Beati voi… perché ero straniero e mi avete accolto

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Accogliere gli stranieri è una delle sette opere di misericordia corporale che il Catechismo della chiesa cattolica ancora registra. Esse sono ispirate al capitolo 25 del Vangelo secondo Matteo, in cui vengono riportate le parole che il Signore, in occasione del giudizio finale, rivolgerà ai giusti collocati alla sua destra.

Con una scelta retorica di grande efficacia da parte dell’evangelista, Gesù assume lui stesso l’identità di chi si trova nel bisogno, attribuendo in questo modo statuto divino ai miseri e ai derelitti: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo … perché ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,34-35).

Già Lattanzio, nel terzo secolo, aveva notato che, con queste parole, Dio aveva esplicitamente indicato agli uomini qual era la via del bene: “Il principale vincolo che unisce gli uomini fra loro è l’umanità, siamo fratelli, e a motivo della fratellanza che ci unisce Dio ci insegna a fare sempre il bene e non il male. Lui stesso ci ha prescritto in che cosa consista fare il bene: aiutare gli afflitti e i sofferenti, dar da mangiare a chi non ne ha” (Divinae Institutiones 6,10,12).

Tornando al testo di Matteo, ecco il modo in cui, al momento del giudizio, il Signore si rivolgerà a quelli che stanno alla sua sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli … perché ero straniero e non mi avete accolto” (Mt 25,41.43).

Se dunque l’esortazione ad accogliere lo straniero trae chiaramente origine da queste parole di Gesù, è altrettanto vero che il testo del vangelo, a sua volta, ha accolto in sé un nucleo di precetti che circolavano ampiamente in tutta la cultura antica, sotto forma di formule sacerdotali, di riflessioni di filosofi, di episodi del mito presenti nell’epica e nella tragedia.

L’accoglienza dello straniero in virtù di una fratellanza universale è qualcosa che attraversa i millenni e le culture, perché si tratta di un’istanza profondamente radicata nella natura del nostro essere umani. A ciascuno di noi il compito, oggi urgente e fecondo, di pensare allo straniero come a un essere umano da accogliere e, quando si presenti l’occasione, di accoglierlo.


Uno sguardo diverso

Sotto i banchi un tappeto da preghiera è la poesia della poetessa recanatese Norma Stramucci. Narra la sua classe vista dagli occhi dei nuovi bambini che la abitano e che provengono da culture diverse.