Il Dio dei viventi

Avori salernitani
Avori salernitani

22 marzo 2018

Mc  12,13-27

In quel tempo i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani 13mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso. 14Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?». 15Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». 16Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». 17Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». E rimasero ammirati di lui. 18Vennero da lui alcuni sadducei - i quali dicono che non c'è risurrezione - e lo interrogavano dicendo: 19«Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcunoe lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. 20C'erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. 21Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo ugualmente, 22e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. 23Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie». 24Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? 25Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. 26Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? 27Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».


Nel clima teso delle ultime controversie di Gesù con le autorità religiose a Gerusalemme, prima della sua condanna, la pagina odierna ci presenta due episodi collegati tra loro. Potremmo riassumerli così: quale volto di Dio Gesù ci consegna?

Prima però è interessante soffermarsi sul ritratto di Gesù fornito dai suoi avversari, qui alcuni farisei ed erodiani. Pur cercando di tendergli un trabocchetto, costoro non possono non riconoscere che egli è veritiero e insegna la via di Dio secondo verità, con una parola limpida, chiara, franca. Ecco la sua insuperabile e luminosa autorevolezza: Gesù dice ciò che pensa e fa ciò che dice.

“È lecito o no pagare il tributo a Cesare?”. Questa domanda mira a cogliere in fallo Gesù nella sua collocazione politica: la sua risposta dovrebbe rivelarlo come collaborazionista del potere romano, dunque odiato dal popolo, oppure come nemico dell’imperatore, dunque pericoloso. Gesù non risponde direttamente alla questione, ma risale più indietro, alla radice del problema. Anche questo è un tratto affascinante della sua persona: la libertà e l’intelligenza che lo spingono a umanizzare il dialogo, conducendo chi gli sta di fronte a interrogarsi in profondità sul senso delle cose.

Poi pronuncia parole famosissime: “Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio”. Gesù non dà ricette sul comportamento politico, ma lo trascende: non invita a ribellarsi ai romani né benedice l’assetto esistente. Afferma che occorre rendere a Cesare ciò che egli ha il diritto di esigere, la tassa. Ma anche che c’è un ordine più alto, quello di Dio, cui occorre rendere ciò che gli appartiene, cioè tutta la propria persona (cf. Rm 12,1), essendo “sua la terra e quanto contiene” (cf. Sal 23,1). È alla luce di questo primato che va relativizzato ciò che compete a Cesare: se il potere politico pretende per sé l’adorazione che spetta a Dio, il credente non è tenuto a dargliela. E noi che immagine di Dio abbiamo? Sappiamo distinguerlo da Cesare? Sappiamo non dare a Cesare ciò che spetta a Dio, ma anche non dare a Dio ciò che spetta a Cesare?

Gesù sa che “Dio non è Dio dei morti, ma dei viventi”, come conclude il suo dialogo successivo, quello con alcuni sadducei. Essi lo tentano creando una storiella fantasiosa e irrispettosa nei confronti della donna protagonista. Ma Gesù non scende sul loro terreno, non si lascia irretire dall’assurda casistica propostagli. Questa volta non va alla fonte, ma alla foce della questione. Osa cioè dichiarare che “il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe” (Es 3,6), il Dio dei suoi e nostri padri nella fede, non può limitarsi a effondere su di noi il suo amore solo su questa terra. Anche oltre la morte il Signore ci prenderà con sé, risvegliandoci alla vita eterna: il suo amore non può essere limitato neanche dall’“ultimo nemico” (1Cor 15,26), la morte.

Questo è avvenuto per Gesù, “il primo nato di tra i morti” (Col 1,18), “il primogenito di una moltitudine di fratelli” (Rm 8,29). Questo – in lui, per lui e con lui – avverrà per quanti sapranno accogliere tale amore da parte del Dio narrato da Gesù. Ecco la nostra speranza indicibile, mentre camminiamo verso la notte di Pasqua, ma anche verso la nostra morte, immersa nel mistero pasquale di Gesù.

fratel Ludwig