Il Veniente, fra promessa e attesa

Parte sottostante di un cofanetto in agata proveniente dalla Cattedrale di Oviedo, misure del cofanetto 17x42x27 cm, 910 circa.
Parte sottostante di un cofanetto in agata proveniente dalla Cattedrale di Oviedo, misure del cofanetto 17x42x27 cm, 910 circa.

Attesa, promessa, presenza: sono queste le tre melodie che si intrecciano nel tempo dell’Avvento. L’attesa scava uno spazio di accoglienza, un “vuoto attivo”, una tensione verso un volto amato, una voce desiderata, una visita consolante; la promessa inaugura un orizzonte di senso, delinea una direzione, dice un senso, dischiude possibilità, organizza la speranza; la presenza genera comunione, incontro, nel faccia a faccia, nell’«occhio contro occhio» di chi vede «il ritorno del Signore» (Is 52,8).

La tradizione liturgica ispano-mozarabica condensa, infatti, in tre aggettivi la qualificazione del Cristo veniente, del Signore dell’Avvento: il Figlio del Padre è expectatus, repromissus, presentatus, l’Atteso, il Promesso e il Presente.

Padre onnipotente,
per la tua generosa misericordia verso di noi,
tu ci hai creati, mosso dalla tua bontà,
e hai voluto, per la tua compassione disinteressata, strapparci dalla morte,
una volta ingannati dall’astuzia del serpente antico;
e così hai preannunciato, già molto tempo prima, il tuo Figlio
che avresti mandato per noi, nella carne,
indicandoci che sarebbe venuto sulla terra e sarebbe nato da una vergine.
Per mezzo dei tuoi santi profeti avevi dato segni della sua natività a venire,
affinché colui che era stato promesso e a lungo atteso
portasse al mondo una gioia immensa
al suo apparire nella pienezza dei tempi.

(MHM, IV domenica di Avvento, illatio)

È lui il “Re delle genti”, l’Atteso e il Desiderato per secoli dall’umanità ferita e dispersa; è lui la Parola che prima di essere intessuta nel grembo di una donna, prima di farsi carne e sangue, polvere e storia in mezzo agli uomini, è stata intessuta nelle parole dei profeti.

L’Atteso è colui che fu promesso, e la promessa non può che nutrire l’attesa, perché «tutte le promesse di Dio sono divenute “sì”» in Gesù Cristo (2Cor 1,20). Promettere significa “mandare avanti”, poiché ogni promessa si sporge sull’avvenire e apre orizzonti, inaugura e “inizia”, cioè pone un inizio e si estende nel campo della relazione e quindi si realizza nello spazio della condivisione, di un tempo, di un avvenire, di una parola, di un gesto, di un impegno offerti; e la promessa nella relazione si declina come appartenenza…

La promessa si compie quando l’Atteso diviene Presente, quando l’Eterno entra nel tempo, l’Invisibile si fa visibile, l’Indicibile si fa parola, l’Immortale diviene fragile prossimità, in quel mistero di con-discendenza che ne fa un Dio vicino e amico degli uomini.

Colui che doveva venire è venuto ad abitare in mezzo a noi, piantando la sua tenda sulla terra della nostra umanità (cf. Gv 1,14), ma nel contempo resta l’Atteso, il Veniente, che verrà a giudicare e a regnare, a porre nell’amore e nella misericordia il suo sigillo sulla storia.

Ma questo “frattempo” che è il nostro, il tempo della chiesa, il tempo del pellegrinaggio della storia, resta custodito dalle mani del Padre delle misericordie:

Per la tua compassione e la tua misericordia,
non hai lasciato che quanto hai creato perisse,
ma hai voluto richiamare alla vita ciò che era morto,
mediante la venuta nell’umiltà del tuo Figlio, nostro Signore;
per questo ti chiediamo e ti supplichiamo:
proteggi, custodisci, guarisci, difendi e libera
quanto già è stato ritrovato, redento e richiamato alla vita,
in modo che – quando giungerà la sua temibile seconda venuta
in cui giudicherà coloro che lo hanno giudicato,
insieme a coloro per i quali fu giudicato –
egli possa trovare ben disposti
i redenti che ha acquistato al prezzo del suo sangue,
affinché siano sua proprietà per tutta l’eternità.

(MHM, IV domenica di Avvento, illatio)

L’humilis adventus del Figlio, la «venuta nell’umiltà» di un Dio che si fa uomo, ha già operato il prodigio di ritrovare quanto era perduto, di riparare quanto si era incrinato, di richiamare alla vita quanto era perito nella morte. È il mistero della nostra nuova nascita, inaugurato dal nostro battesimo, e che ci fa cantare con fiducia: sic protegas, sic custodias, sic sanes, sic defendas, sic liberes, invocando a ogni passo la sua protezione che ci custodisce, la sua cura che ci guarisce, la sua difesa che ci fa liberi.

E quando, nell’ora del nostro esodo da questo mondo, saremo giudicati sull’amore da colui che è amore (cf. 1Gv 4,8.16), allora noi potremo appartenergli per sempre, perché saremo in eterno la «sua proprietà», preziosa ai suoi occhi e amata di quell’amore che non ha fine (cf. Is 43,4).

L’Avvento, cioè lo slancio di Dio che viene incontro all’uomo, manifesta che in Dio «la misericordia coincide con un flettersi del cuore che non abbandona mai ciò che potrebbe perdersi»; il venire dell’Eterno nel tempo mostra come in Dio vi sia «una vera e propria passione per il perduto che non deve restare tale», dato che, ai suoi occhi, «non c’è mai un esser perduto che non possa ritrovare, prima ancora che lo chieda e se solo lo vuole, il legame con il dono» (G. Palumbo).


Capsella in agata di Oviedo
Lamina d'oro e d'argento cesellati su legno, pietre di agata, pietre dure, 17 x 42 x 27 cm, prima decade del decimo secolo, Museo della cattedrale di Oviedo.

La capsella vista dall'alto
La capsella vista dall'alto
La capsella è una cassetta, pregevole per materiale e per lavorazione, che nei primi secoli del cristianesimo faceva parte della suppellettile liturgica come custodia di reliquie e delle sacre particole. Quella custodita nella cattedrale di Oviedo unisce l'immaginario di tutti i popoli che convivevano nella Spagna del X secolo: i goti, gli spagnoli e i musulmani. Da queste tradizioni mescolate tra loro da un maestro abilissimo è nata questa cassetta preziosissima, non solo per i materiali ma per la finezza della fattura.

È stata più volte restaurata in seguito a diverse vicissitudini (tra le quali un furto) che l'hanno vista protagonista. Presenta novantanove finestrelle attraverso le quali è possibile vedere la pietra d'agata che la compone.

Un elemento particolare di questa capsella è il fondo formato da una lamina d'argento lavorata a sbalzo che presenta una croce centrale, i quattro esseri viventi simboli degli evangelisti e l'iscrizione dedicatoria. I quattro punzoni che la attorniano non sono altro che i piedini sui quali la capsella si appoggia.
L'iscrizione, anche se con qualche lacuna, recita:

Che questo [reliquiario], che i servitori di
Cristo Fruela e Nunilo, soprannominato Scemena,
hanno donato, sia accettato con gratitudine e rimanga
qui alla gloria di Dio. Quest'opera è stata
fatta e donata a San Salvador di Oviedo.
Che il fulmine divino colpisca chiunque rubi
il nostro regalo. È stato completato nell'anno 948 [anno
dell'era spagnola che corrisponde al 910 d.C.].

Fondo della capsella
Fondo della capsella
L'iscrizione quindi ci narra dei donatori Fruela e Nunilo, che saranno i futuri regnanti, e ci fornisce la data precisa della creazione di questo oggetto.

Nella croce riconosciamo la fusione dei diversi modi di vedere il mondo propri di spagnoli, goti e musulmani, che vivevano sullo stesso territorio e che hanno dato vita a quel filone dell'arte, chiamato "mozarabico". La croce presenta una decorazione a foglioline, tipica della stilizzazione gota che preferiva un tipo di decorazione naturale e semplice per le proprie rappresentazioni del sacro.

La croce è attorniata dai quattro esseri viventi che abitualmente associamo agli evangelisti; la loro fattura ha l'accuratezza e la preziosità che si ritrova negli scrigni arabi dello stesso periodo e nelle miniature.
La croce del veniente con i quattro esseri viventi viene cesellata attingendo a tutte le culture che in quel periodo convivevano, creando una nuova strada per rappresentare il mondo e la fede.