per come incede, per il tono della voce, per come traversa 1'oscuro, forte di una luce che non si sa bene da dove venga. II mite non e nei cieli ma quaggiù, tra noi: e uno di noi». Non e facile registrare la ricchezza di argomenti con la quale e costruito il saggio della Spinelli, matrimonio felice tra la passione civile e la spiritualità della comunità di Bose. Giusto una curiosità idologica: la parola mite dal latino mitem: molle, tenero, maturo. Proprio di un frutto.

CATERINA PINNA

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BARBARA SPINELLI
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Qiqajon, 2012