Liturgia ispano-mozarabica

Monastero di San Juan de Duero
Monastero di San Juan de Duero

Il rito ispanico, è il modo utilizzato dalla chiesa di Spagna per celebrare le azioni liturgiche durante i primi dieci secoli della sua storia. Usato all’inizio dai cristiani ispano-romani, si conservò anche sotto la dominazione dei visigoti, epoca nella quale i grandi padri della chiesa visigota lo arricchirono notevolmente, e sotto l’occupazione dei musulmani.

La chiesa cattolica occidentale di lingua latina annovera, oltre al rito romano, altri riti che sono nati e si sono sviluppati accanto a e indipendentemente dalla prassi liturgica della chiesa di Roma. È il caso, per esempio, della liturgia ambrosiana, propria dell’arcidiocesi di Milano, come pure della liturgia ispanica, chiamata anche mozarabica o visigotica, fiorita fra il VI e il VII secolo in tre centri della penisola iberica: Tarragona, Siviglia e Toledo. Questo rito si sviluppo durante il regno dei visigoti, convertiti al cattolicesimo nel 589 d.C. e fautori di un autentico umanesimo latino che favorì l’espansione creativa della liturgia cattolica in quelle terre. I testi liturgici (l’eucologia) e gli inni costituirono un mezzo formidabile per nutrire i fedeli della vera dottrina, in una chiesa in cui si era diffusa con forza l’eresia ariana che negava la divinità del Figlio.

«Il rito ispanico, quindi, è il modo utilizzato dalla chiesa di Spagna per celebrare le azioni liturgiche durante i primi dieci secoli della sua storia. Usato all’inizio dai cristiani ispano-romani, si conservò anche sotto la dominazione dei visigoti, epoca nella quale i grandi padri della chiesa visigota lo arricchirono notevolmente, e sotto l’occupazione dei musulmani.

Quando papa Gregorio VII decise di estendere a tutta la cristianità europea il rito romano, i re di Aragona prima e di Castiglia poi lo accettarono, seppure con qualche resistenza: scomparve così il rito ispanico nei regni cristiani della penisola iberica. Tuttavia, esso persistette nei territori occupati dai musulmani e da allora cominciò a essere chiamato “mozàrabe”, nome con cui erano indicati i cristiani sottomessi all’islam. Toledo divenne il luogo privilegiato della celebrazione del rito, poiché pochi rimanevano i cristiani in Andalusia a causa della continue migrazioni e anche delle apostasie provocate dalle pressioni dei dominatori musulmani.

Quando nel 1085 Alfonso VI di Castiglia riconquistò Toledo, sottraendola agli occupanti musulmani, si pose il problema della sopravvivenza del rito mozarabico. Seguendo il parere dei suoi consiglieri, i monaci di Cluny, fautori dell’unificazione gregoriana, il re tentò di sopprimerlo. Ma i mozarabi toledani, che si distinsero nella riconquista della città, non volevano perdere le formule tradizionali dell’espressione delle propria fede, che li avevano aiutati a rimanere uniti durante i secoli della dominazione musulmana.

Si giunse a una soluzione di compromesso: il rito mozarabico sarebbe rimasto in vigore solo nelle sei parrocchie della città assegnate ai cristiani che le abitavano prima della riconquista; il rito romano veniva introdotto nella cattedrale e nelle parrocchie territoriali create per i nuovi cittadini, castigliani e franchi. Ben presto, però, i mozarabi toledani, per cause diverse, cominciarono a diminuire, fino al punto che nel secolo XVI le parrocchie di San Sebastiano e di San Torquato non avevano praticamente più fedeli. Le altre parrocchie contavano fedeli che abitavano addirittura fuori Toledo i quali, a ragione della propria appartenenza personale e non territoriale, e anche della discendenza, continuavano a pagare le decime alla parrocchia mozarabica a cui appartenevano.

Il passare del tempo mise in pericolo la sopravvivenza del rito, giacché gli antichi libri in pergamena erano difficili da riscrivere e non più comprensibili alle giovani generazioni di chierici. Finalmente la generosità del cardinale Cisneros (1495-1517) permise, dopo un’accurata revisione, la raccolta dei manoscritti in uso e di quelli di difficile lettura in una edizione del Messale e del Breviario mozarabici, affinché l’antica liturgia ispanica potesse essere ancora celebrata nelle parrocchie superstiti e nella cappella del Corpus Christi, da lui stesso istituita nella cattedrale primaziale. Esauriti i messali della precedente edizione, il cardinale Lorenzana (1772-1800) provvide a una nuova edizione, molto curata e annotata, conservando i medesimi testi: era un nuovo utile strumento per la celebrazione del rito nella cappella e nelle parrocchie mozarabiche di Toledo.

Recentemente, è stata compiuta una nuova revisione del Messale, promossa dal cardinale González Martín (1972-1995), finalizzata non soltanto all’aggiornamento della celebrazione in Toledo, ma bensì, secondo le indicazioni della costituzione sulla liturgia del concilio Vaticano II, orientata alla restaurazione della primitiva purezza dei testi e dell’ordine della celebrazione, e aperta a qualsiasi luogo delle Spagna ove lo richieda la devozione o l’interesse storico-liturgico» (Officium de Liturgicis Celebrationibus Summi Pontificis, Notitiae 1992, pp. 405-407).